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Silent Hill non vi serve davvero: siete solo annoiati

Abbiamo fatto la next-gen delle console, ora facciamo quella dei videogiochi

Nell’ultimo anno o due si sono moltiplicate le speculazioni e i rumor su un ritorno di proprietà intellettuali storiche come Silent Hill e Metal Gear Solid, il primo con un nuovo capitolo, il secondo con un remake che, diversamente dalla serie horror, non ha trovato alcun fondamento in voci di corridoio attendibili.

Come stampa che ha il dovere di seguire l’attualità e al contempo i desideri dei giocatori, abbiamo sempre puntualmente riportato tutto quello che, passata la nostra attenta cernita, è arrivato dalla rete a tal proposito; però, ad un certo punto – questo punto – vogliamo prenderci un attimo per provare a capire da dove nascano tali desideri; se siano frutto di una sana nostalgia o ci sia alle loro spalle una domanda più problematica alla quale i player dell’industria dei videogiochi non riescono a rispondere.

Perché, personale punto di vista, c’è una correlazione tra il debutto sbadigliante della next-gen, in particolare – anche se non solo (e soprattutto perché, dalla metà della scorsa generazione, le aspettative ripose nel platform owner giapponese sono quasi soffocantemente stellari) – quella di Sony, e il ritorno di fiamma per saghe che sembravano aver esaurito il loro ciclo vitale e che invece hanno ancora un pubblico non sappiamo quanto nutrito ma di certo assai rumoroso.

Cerchiamo allora di comprendere se c’è davvero, e in cosa consiste, questo legame vagamente malsano a base, più che di hype, di smoke and mirrors, per restare nell’alveo delle terminologie inglesi un po’ abusate.

Tutto il resto è noia

Abbiamo già sfiorato il tema in uno speciale della scorsa settimana a proposito della mancanza di prospettive nella platea dei videogiocatori, soprattutto quelli PlayStation: per la prima volta in anni, avvertono di ritrovarsi in un ambiente estremamente prevedibile, nel quale pensano di sapere ormai per filo e per segno cosa succederà dopo, e che non colgono quel guizzo generazionale – messi in posizione d’attesa di non si sa bene cosa – che si sarebbero aspettati dalla piattaforma.

Sappiamo già tutto?

Se in precedenza abbiamo addotto tali comportamenti alla penuria di unità distribuite, che non ha fatto “innamorare” ancora di PS5, e alla scarsità di eventi in cui proclamare annunci, adesso vogliamo riconoscere le ragioni un po’ più superficiali, di pancia, che hanno causato di fatto un sonno abbastanza profondo dell’hype.

A conti fatti, i giocatori affamati di esperienze next-gen hanno avuto pazienza fino alla prima ondata di titoli e Demon’s Souls, issato non a caso come alfiere di PlayStation 5 al lancio, ha appagato in parte il bisogno “visivo” della next-gen. Quella pazienza è però venuta meno guardando ai giochi della seconda ondata, simboleggiati a nostro dire da un Horizon Forbidden West evidentemente ancorato alla release originale, che non hanno fatto gridare alla next-gen come ci si aspettava.

La questione, ovviamente, tocca anche Xbox, che per paradosso vede invertito il problema della controparte nipponica: ha, dopo tanto peregrinare, una prospettiva incoraggiante grazie alle tante acquisizioni di Microsoft e la promessa/premessa che l’output dei nuovi studi sarà integrato fin dal day one in un servizio distinto dalla grande accessibilità (di prezzo e di dispositivi).

La killer application di Xbox.

Tuttavia, quest’output è sostanzialmente fermo e non ingranerà ancora per qualche tempo, aspetta Halo Infinite per dare il via alle danze e, mentre è probabile che avrà un ottimo riscontro commerciale, non c’è certezza – pure per via della vocazione sandbox estesa – sull’effetto wow e sulle possibilità che possa procurarne uno.

Da qui, evidentemente, la caccia al sogno e la noia, perché di questo si tratta, degli appassionati del gaming di vecchia data o di vecchio stampo che in rete rappresentano la maggioranza rumorosa di cui sopra. Questi si rifugiano negli schemi loro già noti, come Silent Hill e un remake di Metal Gear Solid, la cui riproposizione – dopo un decennio che li ha bene o male visti superati da altri tipi di esperienze, non necessariamente migliori ma semplicemente diverse – ha (a sorpresa o meno) assunto la dimensione della novità a causa di una lunga assenza di cui è probabile si siano dimenticate le ragioni.

Attenti a cosa desiderate

Ma siete davvero sicuri che sia questo ciò che volete dai videogiochi di nuova generazione? I desideri sono desideri e in quanto tali, espressione di una soggettività plasmata dalle esperienze personali, non vanno mai sindacati, ma le prospettive che si delineano sotto i nostri occhi e quello che è successo in casi precedenti di riproposizioni fanno quantomeno suonare un campanello d’allarme che vi invitiamo a non sottovalutare.

Silent Hill 3.

Partiamo proprio da Silent Hill. Le ultime indiscrezioni parlano di un famoso sviluppatore giapponese che sarebbe impegnato in un reboot della saga horror con tanto di annuncio programmato per l’estate; facendo 2+2 si raggiunge (fin troppo) facilmente la conclusione che questo famigerato team sarebbe Japan Studio, il first-party più anziano della scuderia PlayStation nonché, chiaramente, una garanzia di qualità.

Tuttavia, ci sono due fattori da tenere in considerazione: il primo è che Keiichiro Toyama, creatore del franchise, ha appena lasciato la squadra per fondare un proprio studio e quindi il Team Silent, qualora fosse stato interpellato e che viene visto come garanzia di qualità (altro punto opinabile, visto che non siamo più negli anni ’90), non ci starebbe comunque lavorando al gran completo.

Il secondo è che, fermo restando che la notizia non è ancora ufficiale, si parla in ogni caso di un “nuovo approccio” alla proprietà intellettuale, il che vuol dire che Silent Hill potrebbe non essere riproposto come lo conoscete e avete imparato ad apprezzarlo: ci fosse davvero Japan Studio alle spalle, potrebbe trattarsi di un’iterazione action adventure nello stile delle esclusive PlayStation degli ultimi dieci anni, perdendo almeno in ampia parte la sua componente horror che lo rendeva sì unico ma pure parecchio di nicchia.

*Questo* approccio.

Guardando alle lamentele di chi per The Medium, ritenuto (a ragione o torto) erede spirituale della serie Konami, ha usato in senso spregiativo la definizione di “thriller” a causa del fatto che, beh, non fa paura, immaginiamo proprio che una declinazione del genere non piacerebbe a quanti stanno chiedendo a gran voce un revival. Curiosamente, ma non troppo, sempre di thriller parla la stessa Bloober Team per le sue prossime produzioni, tra le quali figura anche un fu horror di un grande publisher videoludico del quale si sta occupando da un anno; se si trattasse del chiacchierato e più piccolo secondo titolo di Silent Hill, ci ritroveremmo ad un secondo ritorno e ad un secondo ritorno non squisitamente horror. Quali sarebbero le reazioni a tal proposito?

Il tema del remake, sul quale si levano grandi voci in correlazione allo stealth di Hideo Kojima, potrebbe sembrare meno delicato ma il passato ci insegna che non lo è affatto: nel caso di Demon’s Souls, abbiamo visto giocatori indispettiti perché Bluepoint Games si era limitata al ruolo di custode del gioco originale mentre avrebbe dovuto osare di più per limare difetti, aggiungere contenuti e ammodernare formule desuete; in quello di Metal Gear Solid – che già ha avuto un rifacimento con The Twin Snakes del quale, vuoi per la piattaforma su cui arrivò, vuoi per l’età di chi magari ha scoperto il franchise nelle sue battute conclusive, molti sembrano ignorare l’esistenza – fu esattamente questo l’oggetto delle critiche, insieme a scelte registiche e tecniche di Silicon Knights difficili da mandare giù ancora oggi.

 

In entrambi i casi, è evidente come questo tipo di operazione non abbia pagato: un Demon’s Souls rimasto praticamente illibato rispetto al materiale d’origine è restato nella nicchia dalla quale proveniva, non costituendo un titolo che muove console e scalda i cuori di una platea come quella PlayStation affezionata alle storie. Un Metal Gear Solid: The Twin Snakes ha stravolto un capolavoro dell’epoca PS1 ed è stato condannato praticamente alla damnatio memoriae, se non fosse per la sua insolita fattura che continua ad incuriosire – nel senso, “ma come hanno fatto a farlo uscire?”, che ci sembra veramente poco edificante. È molto probabile che, per l’opera di svecchiamento che richiederebbero visuali e comandi, un altro remake dovrebbe passare di nuovo per reinterpretazioni del prodotto di partenza e, in presenza di interventi (indubbiamente necessari) di tale portata, abbiamo ormai chiaro i rischi che questi comporterebbero. Tutto ciò per dire, attenti a quello che desiderate.

Nintendo come alternativa all’industria dei sogni

Quando abbiamo stabilito in redazione che avremmo discusso del tema, il Nintendo Direct del 17 febbraio non era ancora andato in onda e questo paragrafo non esisteva neppure nei nostri pensieri. Ma troviamo i commenti dei gamer seguiti all’evento estremamente calzanti al discorso che abbiamo fatto finora, e che sia il caso di spenderci qualche parola per spiegarvi il perché.

Il Link di The Legend of Zelda: Skyward Sword HD.

Di fatto, Nintendo ha proposto una trasmissione dalla grande trasparenza, fin dall’annuncio, in cui si è svelato quanto sia in cantiere per la prima metà del 2021. I giocatori orfani dei grandi eventi pensavano, sebbene fosse stato detto loro a chiare lettere che non sarebbe stato così, si sarebbe trattato di un E3 a febbraio – una soluzione che, anche senza pandemia e anche in presenza di un E3 regolare all’orizzonte, non sarebbe stato corretto preventivare.

Se le premesse sono state nitide, l’esecuzione è stata di grande concretezza e ha illustrato i piani della Grande N – che possono non esaltare, ci mancherebbe: siamo in Italia e sappiamo che il golf non è esattamente lo sport nazionale, e che un remaster non è un nuovo Zelda (ma un capitolo, o più di uno, che si rivolge ad un pubblico per la prima volta così grande, quello che ha conosciuto l’IP con Breath of the Wild) – da qui all’estate; ha dato uno sguardo al 2022 che si è tradotto in un gioco di ruolo strategico in esclusiva da Square Enix e una corposissima demo per non solo provarlo, ma persino plasmarlo con il proprio feedback in stile Bravely Default II; ha prodotto una “one more thing” di quelle a cui ormai non si può rinunciare in presentazioni del genere con Splatoon 3, non il gioco della vita ma uno che, per chiudere uno showcase di febbraio e (ripetiamo) non uno dall’ambizione di un E3, ci può tranquillamente stare.

Un altro remake?

Le reazioni dei videogiocatori al Direct conferma proprio questo: non volete davvero dei giochi ma dei sogni, delle bombe che sono bombe e basta, oggetti (annunci) che vedono l’apice loro e della loro utilità nell’esplosione. Silent Hill e Metal Gear Solid sono soltanto le prime bombe che vengono in mente al “boomer gamer”, che non coglie l’importanza di nuove idee e proprietà intellettuali ravanando continuamente in un passato il cui ritorno genera più frankenstein che capolavori all’altezza dei ricordi d’infanzia, e al contempo non apprezza la concretezza di chi programma da qui a sei mesi senza fanfare e senza trucchi da prestigiatore.

È un modello, quello adottato da Nintendo per il suo ultimo appuntamento mediatico, in netta contrapposizione con chi parla – legittimamente! – di uscite nella finestra di lancio di una console e si presenta in realtà otto mesi dopo o annuncia day one nel 2021 quando è palese che non ce la farà mai a rispettarli. Un’alternativa che lascia il giusto spazio alla speculazione (le scuse per il seguito di Breath of the Wild vanno in questa direzione) in un momento in cui la Grande N non ha bisogno di calcare la mano con console mid o next-gen e grandi pubblicazioni affrettate grazie alle vendite fenomenali di Switch, e che, quando è stata ignorata, ha portato a storture come Bayonetta 3 e Metroid Prime 4. Pure in questo caso, evidentemente, ci sono lezioni da portare a casa.

In conclusione

Reboot, remake, annunci: il filo conduttore di tutto questo, tessuto in una tela di insoddisfazione, è la necessità di una nuova generazione di videogiochi, senza la quale la next-gen delle console continuerà a faticare a giustificare la propria stessa esistenza e non plasmerà, come ha contribuito a fare PS4 nella seconda metà del suo ciclo vitale, gamer diversi da quelli che eravamo ieri.

Chiedete di più alla next-gen.

Allo stesso tempo, è importante riconoscere le fasi storiche dell’industria, chiedere loro il giusto, e comprendere che ci sono modelli alternativi – di produzione, di comunicazione, di pubblicazione – che vale la pena esplorare quando quelli imperanti non ci regalano gioie. La nostalgia, lo dimostrano casi di successo come Crash Bandicoot e Spyro, può essere un punto di partenza, ma potremmo – e dovremmo – chiedere molto di più ai dieci anni di gaming che ci aspettano su PS5 e Xbox Series X.

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