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I migliori soulslike | La classifica (aspettando Elden Ring)

Dal peggiore al migliore, ecco la lista dei soulslike più importanti di sempre.

Da genere profondamente di nicchia, i soulslike si sono trasformati nel giro di pochi anni in una delle tipologie di gioco più amate di sempre. Nate col seminale Demon’s Souls ed esplose poi (anche commercialmente parlando) con la trilogia di Dark Souls, le esperienze legate ai souls sono croce e delizia per il gamer odierno, specie per il tremendo tasso di sfida (in grado di oscillare dalla frustrazione più atroce all’appagamento più estasiante) restituito dai giochi in questione. Sì, perché uno dei punti di forza di questa tipologia di giochi è proprio il Game Over incondizionato e costante, divenuto col tempo un vero e proprio leitmotiv.

Del resto, titoli come Bloodborne hanno dimostrato che i soulslike – specie quelli sviluppati dai padri spirituali del genere, ossia FromSoftware – possono e devono essere provati almeno una volta nella vita (come testimoniato anche dalla nostra Stefania Sperandio in un epico articolo in cui ci racconta la sua esperienza da neofita del genere), in cui la morte diventa un elemento perfettamente integrato al gameplay, in grado di legarsi a doppio filo a un sistema di controllo rigido ma mai sbilanciato, in grado di dimostrare fino a dove è in grado di arriva la forza di volontà di un giocatore.

La febbre da souls, complice anche l’attesa per il prossimo Elden Ring, non si placa: su SpazioGames abbiamo quindi deciso di stilare la classifica dei soulslike più importanti di sempre dal peggiore al migliore, seguendo quanto visto che con la serie di GTA e con quella di Final Fantasy, per non parlare della classifica dei Resident Evil, quella dei Tomb Raider, quella dei Metal Gear Solid e, nelle ultime settimane, quella dedicata ai Fallout e ai titoli open world.

Aspettiamo come di consueto la vostra classifica personale nei commenti in fondo all’articolo!

Un'immagine di Demon's Souls.

6) NiOh

Sulla carta, NiOh nasce con l’intento di proporsi come il primo, vero soulslike ambientato nel Giappone Feudale, staccandosi quindi dalle atmosfere tipicamente dark fantasy dei primi titoli del genere a cura di FromSoftware. Il gioco sviluppato da Team Ninja (autori della saga di Ninja Gaiden) e pubblicato da Sony Interactive per PS4 e PC, ci mette nei panni di William Adams, uno scaltro marinaio e soldato inglese dotato della capacità straordinaria di vedere esseri sovrannaturali.

La storia dietro a NiOh è ispirata nientemeno che a una sceneggiatura (mai completata) di Akira Kurosawa, e si basa su gran parte degli elementi strutturali che hanno fatto la fortuna dei Dark Souls, specie la capacità di mettere il giocatore spalle al muro costringendolo a imparare a memoria i pattern di attacco di nemici e boss, pur di proseguire nell’avventura, oltre a tanti altri elementi che rimandano alla mente i classici di From (come la necessità di dover recuperare le preziose Amrita sul luogo dell’ultima morte, pena la loro perdita vita natural durante). Questo e tanti altri aspetti del gioco rendono l’esperienza sicuramente di spessore, sebbene fortemente influenzata dai concetti e i meccanismi dei suoi predecessori.


5) Dark Souls III

Dopo un secondo capitolo che aveva fatto storcere un po’ il naso ai puristi, Hidetaka Miyazaki decise che con Dark Souls III era tempo di tornare ai fasti del primo, seminale capitolo. Uscito nel 2016, il terzo episodio del franchise più importante tra quelli legati ai souls riesce a racchiudere in un colpo solo tutti pregi (e i difetti) dei precedenti capitoli, ingigantendo una lore già di per sé ricca di contenuti e suggestioni narrative.

Nel regno di Lothric il suono di una campana preavvisa che l’Era del Fuoco sta giungendo al termine, con la Prima Fiamma ravvivata in origine da Lord Gwyn è sul punto di spegnersi per sempre. Ciò è ovviamente il preludio a una catastrofe, visto che la maledizione converge proprio a Lothric, portando morte e pestilenza.

Dark Souls III “soffre” il suo essere un terzo episodio, ma è anche vero i numerosi (e suggestivi) rimandi al passato della saga lo rendono non solo un gioco in grado di essere apprezzato da chi ha giocato i precedenti, ma anche un titolo slegato a coloro i quali hanno deciso di avvicinarsi alla serie proprio al suo glorioso tramonto, non risultando in alcun modo incomprensibile né tantomeno ingiocabile. Le maestose ambientazioni di Lothric offrono scorci visivamente sbalorditivi, uniti a un’esplorazione appagante e feroci scontri con schiere di nemici e boss ancora più coriacei. Insomma, la migliore conclusione possibile per una saga che ha fatto della morte il suo vanto di gloria.

In Dark Souls III la morte non è un'opzione. È parte del gioco.

4) Sekiro Shadows Die Twice

Nel 2019, FromSoftware decise di dare alla luce un souls che cercasse di spezzare le catene imposte dai vecchi Dark Souls e simili, un gioco molto più versatile e sfaccettato che tentasse in tutti i modi di far fare un salto al genere di appartenenza.  Da molti considerato il soulslike più impegnativo in assoluto, specie per quanto riguarda le boss fight, Sekiro Shadows Die Twice è un’avventura che non fa sconti a nessuno, firmata nuovamente dal guru Hidetaka Miyazaki.

Ambientato nel Giappone dell’era Sengoku (risalente alla fine del XVI secolo), ma sporcato di vari elementi dark fantasy che conferiscono alla narrazione un’atmosfera dalle tinte fosche, Sekiro racconta una storia di sangue e vendetta:  interpretiamo uno shinobi conosciuto come il Lupo, a cui è stata affidata la protezione di Kuro, l’Erede Divino. Dopo essersi risvegliato in un pozzo, il Lupo corre in aiuto del suo giovane padrone dodicenne, rapito dal clan Ashina. Il bambino è infatti custode di un potere realmente impressionante, ossia quello del Retaggio del Drago.

Come accennato poco sopra, Sekiro cerca di svincolarsi dalla rigidità imposta dai vecchi souls, grazie anche e soprattutto alla possibilità di nuotare e saltare liberamente, così come l’utilizzo dello stealth per evitare i nemici va di pari passo a un un sistema di combattimento brillante nonché piuttosto difficile da padroneggiare, in cui il tempismo è tutto. Se si è in grado di entrarci dentro, Sekiro Shadows Die Twice è in grado di offrire una delle migliori esperienze soulslike di sempre.

Lupo in azione.

3) Dark Souls

Da molti considerato il vero artefice del successo del genere dei souls, il primo Dark Souls è senza ombra di dubbio un gioco che merita di svettare sul podio, nonché un titolo dotato ancora di grande fascino e carisma, nonostante stia per festeggiare i suoi primi dieci anni fa. La storia ci porta nell’Era degli Antichi, un mondo dominato da una fitta nebbia e popolato da draghi eterni: dopo l’accensione della Fiamma primordiale, i Lord – fino ad allora rimasti in attesa nell’oscurità – decidono di fare la loro mossa. Quattro di essi ritrovano vigore nella Fiamma: Nito, la Strega di Izalith, Gwyn e il Nano furtivo. La Fiamma sta però per spegnersi nuovamente, tanto che tra i portatori umani del Segno Oscuro (afflitti dalla maledizione dei non-morti) qualcuno si inizia a muovere per evitare il peggio.

Difficile descrivere per filo e per segno la lore di Dark Souls, tanto sfaccettata quanto complessa, ma è pur vero che basta poco per entrare subito in un mondo di gioco stratificato all’inverosimile, così ricco di dettagli e sfumature che è quasi impossibile coglierle tutte a una prima run. Vero anche che Dark Souls ha molti elementi in comune con il precedente Demon’s Souls, sebbene non rappresenti di fatto un sequel diretto del gioco che ha dato il là al genere, pur ereditandone la gran parte delle meccaniche di base, scolpite nella pietra e in grado di dare vita a un sistema di gioco difficile da paragonare ad action RPG più “versatili” come The Elder Scrolls Skyrim o The Witcher 3 Wild Hunt.

Che siano gli ormai celebri falò, ossia punti di interesse grazie ai quali è possibile salvare la partita, ripristinare le pozioni di cura ed aumentare di livello, altri elementi da dungeon crawling si legano all’esplorazione e al combattimento (con conseguente assorbimento di anime), senza contare l’uso per certi versi innovativo dell’elemento online, il quale permette di lasciare (e a sua volta leggere) messaggi rivolti ad altri giocatori, in grado di aiutarli a superare sezioni di gioco particolarmente impegnative, oltre a giocare sia in cooperativa che contro altri giocatori da tutto il mondo. Insomma, un titolo di importanza storica inenarrabile.


2) Demon’s Souls

Nonostante appaia oggi come un soulslike «ante litteram», l’importanza di Demon’s Souls è così elevata che è davvero impossibile non posizionarlo così in alto nella classifica dei migliori. Questo perché è proprio grazie al titolo FromSoftware uscito originariamente su console PlayStation 3 nel lontano 2009, che molti giochi recenti ne hanno seguito la filosofia, dando vita a un filone di successo.

Il gioco è stato riproposto al pubblico in un bellissimo remake a opera del team di sviluppo americano Bluepoint Games e uscito al lancio di PS5 lo scorso mese di novembre del 2020, in grado di smussare gli spigoli di un soulslike imperfetto, ma a nostro modo di vedere anche tremendamente affascinante.

Cos'hai da guardare?

La trama che fa da sfondo alle vicende di Demon’s Souls già mostra tutto il talento del “giovane” Miyazaki, in grado di dare vita alla sua visione di videogioco che covava da molti anni, unendo le atmosfere della vecchia serie di King’s Field e unendoci una valanga di riferimenti tratti dal folklore pagano, dai librigame di tradizione inglese e da una certa pellicola dark fantasy uscita nel 1981, Excalibur (che narrava la leggenda di Re Artù). Nei panni di un avventuriero entrato suo malgrado nella Nebbia e ucciso, sotto forma di anima verremo attirati nel Nexus e accolti dalla Fanciulla in nero, la quale ci rivela che, essendo di fatto morti, la nostra anima è ora vincolata al destino di Boletaria.

Demon’s Souls è l’ABC dei soulslike: il sistema di progressione, la perdita delle anime in caso di morte (con la possibilità di recuperarle tornando nel luogo in cui si è caduti), i boss apparentemente invulnerabili e soprattutto un’atmosfera gotica a tratti spaventosamente affascinante, rendono il titolo From un gioco seminale, un’esperienza molto difficile e impegnativa per chi non ha mai affrontato il genere, ma assolutamente alla portata per tutti gli altri. Senza l’avventura a Boletaria non si avrebbe avuto il decennio di opere videoludiche amate da intere generazioni di videogiocatori. Anche solo per questo, c’è da essere profondamente grati a remake.

Le ambientazioni lasciano senza fiato.

1) Bloodborne

Nel 2015, Hidetaka Miyazaki decise che i tempi erano maturi per dare alla luce quello che, ad oggi, è sicuramente il miglior soulslike mai realizzato, per stile, tecnica e sistema di gioco: stiamo ovviamente parlando di Bloodborne. Di fatto, il quarto titolo sui generis sviluppato da FromSoftware, la nuova proprietà intellettuale uscita in esclusiva per console PlayStation 4 racconta una storia in grado di prendere seriamente le distanze dalla narrazione spiccatamente fantasy dei Dark Souls, non negando un viaggio di proporzioni epiche all’interno di un mondo oscuro e pericolosissimo, ancora in grado di far vivere incubi a occhi aperti a una legione di giocatori.

In una città gotica dalle origini misteriose, Yharnam, ha sede la Chiesa della Cura, un’antichissima istituzione che nel corso dei secoli ha ottenuto prestigio grazie a una sostanza in grado di curare ogni male e nota con il nome di Sangue Curativo. Uno viandante recatosi in città in cerca di una cura scopre ben presto che a Yharnam si è diffusa una malattia del sangue che ha trasformato la maggior parte degli abitanti in mostri senz’anima. Starà al Cacciatore ripulire le le strade dalle bestie e dalle mostruosità infette, svelando allo stesso tempo anche il mistero dietro questa piaga dalle origini oscure.

Bloodborne rappresenta quindi un cambio completo di ambientazione da parte di From. abbracciando questa volta uno stile gotico e vittoriano tipico di fine ottocento: cattedrali di enormi proporzioni, piazze dallo stile lugubre e vicoli oscuri in cui si muovono ombre spesso poco amichevoli, tratteggiano infatti un gioco visivamente ed esteticamente straordinario, oggi come ieri. Ma se il soulslike From è davvero molto bello da vedere, fortunatamente per noi lo è anche e soprattutto pad alla mano.

A differenza dei precedenti titoli di Miyazaki, però, Bloodborne cambia leggermente l’impostazione dei combattimenti, incentrati ora su un tipo di approccio più dinamico e meno rigido: la schivata è infatti la nostra migliore alleata, visto che evitare gli attacchi avversari e contrattaccare (grazie al Regain System, il quale permette di recuperare parte dell’energia persa nel caso in cui si restituisca il colpo entro un breve lasso di tempo) sono alla base di un combat system pressoché perfetto. Ovviamente, come da tradizione, quando si incappa nella morte gli Echi del Sangue rimangono sul luogo di scontro, sebbene questa volta i mostri nelle vicinanze possono assorbirli a loro vantaggio (spingendoci così a ucciderli pur di recuperare il malloppo).

Da anni i fan chiedono a gran voce un sequel di Bloodborne, desiderio al momento non ancora esaudito. Forse, da un certo di punto di vista è giusto così: un titolo così importante, assuefacente e sviluppato con cognizione di causa non ha quasi bisogno di un seguito che ne alteri le meccaniche. Vero anche che un ritorno a Yharnam sarebbe sicuramente un nuovo viaggio di sola andata a cui non sapremmo dire di no.

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