I videogiochi con le storie migliori di sempre

Diversi esponenti della nostra redazione vi raccontano qual è il videogioco con la narrazione che più gli è rimasta nel cuore.

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a cura di Stefania Sperandio

Editor-in-chief

Si parla spesso, della forza narrativa che un videogioco può esprimere attraverso l'interazione, che è la sua caratteristica unica.

In questo periodo, il tema è stato particolarmente rilevante per via del debutto di Senua's Saga: Hellblade II, che fa proprio della narrazione e del coinvolgimento il suo punto nevralgico.

Se domandassimo a tante persone diverse se c'è una storia, raccontata da un videogioco, che è rimasta loro particolarmente nel cuore, sono sicura che seguirebbero risposte tra le più varie, tra chi è colpito dai titoli di stampo più cinematografico e chi porta gelosamente con sé alcune opere che sapevano narrare con forza con il loro gameplay.

Abbiamo allora deciso di darvi una risposta redazionale: alcune penne del nostro team che vi racconteranno qual è, per loro, la storia più bella che hanno mai vissuto all'interno di un videogioco.

Le scelte, lo noterete, sono state tra le più diverse – e tutti i giochi vengono discussi senza spoiler, in caso il suggerimento fosse utile a farveli recuperare.

Sentitevi liberi di condividere a vostra volta i giochi con un comparto narrativo che vi è rimasto particolarmente nel cuore!

Red Dead Redemption

Adriano Di Medio, redattore

Il western. Cowboy, pistolettate, giustizia sommaria, l’amico con la stella che arriva, salva gli innocenti e arresta i colpevoli. A me non piaceva quella roba. «Il western è per vecchi, un frutto muffito di un’altra generazione», mi ripetevo. «Ma come diamine faceva mio padre a farsi piacere i fumetti di Tex Willer? Sono solo un coacervo di luoghi comuni!».

Finì l’adolescenza, iniziò l’età della ragione. Andai all’università, approfondii un po’ la storia, quella vera. In un giorno del 2011 diedi infine una possibilità a Red Dead Redemption, attratto dalla tematica di redenzione dell’ex-fuorilegge pentito.

La sua storia non mi sorprese soltanto: mi iniziò. C’era John Marston, la sua famiglia, la sua caccia forzata, il suo voler rigare dritto dopo tanti eccessi che ai tempi erano solo lasciati intendere. Sì, la trama era bella, con tanto di gran finale, ma ci sono voluti playthrough multipli per capire che sì, John c’è, ma il West di Rockstar si muoveva proprio come quei fumetti di Tex che tanto avevo evitato.

Ovvero non tanto (o non solo) il protagonista e la sua parabola, ma la storia del suo mondo, uno spaccato di frontiera mai così vivo prima di allora su di uno schermo videoludico. Cavalieri senza armatura, che percorrono un crepuscolo perché era la cosa giusta da fare. Storia e gloria.

Alan Wake 2

Valentino Cinefra, staff writer

È difficile scegliere una sola storia, tra quelle che mi hanno colpito di più, perché tra alti e bassi il mondo dei videogiochi ha cominciato ad affinare notevolmente le strutture dei suoi racconti.

Devo citare Life is Strange per la sua capacità, in tempi non sospetti, di portare nei videogiochi la serialità televisiva, insieme a quelle atmosfere da teen thriller drama che sono state copiate un po' qua e là. The Last of Us Part II che ha usato il mezzo del videogioco per giocare con gli archetipi degli eroi e dei protagonisti, usando il tema della violenza con una capacità metanarrativa non indifferente. Potrei citare anche Baldur's Gate 3 e Death Stranding per le capacità di piegare un immaginario alla narrativa di genere con più livelli di letture e, nel caso dell'opera di Kojima, di crearlo da zero. Però, se penso alle storie che contano, voglio scegliere Alan Wake 2.

La capacità di Remedy Entertainment di fare delle regole della scrittura televisiva, cinematografica, della letteratura e dei videogiochi, ciò che vuole è stata una rivelazione. Ciò che mi è rimasto più impresso di Alan Wake 2 è la solidità del racconto, dove lo storytelling è fatto di dialoghi, fotografia, scenografia, identità visiva, con ogni elemento che Remedy mette in scena con un suo preciso significato e peso all'interno della metaletteratura di Alan Wake 2.

In un contesto storico dove l'intrattenimento lavora con prodotti un tanto al chilo, fatti per macinare minuti di visione e abbonamenti mensili, Alan Wake 2 sceglie coraggiosamente di impiegare ogni minuto del suo tempo per raccontare, mostrare o far giocare qualcosa che valga la pena di essere vissuta e che faccia parte allo stesso tempo del racconto globale. Semplicemente meraviglioso.

Final Fantasy IX

Giulia Francolino, redattrice

Se penso alla storia che mi ha colpita più di sempre, la prima immagine che mi viene in mente è uno scorcio del villaggio dei maghi neri di Final Fantasy IX. Tra le tante, tantissime storie meravigliose scoperte nel corso degli anni divorando un videogioco dietro l’altro, quella del nono capitolo di Final Fantasy ha lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore.

È incredibilmente difficile trovare, in qualsiasi opera, un’analisi così profonda, delicata e poetica sul rapporto dell’essere umano con la vita e la morte, sulla scoperta del proprio scopo nel mondo e sul valore dell’amicizia; tematiche che hanno un peso difficile da misurare sulle vite di tutti noi e trattate dal gioco con una sensibilità più unica che rara, capace di colpire anche il cuore dei più piccoli.

Quello di Final Fantasy IX è un mondo colorato, con personaggi piccoli e stilizzati che con la loro purezza e le loro piccole imprese eroiche rispondono alle domande che ci siamo sempre posti, scoprendo insieme a noi il significato della vita e delle cose belle. Perché siamo Vivi? Ci ha creati qualcuno? Per quanto tempo vivremo? Non lo sapremo mai. Tanto vale, nell'attesa della fine, godersi gli amici, la musica e le stelle.

Spec-Ops: The Line

Francesco Corica, staff writer

Quando penso a un videogioco, la narrazione tendenzialmente passa sempre in secondo piano, senza un gameplay adeguato. E forse è anche per questo motivo che uno dei giochi che ricordo con più affetto a livello narrativo è l'unica produzione che ha fatto l'esatto opposto.

Spec-Ops: The Line ha un gameplay estremamente generico per uno sparatutto in terza persona, ed è esattamente quello che gli sviluppatori vogliono che pensiate, così da poter rovesciare l'intera formula di gioco su sé stessa e rendervi a tutti gli effetti parte attiva della storia.

Troppo spesso in questo genere di giochi abbiamo affrontato missioni senza pensare se fosse davvero la cosa giusta da fare o solo perché "dovevamo": pur con tutti i suoi limiti, Spec-Ops: The Line è uno dei pochi titoli che è riuscito a farmi vedere in modo diverso il potenziale della narrazione videoludica.

È impossibile dirvi altro perché è un'esperienza che va vissuta in prima persona per rimanerne davvero conquistati (anche se adesso è molto difficile, dopo la rimozione dagli store), ma se avete la possibilità di recuperarlo non lasciatevelo scappare: forse non vi sentirete più degli eroi invincibili senza macchia.

Detroit: Become Human

Giulia Garassino, redattrice

L’uomo, le macchine, l’intelligenza artificiale e la paura di essere sostituiti. Questi temi, che rimangono per me tra i più affascinanti, sono anche quelli che caratterizzano uno dei videogiochi che più ho a cuore, Detroit: Become Human.

Ritengo che, nonostante si tratti di un gioco con dinamiche di gameplay molto semplici, racchiuda al suo interno una storia davvero affascinante, in particolare per il modo in cui ci viene servita. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale induce ad aprire gli occhi su scelte etiche importanti, ma non solo. All’interno di Detroit: Become Human, vengono evidenziati molti temi legati alle disuguaglianze sociali, problemi che impattano anche la nostra vita di tutti i giorni.

Quello che vediamo, quello che viviamo nel gioco è facilmente trasportabile nella realtà quotidiana, soprattutto in questo momento storico. Ciò fa paura, ma fa anche riflettere. E la storia viene narrata tramite protagonisti ben strutturati che aiutano a rendere la storia ancora più coinvolgente. Nonostante Detroit: Become Human sia ambientato in un futuro che ci sembra lontano, il tema è attuale, forte e coinvolgente, ora più che mai e, questo è peraltro anche un ottimo motivo per recuperarlo, se non lo avete mai giocato.

Red Dead Redemption 2

Gianluca Arena, senior editor

La domanda che mi è stata posta è una delle più difficili a cui mi sia trovato a rispondere, dopo trentasette anni di videogiochi: come faccio a scegliere?

Chrono Trigger, Disco Elysium, Metal Gear Solid, Nier Automata, Bioshock, Persona 5, i due The Last of Us, Mass Effect 2, The Witcher 3, Final Fantasy VI, Alan Wake 2, Baldur’s Gate III, molti degli Yakuza. Come scegliere tra questi? Non li ho elencati a caso: se ve ne siete perso anche solo uno, correte a rimediare, perché ognuno di questi titoli merita un posto in un’ipotetica Hall of Fame della narrativa videoludica.

Ma nessun gioco ha secondo me raggiunto le vette di Red Dead Redemption 2, così bastardo da metterci nei panni di un antieroe e costringerci ad interpretarlo anche quando siamo in disaccordo con le sue azioni, anche quando vorremmo urlargli attraverso lo schermo «no, Arthur, ti stai facendo fregare!».

Lo spietato e Selvaggio West al tramonto di Rockstar mi è rimasto nel cuore così tanto da avere paura di avventurarmici ancora, come se una seconda run (dopo la settantina di ore della prima) potesse in qualche modo rovinare i ricordi dorati che conservo gelosamente dal 2018.

Nier Automata

Marino Puntorieri, redattore

Il titolo che più di tutti ho adorato per la forza della sua trama è Nier Automata. Videogioco ancora oggi stampato nella mente come se avessi appena raggiunto i suoi titoli di coda.

La storia creata dal genio di Yoko Taro getta il giocatore in una guerra per riportare ciò che resta dell’umanità a ripopolare la Terra, invasa da biomacchine senzienti che ne hanno decimato la popolazione, obbligandola a rifugiarsi e riorganizzarsi sulla luna. Da qui impersoniamo due androidi da battaglia, 2B e 9S, dalle fattezze di due giovani, in un viaggio a tratti onirico dove scopriranno moltissimo sul caratteristico mondo che li circonda, andando ben oltre il loro obiettivo iniziale.

Difficile elogiare il coinvolgimento e l’impatto emotivo della trama di Nier Automata senza cadere in spoiler, ma tra evoluzioni, colpi di scena e ramificazioni degne dei più grandi colossal cinematografici, non si può che rimanere ammaliati da tutte le informazioni e le citazioni inserite con maestria per stuzzicare e mantenere sempre viva l’attenzione del videogiocatore. Un’esperienza narrativamente unica nel suo genere, dove i confini tra bene e male, giusto e sbagliato, si intrecciano con il passare delle ore. Da scoprire e vivere sulla propria pelle senza riserve.

Xenogears

Pia Colucci, redattrice

Pubblicato nel 1998 per PlayStation da Squaresoft, Xenogears è un JRPG che ha lasciato un segno indelebile nella mia vita.

Creato da Tetsuya Takahashi, la storia di Xenogears esplora temi complessi come l'identità, la religione, la psicanalisi e la natura dell'esistenza umana. Fei, insieme ai suoi compagni, si trova coinvolto in un conflitto che va oltre la semplice guerra tra nazioni, svelando segreti antichi e verità cosmiche che mettono in discussione la natura stessa del loro mondo e dell'umanità. Il videogioco dell’allora Squaresoft affronta temi filosofici ispirati a studiosi come Friedrich Nietzsche, Carl Jung e Sigmund Freud

Xenogears non è solo un videogioco: è un'esperienza che merita di essere vissuta, e non possiamo far altro che sperare che Square Enix si ricordi di uno dei suoi titoli più blasonati e lo porti definitivamente sulle console di nuova generazione – e, soprattutto, che varchi una volta per tutte anche il mercato nostrano (Xenogears fu pubblicato solo in Giappone e America).

Per me, è stato il catalizzatore di una passione per la psicologia e la filosofia, influenzando le mie scelte accademiche e professionali, ed è un esempio perfetto di come un videogioco possa andare oltre l'intrattenimento, diventando un'esperienza formativa e trasformativa.

Final Fantasy VII

Silvio Mazzitelli, redattore

Scegliere una singola storia tra le tante che mi hanno fatto innamorare del mondo videoludico è un’impresa davvero titanica. Ne vorrei citare tantissime: tra Metal Gear Solid, il primo The Last of Us, Dragon Age Origins, ma probabilmente quella che più di tutti mi ha segnato è stata quella di Final Fantasy VII, e il motivo è perché all’epoca in cui lo giocai, ancora ragazzino, non avevo mai visto nulla del genere.

Il capolavoro dell’allora Squaresoft fu il mio primo approccio a un videogioco narrativamente maturo e complesso. Prima di allora per me i videogiochi erano principalmente ancora legati a una struttura molto arcade, con pochissima narrazione volta a giustificare l’azione e la corsa al punteggio più alto, ma senza nessuno spessore.

Quando mi trovai di fronte alla complessa epopea che vedeva Cloud Strife e i suoi compagni tentare di salvare il mondo dalla Shinra e da Sephiroth, con mille sottotrame e una caratterizzazione dei personaggi molto complessa, mi esplose letteralmente il cervello. Final Fantasy VII è stato indubbiamente il primo gioco che mi ha fatto innamorare dei videogiochi e delle storie che è possibile raccontare tramite questo medium.

Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty

Marcello Paolillo, senior staff writer

Una domanda difficile, difficilissima, più o meno come quando ti chiedono che canzone preferisci. Quindi, per non pensarci troppo, per quanto riguarda la migliore storia in un videogioco per il primo posto scelgo Metal Gear Solid 2: Sons Of Liberty.

Lo adoro, è un capolavoro che migliora di ora in ora, merce assolutamente rara quando si parla di sequel. I discorsi sulla manipolazione di tutte le informazioni ed il controllo totale sulla società da parte dei Patriots, capaci di piegare chiunque al loro volere, è roba da insegnare all’università, nonché tremendamente attuale (oserei dire quasi profetica), a oltre vent'anni dall'uscita del gioco.

Se il primo MGS trattava il tema della genetica, per una spy story d'azione dalle connotazioni classiche, MGS2 affronta il tema dell'identità, della nostra storia e ciò che lasceremo ai posteri, come società prima ancora che come singolo.

Se qualcuno, scoraggiato dal fatto che "non è come il primo", lo ha abbandonato prima dei titoli di coda, si è probabilmente perso uno dei giochi più importanti di sempre, nonché il Metal Gear Solid con la storia più adulta, articolata e metareferenziale di sempre. Un capolavoro di trama vero, nonché un videogioco seminale.

What Remains of Edith Finch

Stefania Sperandio, editor-in-chief

Sarei banale se nominassi Metal Gear Solid che è il gioco che ha avuto il maggior impatto sulla mia vita, sul lavoro che faccio, su quello che scrivo. Faccio una menzione d'onore invece per Second Sight: se qualcuno lo ricorda ancora e lo ha finito, saprà di certo il perché.

Ma, alla fine, voglio citare What Remains of Edith Finch perché, nonostante abbia giocato decine di giochi con un focus forte sulla narrazione, trovo ancora oggi che sia il più riuscito e cristallino esempio di come raccontare in modo eccellente servendosi del gameplay, rinunciando ai compartimenti stagni che a volte caratterizzano lo stacco tra fasi interattive e fasi passive dove prosegue la storia.

La vicenda familiare narrata da Giant Sparrow si serve dell'interazione per proiettare con forza il giocatore all'interno della storia dei Finch, proponendo un'esperienza unica e dalla forza emotiva devastante, che lascia un segno indelebile e che per me è ancora oggi paradigma di quanto si possa narrare, facendo interagire il giocatore, con una scrittura che si preoccupa di arrivare a destinazione e toccare le corde giuste, senza diluizioni e forzature.

Un esempio di delicatezza, design geniale ed eccellenza.

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