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L’E3 deve salvare il 2021… e l’E3

Il calendario piange e ha bisogno di uno shock, ma l'E3 2021 sarà in grado di imprimerlo?

Ma i videogiochi hanno ancora bisogno dell’E3? Anziché preparare un intero articolo su questo argomento, probabilmente ci basterebbe rimandarvi alla pagina delle uscite dell’anno corrente per rispondere alla domanda, ma ci prenderemo tutto il tempo per replicare in maniera affermativa e spiegarvi perché, pur in una forma rivisitata, il 2021 necessiti che la ruota torni a girare.

La manifestazione è stata confermata soltanto da poche settimane e ha cominciato a raccogliere adesioni su più fronti, quindi in un certo senso si farà, ma sarà molto diversa da come la ricordiamo e abbraccerà integralmente una dimensione virtuale che ha coltivato negli anni. Lo farà, ovviamente, non per scelta ma per la condizione post (si spera) pandemica che il pianeta avrà raggiunto nel giro di un paio di mesi, eppure non è da escludere che si sarebbe arrivati allo stesso modo ad una situazione simile nel giro di qualche anno, COVID-19 o meno.

Non dimentichiamo, infatti, che è da tempo immemore che l’utilità dell’evento viene messa in discussione; che le defezioni si susseguono in favore di formati più concentrati e più diretti in grado di trasmettere meglio il messaggio delle singole compagnie anziché affollarsi nei feed dei videogiocatori –  anziché battagliare per il loro spazio spesso e volentieri contro player sensibilmente più pronti ad eventi simili, anziché vivere un continuo confronto che nella maggior parte dei casi li vede abbattuti dagli eternamente scontenti e, sempre e comunque, giudicati non tanto per quello che portano, ma per quello che hanno portato gli altri.

Insomma, questo ambiente serve davvero all’industria? E l’industria vuole ancora sottoporsi ad una pratica che da un lato è estremamente divisiva, dall’altra così poco remunerativa di fronte al rischio mediatico a cui li espone? Questo è un genere di osservazione a cui esclusivamente questo primo E3 solo digitale potrà ribattere ma, intanto, c’è una grossa macchina da far ripartire ed è quella dei videogiochi nel 2021.

Salvate il soldato 2021

Non possiamo dire di non essere stati avvisati per tempo: ci era stato detto la situazione del 2021 sarebbe stata di gran lunga più complessa di quella del tragico 2020 a causa della pandemia e stiamo vedendo le ripercussioni di questa profezia, firmata Phil Spencer, nelle nostre vite da gamer ogni giorno.

 

Videogiochi vengono rinviati su una base giornaliera, al punto che abbiamo perso ormai il conto di quanti ne siano slittati e per quanto tempo, solitamente perché abbiano più tempo da passare nel reparto di QA rallentato dal lavoro da casa per evitare disastri à la Cyberpunk 2077 ma non solo; il retropensiero che si aspetti che la generazione decolli in termini di vendite si fa legittimamente sempre più spazio, in considerazione del fatto che di console in circolazione ce ne sono davvero poche e un pubblico da servire, ad esempio, con un Deathloop su PS5 di fatto ancora non c’è.

Ma il calendario delle uscite del 2021 in questo senso la dice davvero lunga sul bisogno di uno shock per l’industria, un settore a cui serve un giro di ruota importante almeno ogni paio di anni per rimettersi in moto – e nel quale quel giro di ruota lo dà l’E3 di turno. A conti fatti, la sola grande uscita, di quelle che mette d’accordo tutti e canalizza l’attenzione del pubblico, con una data accertata è Resident Evil Village, il cui day one si celebrerà – corna facendo – già il 7 maggio.

Il 7 maggio rappresenta le Colonne d’Ercole del gaming: dopo quella data non sappiamo realmente cosa accadrà al mercato, se si passerà rapidamente ad un altro big, quale sarà questo big e soprattutto quando arriverà. Qualche nome sul tavolo c’è, la promessa di vederlo effettivamente nel 2021 pure, ma oltre a quello navighiamo davvero a vista circondati da una nebbia fin troppo fitta.

Quest'anno, più che mai, siamo aggrappati a Resident Evil.

Finora abbiamo avuto una scaletta neanche chissà quanto povera, con titoli discreti e buoni che si sono susseguiti nei primi mesi della stagione 2021/2022: The Medium, Bravely Default II, It Takes Two, Outriders, e la consueta raffica di indie più che degni di attenzione. Ma è stata una fase ovviamente interlocutoria, in cui è mancato un guizzo che forse eravamo già rassegnati (cosa persino peggiore) a non vedere; una fase di passaggio, alla quale però non sappiamo concretamente cosa seguirà.

Il calendario piange e si avverte la necessità di un refresh, perché bene o male siamo in attesa di titoli che sono stati annunciati anni fa, che stiamo aspettando da quella che sembra una vita (che fossero stati presentati o costituiscano dei seguiti scontati, cambia poco) e che sono pure già diventati vecchi nelle nostre menti prima ancora di uscire.

Pensiamo alla situazione complicata di un Halo Infinite, ad esempio: un gioco del quale dovremmo stare godendo ormai dallo scorso novembre e che, invece, è stato rimandato a data da destinarsi prima, al prossimo autunno poi. È questo il genere di produzione che, più di ogni altro, trae beneficio da un nuovo showcase come può esserlo l’E3: deve tornare a farsi vedere e deve farlo in una maniera spettacolare, roboante, deve fare più casino possibile per ripresentarsi come nuovo dopo aver saltato praticamente un anno.

Un'attesa... Infinita.

Ovviamente, non è il solo prodotto che si ritrova e si ritroverà, quando l’E3 sarà su di noi, in una condizione del genere e ciò è dovuto ad una generale stasi che deve essere rotta per molti; una stati che oggi è rappresentata ancora da quel calendario privo in grandissima parte di date, colmo quasi fino a scoppiare di “TBA” che saranno definiti strada facendo, nonostante la speranza che escano nel 2021 si sia fatta più flebile che mai.

Pensiamo ad uno Psychonauts 2, giusto per fare un altro nome noto, che alla fine di aprile è lì a confermare che uscirà nel 2021 (un anno al cui termine mancano pochissimo più di sette mesi), così come ad un seguito di God of War che ancora vuole dare l’impressione di poter farsi vedere e uscire pure – il tutto in un lasso di tempo così stretto che non si addirebbe neppure al più piccolo degli indie.

Tutto quello che abbiamo visto.

La sintesi è che, tra qualche titolo che pare sia in cantiere sotto coperta o potrebbe persino arrivare già nel corso di quest’anno (Forza Horizon 5?) e le tante promesse appese di un lancio nel 2021, una grossa riassestata serva come il pane: non è la prima volta in cui ci ritroviamo in una situazione simile, ma certo è la prima volta in cui facciamo i conti con una condizione globale tanto incerta e, volgendo lo sguardo al player che dovrebbe imprimere quella spinta, con un E3 così debole – per due anni di fila.

Cosa significa un E3 di transizione

Il calendario è dunque piuttosto doloroso da guardare e probabilmente per il 2021 rimarrà grossomodo così, ma non per questo mancano i videogiochi interessanti e delle prospettive, in un anno, pur povero rispetto ai fasti, che ha tante date da fissare e un bel po’ di pericoli da superare.

Il fatto che se ne parli soltanto a giugno restituisce l’idea di come potrebbero esserci un affollamento nella seconda metà dell’anno (qualcosa che non rende mai giustizia ad alcuni dei giochi meno affermati mediaticamente ma comunque meritevoli di spazio), e ulteriori rinvii “silenziosi” con trailer che faranno finta di niente e butteranno lì una data diversa dal preventivato in stile Kena Bridge of Spirits all’ultimo State of Play.

Nintendo ha già fatto sapere che lo rivedremo quest'anno.

In questo scenario, l’E3 2021 non è soltanto un momento di aggiornamento fondamentale per il mondo dei videogiochi ma anche un grosso test, un’occasione per capire se l’evento – in questa forma rivisitata per il “nuovo” coronavirus o nella sua veste ibrida originale post apertura al pubblico – avrà davvero un futuro.

Per ora, la lista dei publisher coinvolti è abbastanza rassicurante: ci sono ad esempio Nintendo e Microsoft – entrambe attese da grandi reveal, come quello del seguito di The Legend of Zelda: Breath of the Wild da un lato, Halo Infinite e si spera qualche gameplay dopo l’esibizione del luglio passato – che terranno alta la bandiera dei platform owner; Ubisoft ha già dato le coordinate del suo appuntamento della linea Forward e Square Enix ha anticipato di avere in programma una propria trasmissione sulla scia del “Presents” di poche settimane fa.

Chiaramente, Sony continuerà a marciare per i fatti suoi e lo farà con la consueta (un po’ subdola, diciamocelo) strategia attendista: avrà abbastanza prevedibilmente un proprio showcase a ridosso della manifestazione, probabile verso la fine di agosto o ai primi di settembre, in modo da poter modulare la sua proposta in base a quanto avranno fatto gli altri editori e soprattutto senza avere necessariamente il fiato sul collo del dover fornire delle date d’uscita esatte – più che God of War, inizia a destare qualche preoccupazione Horizon Forbidden West, per il quale, dovesse essere confermata la finestra di lancio del 2021, fine agosto o inizio settembre potrebbero essere troppo tardi.

E lei?

Ma, al di là delle previsioni in cui è francamente complicato avventurarsi e non vuole essere questa la sede per farlo, il grosso problema è capire cosa significherà per l’evento di un editore – di una compagnia che avrebbe comunque un’illimitata visibilità se viaggiasse per conto suo – fare parte dell’E3 in una veste solo virtuale.

Abbiamo assaggiato qualcosa del genere con la Summer Game Fest del 2020, un’iniziativa pur lodevole di Geoff Keighley – un modo per dare una mano ad un gaming scosso nelle fondamenta dall’assenza della sua più grande manifestazione e un po’ pure ai giocatori, rimasti “da soli” in un momento tanto drammatico – ma che ha mancato di organicità, e picchi che in tanti hanno scelto di tenere per sé e per tempi migliori.

Se l’E3 2021 virtuale dovesse essere soltanto un logo o un raccoglitore su quella scia, è probabile che, nonostante i tentativi corporate di tenere tutto insieme nel nome dell’ESA, non sia destinato a durare, così come un’industria post-pandemia che ha dato dimostrazione di poter vivere senza lunghi viaggi oltreoceano e formule dirette assai meno dispendiose potrebbe farsi delle domande su cosa fare da grande.

La transizione digitale è partita da qui.

Sarebbe spiacevole per una questione affettiva più che altro, per quel grande momento dell’anno e della storia dei videogiochi capace di creare aggregazione, ansie, aspettative; ma è palese (e persino comprensibile) come l’evoluzione del medium stia remando con sempre maggiore forza verso quella direzione, più fresca e veloce: annuncio che domani si terrà un livestream, raccolto e focalizzato su poche notizie che calamitino l’attenzione, non che tra sei mesi ospiteremo una gigantesca conferenza da due ore con la colossale macchina organizzativa che ne consegue da mettere in piedi – e con il rischio che uno sforzo del genere si trasformi in un boomerang se qualcosa dovesse andare storto o disattendere l’hype.

In conclusione

In sintesi, dovessero mancare i botti e optassero i big ancora una volta per un traccheggiamento poco entusiasmante, questa edizione potrebbe certificare l’inutilità dell’E3 – un’osservazione a cui sono già addivenuti Sony staccando la spina in maniera radicale, Nintendo “ritirando” gradualmente il suo impegno (anche se, in quel caso, la sottrazione avvenne per aggiungere chiarezza al messaggio promozionale) e un’altra manciata di publisher che hanno smesso di considerare la conferenza classica come il centro della propria comunicazione.

L'Electronic Entertainment... Experience ha una bella prova davanti a sé.

Quella di quest’anno è un’edizione di transizione e d’emergenza, e deve pensare anzitutto a fare il minimo indispensabile: puntellare un calendario dalle troppe incognite e rimettere in moto un settore che, per natura, ogni paio di anni ha bisogno di un impulso, e che non ha avuto ancora la sua grande settimana di gala dall’inizio della generazione – un’incredibile anomalia per un momento che, in genere, viene celebrato nella pompa magna di teatri pieni e flash dei fotografi.

Al resto, evidentemente, penseremo quando avremo capito cosa significherà davvero un’E3 senza una parte “fisica”: per noi italiani (ed europei, in senso più ampio) è già un’assente storica, ma per chi lo organizza – e soprattutto per chi deve investirci e fa i salti mortali per parteciparvi – è con ogni probabilità la facciata che più di ogni altra cosa ne giustifica l’esistenza.

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