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Sì, sono già passati esattamente sei anni dal controverso Metal Gear Solid V

Il 1 settembre 2015 faceva il suo debutto cross-gen l'atteso Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, un videogioco dal grande nomen omen.

Gli appassionati della serie Metal Gear avevano aspettato quell’1 settembre 2015 con grande impazienza. Quello che avevano visto nel precedente Metal Gear Solid V: Ground Zeroes aveva a suo modo messo l’acquolina in bocca.

Il prologo di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, primo appuntamento di un’evoluzione matura, cruda, convinta delle sue possibilità e dall’approccio aperto della saga di Konami Hideo Kojima, era stato anche l’esordio cross-generazionale del capitolo finale del franchise.

Il 1 settembre 2015, in tutto il mondo meno il Giappone, il Dolore Fantasma fece il suo debutto su PC, PS3, Xbox 360, PS4 e Xbox One. Il suo approccio open world, portato avanti per la prima e unica volta nel franchise, riuscì a dare i natali a un gameplay che fondeva le meccaniche stealth e quelle gestionali, ereditando molta dell’anima di Metal Gear Solid: Peace Walker.

 

Ci si trovava così a scegliere se infiltrarsi di giorno o di notte, a decidere strategicamente il proprio equipaggiamento, ma anche ad arraffare risorse e soldati per il proprio esercito personale, i Diamond Dogs, per la propria Mother Base. Il loop del gameplay era capace di rapire e tutt’oggi i due scenari presenti nel gioco – Afghanistan e Africa – danno la sensazione di essere stati solamente un assaggio rispetto al potenziale che si poteva esplorare.

Ed è probabilmente questo il cuore del dibattito su The Phantom Pain, sei anni dopo: i suoi, probabilmente forzati, vorrei ma non posso. Al di là della brutalità della sua interruzione, che dà bene l’idea di un gioco concepito da separati in casa e degli stracci volati tra Kojima e Konami, il titolo per ammissione stessa dell’autore puntava in alcuni casi sullo shock value più che sulla coerenza con il resto del franchise.

Questo, importante soprattutto per chi si è appassionato al filone narrativo di Metal Gear (molte persone, in effetti) non cambia la brillantezza del gameplay che il gioco proponeva, non sempre supportato da una sufficiente varietà nel level design e nella progettazione delle missioni che si andavano a compiere, alcune fasi molto più riuscite di altre.

Esattamente sei anni dopo, allora, rimane dentro una sorta di dolore fantasma per quello che è stato il canto del cigno di Metal Gear sotto l’egida del suo autore ed è notizia di poche ore fa la chiusura dei server sulle console di ormai antica generazione: un segno incontrovertibile del tempo trascorso, qualora ce ne fosse bisogno.

Metal Gear Solid V fu il primo e unico episodio open world della saga

Oggi, la serie Metal Gear è in soffitta – e a meno di una Konami davvero intenzionata a importanti progetti per esplorare ulteriormente il mondo degli stealth, può essere che sia meglio che ci rimanga – ed è innegabile che molte delle interfacce e delle sensazioni controller alla mano avute in The Phantom Pain siano state portate dalla nuova Kojima Productions nel suo Death Stranding. Probabilmente, ancora di più nella sua Director’s Cut e nel suo focus su azione e stealth.

Non cambia, però, che The Phantom Pain sia ancora in grado di far parlare di sé: le origini di Skull Face sono state solo di recente motivo di discussione, dopo l’uscita de Il Gene del Talento e i miei adorabili meme di Hideo Kojima, e nel giorno del suo sesto compleanno rimane sempre addosso un po’ quella sensazione di cosa sarebbe stato il comunque ottimo MGSV se non fosse nato sotto la luce di un divorzio.

Se volete approfondire i temi di Metal Gear Solid V, potete dare un’occhiata a questo saggio.