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Metal Gear Solid V, com’è nata la discussa scena della jeep con Skull Face? Lo svela Kojima

Com'è nata la scena della jeep di Metal Gear Solid V in cui Skull Face parla dell'idea di abitare una lingua? Lo svela Kojima stesso.

È uscito nel 2015 ma Metal Gear Solid V: The Phantom Pain riesce ancora oggi ad accendere gli animi dei videogiocatori, quando si innescano conversazioni sui suoi contenuti – che siano quelli presenti o quelli abbastanza visibilmente assenti, considerando il taglio che venne mostrato nei video di dietro le quinte che accompagnavano l’edizione da collezione del gioco.

Il canto del cigno della Kojima Productions sotto Konami rimane, al di là di questo, un videogioco stealth godibile e profondo, che non riusciva a tenere il passo, in tutto, alle narrazioni maniacali che Hideo Kojima e il suo team avevano messo in piedi nelle precedenti opere del franchise di Solid Snake e compagni.

C’è però un tema che ha colpito un po’ tutti – tanto chi ha amato incondizionatamente il gioco, quanto chi non ha apprezzato i suoi vezzi di regia o di narrazione: l’idea di abitare una lingua.

La celebre scena della jeep di Metal Gear Solid V

Attenzione: l’articolo che segue contiene spoiler da Metal Gear Solid V: The Phantom Pain. Se non siete arrivati almeno al secondo atto del gioco, vi raccomandiamo di interrompere qui la lettura.

L’idea è quella di Emil Cioran, che parlava di patria proprio come di qualcosa che è rappresentato dalla lingua in cui si abita, più che dal luogo fisico in cui si è nati. Un tema che The Phantom Pain esplorava sotto molteplici aspetti.

All’interno del gioco, infatti, era presente un parassita capace di colpire a seconda della lingua parlata: cosa rimane del nostro modo esprimerci, cosa riusciamo davvero a tirare fuori di noi stessi, quando non possiamo più usare la nostra lingua madre?

Sopra a tutti questi spunti, che proseguivano in diverse parti del gioco, c’era una discussa scena su una jeep, dove Venom Snake e Skull Face si trovavano faccia a faccia. Mentre il primo rimaneva surrealmente muto, il secondo raccontava la sua storia, spiegando di aver iniziato a perseguire i suoi scopi proprio perché privato della sua lingua, quando l’Ungheria si trovò sottoposta prima al giogo tedesco e dopo a quello sovietico, con la sua lingua natia rimasta strozzata in mezzo alle superpotenze.

 

Ma da dov’è nato il piglio di Kojima verso questo tema? A svelarlo è lui stesso, in uno dei saggi presenti in Il Gene del Talento e i miei adorabili meme, la raccolta che abbiamo recentemente recensito, e dove è possibile scoprire nel dettaglio quale opera abbia ispirato il tema della lingua all’interno di Metal Gear Solid V.

Nel suo saggio, Kojima si chiede «è davvero possibile abitare in una lingua altrui?» e rivela che si è posto questo interrogativo quando si è misurato con la Trilogia della Città di K. firmata da Ágota Kristóf.

La scrittrice, nata in Ungheria nel 1935, soprattutto nel suo La terza menzogna si dà ai temi che toccano il suo vissuta: il villaggio natio di Kristóf venne infatti occupato dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale (che imposero il tedesco) e, dopo la liberazione da parte dell’URSS, nelle scuole si cominciò a insegnare il russo.

«A causa della guerra, l’autrice è stata privata dell’ungherese, la propria lingua madre, ancora e ancora. Non solo, ma scrisse i suoi romanzi in una lingua straniera a lei non familiare, che definì ‘lingua nemico’» scrive Kojima, nella traduzione di Davide Campari.

Kojima continua la sua riflessione:

Cosa significa esattamente perdere la propria lingua madre? In Giappone non c’è qualcosa che venga definito ‘lingua ufficiale’. Questo perché praticamente tutti ne usiamo solo una e, dal nostro punto di vista, essa è legata a doppio filo alla nostra identità in quanto popolo.

Se perdessimo la nazionalità che chiamiamo ‘lingua giapponese’, o se a causa di una guerra o di una calamità perdessimo lo Stato o il Paese nel quale viviamo, sarebbe davvero possibile per noi vivere in una lingua altrui? C’è il serio rischio che la nostra nazione vada perduta.

Hideo Kojima

I concetti di Paese, Nazione e Stato sono idee che Kojima ha effettivamente continuato a esplorare anche in Death Stranding, dove il concetto che passa è quello che lo Stato non sia un insieme di persone o di simboli, ma una serie di regole che gli umani decidono di accettare mutuamente, perché ritengono che possa favorire una vita migliore per tutti coloro che accettano di far parte di quella comunità.

Comunità che, come evidenziato dalle riflessioni su Kristóf, si erge a partire da una lingua comune.

Se volete scoprire più dettagli su Il Gene del Talento e i miei adorabili Meme vi raccomandiamo di dare un’occhiata alla nostra video recensione della raccolta di saggi, pubblicata in italiano da 451 in un’edizione che ci ha colpiti in positivo per la qualità, la localizzazione e l’impaginazione.

Nel frattempo, pochi giorni fa Skull Face aveva fatto parlare di sé anche per un artwork che lo mostrava privo delle sue caratteristiche cicatrici, che aveva attirato la curiosità dei nostri lettori nonostante siano ormai trascorsi quasi sei anni dal lancio di The Phantom Pain.

E, sarà perché le peculiarità non mancano, sarà per quel dolore fantasma, eppure di tanto in tanto ci ritroviamo ancora qui a parlare di questo gioco.

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