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Activision Blizzard, nuove accuse: testimonianze dalle mamme lavoratrici e dipendente declassata dopo denunce

Da tempo sotto indagini, Activision Blizzard è messa in discussione da una conferenza stampa e nuove testimonianze sulle discriminazioni.

Nelle prossime ore si terranno i The Game Awards, la grande cerimonia di chiusura dell’anno dell’universo videoludico, ma – al di là delle nomination – Activision Blizzard non ci sarà. A farlo sapere era stato, nei giorni scorsi, l’organizzatore Geoff Keighley, che aveva dichiarato di non poter dare spazio alla compagnia.

Il motivo è presto detto: da diversi mesi, infatti, il gigante statunitense del mondo dei videogiochi è al centro di indagini partite dallo Stato della California, secondo le quali tra le sue mure opererebbe discriminazioni sistematiche nei confronti delle lavoratrici – e non solo.

Le testimonianze non si sono fatte attendere e hanno lasciato di stucco l’industria dei videogiochi, descrivendo quella che è stata definita come «frat culture», un sistema di discriminazione che rendeva difficile – se non impossibile – lavorare serenamente, e fare carriera, per le dipendenti.

Le investigazioni hanno fatto emergere anche l’infausta Cosby Suite, in cui i dipendenti si davano allo svago in compagnia di una foto dell’attore, che è stato accusato di oltre 70 stupri – per cui è stato in prima istanza condannato, salvo poi arrivare all’annullamento della condanna nel 2021, per dichiarati vizi di forma rilevati dalla Corte.

Activision Blizzard ha sede a Santa Monica

Con il tempo, la situazione intorno ad Activision Blizzard ha visto emergere sempre più dettagli: i dipendenti si sono organizzati in degli scioperi per chiedere un miglioramento delle condizioni di lavoro, la compagnia ha annullato la futura BlizzCon dicendo di volersi concentrare sulla lavorazione dei prossimi giochi anziché sullo show e, in queste settimane, anche lo stesso CEO Bobby Kotick è finito al centro dell’accusa.

Secondo gli accusatori, infatti, il dirigente – che aveva dichiarato di voler rendere Activision Blizzard un esempio e paradigma dell’inclusione sul posto di lavoro – sarebbe in prima persona coinvolto nelle discriminazioni e nelle molestie che si sono svolti lungamente negli uffici del publisher.

Mentre le cause legali proseguono, Xbox, PlayStation e Nintendo hanno tutte preso le distanze proprio da Kotick, sottolineando la gravità delle accuse, e anche i The Game Awards hanno dichiarato che non daranno spazio ai giochi della compagnia sul loro palcoscenico, all’infuori delle nomination su cui ovviamente vige il giudizio della giuria.

Tuttavia la questione, in queste ore, si è animata di ulteriori dettagli. Una dipendente della compagnia, Jessica Gonzalez, ha infatti condiviso la testimonianza di un’altra dipendente, Stephanie Lyon, che ha svelato in che modo venissero discriminate sul posto di lavoro le mamme lavoratrici che avevano bisogno di allattare i loro bambini.

I dettagli diffusi da Lyon vanno dall’inadeguatezza dell’ambiente preposto a questa attività all’igiene, passando per il fatto che il loro latte venisse rubato dai colleghi, dopo essere stato messo in frigo – con le mamme che quindi non potevano darlo ai bambini quando ne necessitavano.

A questa vicenda, che sottolineerebbe quindi i comportamenti inappropriati dei dipendenti perfino in questo contesto – da affiancarsi alle precedenti accuse di molestie e discriminazioni, si affianca la nuova invettiva dell’avvocata Lisa Bloom che, in rappresentanza di una dipendente di Activision Blizzard (Christine, di cui non è stato diffuso il cognome) ha tenuto nelle scorse ore una conferenza pubblica per accusare la compagnia, insieme alla sua assistita.

La legale, nota anche per aver rappresentato le vittime in cause come quelle contro Harvey Weinstein, ha sottolineato la testimonianza della sua assistita, che afferma di aver subito molteplici molestie dai suoi colleghi uomini, con le sue segnalazioni che sono rimaste inascoltate dalle risorse umane.

Secondo la testimonianza accolta da Bloom, anzi, chi di dovere in Activision Blizzard avrebbe risposto a Christine che si tratta «solo di scherzi» e che «a livello legale non hanno fatto niente di sbagliato». La dipendente afferma di essere stata insultata, di aver subito commenti sessuali inappropriati e di aver ricevuto inviti sessuali verso i suoi supervisori.

Dopo aver segnalato questi comportamenti alle risorse umane, spiega Bloom, la sua assistita si sarebbe vista negare le premialità che le spettavano in virtù del suo lavoro e la sua posizione sarebbe retrocessa.

 

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Durante la conferenza, l’avvocata Bloom ha sottolineato come il fondo di $18 milioni per ripagare i danni alle vittime di questi comportamenti sia da ritenersi inadeguato, «considerando che ci sono centinaia di vittime», e ha avanzato la richiesta che il fondo per i risarcimenti dei danni alla carriera e alla salute delle vittime arrivi a superare i $100 milioni.

Inoltre, Bloom ha richiesto scuse ufficiali da parte del management della compagnia, e la possibilità che terze parti svolgano le indagini sui comportamenti interni ad Activision Blizzard, anziché qualcuno intestino all’azienda.

Al termine della sua conferenza stampa, Bloom ha invitato altre dipendenti a unirsi alla denuncia di Christine, perché «non vogliamo che rimanga da sola. Lo so che non rimarrà da sola».

In merito alla conferenza dell’avvocata Bloom, Activision Blizzard ha raggiunto Polygon con una nota ufficiale, che vi traduciamo:

«Apprezziamo il coraggio dei nostri attuali e passati dipendenti che si fanno avanti con report sui comportamenti scorretti, e ci dispiace tanto per tutte le vittime delle persone la cui condotta non è stata all’altezza dei nostri valori. Come abbiamo continuato a ribadire nelle nostre recenti comunicazioni, una tale condotta non è concorde con i nostri standard, le nostre aspettative e con quello che i nostri dipendenti raggiungono tutti i giorni.

Nella nostra compagnia o nella nostra industria, o in qualsiasi altra, non c’è posto per la condotta sessuale inappropriata o per le rappresaglie di ogni tipo. Non tollereremo nessun comportamento che non sia allineato con i nostri valori e riterremo responsabili i dipendenti che non saranno in grado di soddisfarli.

La compagnia è determinata a creare un ambiente di lavoro di cui tutti possiamo andare orgogliosi. Siamo sulla via per implementare dei cambiamenti significativi e dei miglioramenti che servano a questo scopo, la struttura e l’efficacia dei nostri team delle risorse umane, i sistemi per le segnalazioni, la trasparenza nei nostri procedimenti di indagine. La sicurezza e il supporto verso i nostri dipendenti, soprattutto verso coloro che hanno sofferto, rimangono la nostra priorità assoluta».

Attendiamo che il procedimento legale prosegua per comprendere come le segnalazioni dei dipendenti – e la presa di posizione dei big dell’industria – possano avere effetti tangibili nella realtà quotidiana dei lavoratori di Activision Blizzard.

Se Blizzard piange, Activision di certo ha ben poco da ridere. La scorsa settimana, infatti, i dipendenti di Raven Software, nel team di QA, avevano riferito di aver ricevuto dei licenziamenti di massa: decine di lavoratori avevano deciso, in segno di solidarietà, di disertare il lavoro. Si è trattato del terzo sciopero in Activision Blizzard dallo scoppio delle cause legali della scorsa estate.

Il caso di Activision Blizzard è uno in mezzo a decine di altri: nei giorni scorsi, un dirigente di PlayStation è stato rimosso dalla sua posizione dopo le accuse di pedofilia che lo hanno coinvolto. Nelle scorse settimane, Paradox Interactive era stata al centro delle segnalazioni dei dipendenti, che avevano reso note le discriminazioni sistematiche.

Emblematico anche il caso di Ubisoft, con le denunce dei dipendenti e la situazione che a oggi, secondo le loro testimonianze sui social, sarebbe rimasta immutata nonostante alcuni cambi al volante attuati dalla casa francofona guidata da Yves Guillemot. I dipendenti Ubisoft, che si erano espressi con rammarico anche sul caso Blizzard, furono a loro volta preceduti dalle discriminazioni denunciate dai dipendenti di Riot Games.

La scorsa estate, infine, il CEO di Tripwire Interactive aveva fatto inferocire i dipendenti della sua compagnia quando si era espresso con giubilo circa le discusse decisioni dello Stato del Texas sull’aborto. I dipendenti avevano sottolineato che il pensiero del dirigente non era affine al loro, e i giocatori avevano deciso – non ritrovandosi nel pensiero di John Gibson – di smettere di comprare i giochi della compagnia, al punto da nasconderli perfino dalle librerie di Steam per non rischiare di comprarli per sbaglio. Mosse che hanno spinto Tripwire a trovarsi un nuovo CEO.