31 gennaio 1997. Ventinove anni fa, in Giappone, Final Fantasy VII arrivava su PlayStation come un meteorite gigantesco, destinato a cambiare per sempre la traiettoria del medium videoludico. Ventinove anni non sono una cifra tonda, eppure hanno qualcosa di profondamente umano: sono l’età in cui smetti di essere giovane per inerzia e inizi a esserlo per scelta.
Forse è anche per questo che oggi Final Fantasy VII fa ancora così rumore dentro. Perché non è solo un gioco che ricordiamo: è un frammento di tempo che continuiamo a portare addosso.
Nel 1997 il mondo era diverso, e non lo dico per quella nostalgia pigra che confonde il passato con un eterno pomeriggio dorato. Era diverso perché il videogioco era ancora, in larga parte, un territorio inesplorato (grazie anche alla prima PlayStation e al miraggio del 3D).
Un giocattolo tecnologico, sì, ma raramente un linguaggio adulto. Final Fantasy VII sfondò quindi la porta con personaggi che portavano addosso il peso di un mondo che stava morendo, e con una regia che, oggi come allora, aveva più coraggio di molta produzione cinematografica contemporanea.
"Non ho intenzione di perdonarmi. Non ancora."
Cloud Strife scende dal treno, l'inquadratura lo segue, l'azione prende il via. In quei primi minuti c’era già tutto: la spettacolarità, certo, ma soprattutto la promessa di un racconto che sarebbe rimasto dentro. Final Fantasy VII parlava di ecologia quando il termine non era ancora una parola da polemica social.
Parlava di capitalismo senza bisogno di LinkedIn (la Shinra non era solo una potente società elettrica). Parlava di identità, di alienazione, di memoria, di lutto come ferita che non si rimargina mai davvero. E lo faceva dentro un sistema di gioco (quello dei JRPG, fino ad allora un genere di nicchia) che non si limitava a supportare la storia, ma la amplificava, la rendeva tangibile.
Rigiocarlo oggi significa accorgersi di una cosa: Final Fantasy VII non è invecchiato come certi capolavori che diventano intoccabili reliquie da museo. È invecchiato come invecchiano le persone che hanno avuto il coraggio di esporsi. Mostra le rughe, le spigolosità, i compromessi tecnici di un’epoca che stava imparando a camminare nel 3D.
Ma proprio per questo è ancora vivo. Perché non è mai stato perfetto, e non ha mai voluto esserlo. Era ambizioso, e l’ambizione, quando è sincera, lascia segni che il tempo non cancella.
Senza possibilità di ricaricare il salvataggio. Senza scorciatoie. Fu un atto di maturità narrativa che molti hanno cercato di imitare, pochissimi di eguagliare. Perché non era un colpo di scena fine a se stesso, ma la conseguenza naturale di un mondo crudele.
E poi c’era la musica di Nobuo Uematsu, che non accompagnava semplicemente le immagini, bensì le completava. Brani capaci di restare impressi nella memoria come certi odori dell’infanzia, pronti a riaffiorare senza preavviso (qualcuno ha forse detto One Winged Angel?). Ancora oggi basta una manciata di note per essere risucchiati indietro, in quelle notti passate a livellare materia, a esplorare mappe che sembravano immense, a leggere dialoghi che riletti oggi avevano una densità emotiva che non avevamo ancora gli strumenti per comprendere fino in fondo.
Final Fantasy VII arrivò anche in un momento storico in cui PlayStation stava ridefinendo il pubblico. Non più solo adolescenti in cerca di riflessi pronti, ma giocatori disposti a fermarsi, a leggere, a sentire. Square (Soft) lo capì prima di molti altri e investì tutto.
Abbandonò Nintendo, scommise sul CD-ROM, scelse la strada più rischiosa possibile. Oggi, in un’industria terrorizzata dall’idea di fallire, quella scelta suona quasi come profetica. E forse è anche per questo che guardiamo a quel periodo con un misto di malinconia e frustrazione: non perché fosse tutto migliore, ma perché sembrava tutto più possibile.
Vent’anni dopo, con il progetto Remake arrivato al suo terzo capitolo attualmente in lavorazione, Final Fantasy VII è tornato sotto nuove forme, riscritto, espanso, talvolta tradito, talvolta illuminato da intuizioni brillanti. È un’operazione affascinante e controversa, che dice molto del nostro rapporto contemporaneo con la nostalgia.
Vogliamo tornare indietro, ma non davvero. Vogliamo rivivere certe emozioni, ma filtrate, spiegate, sezionate. Il Final Fantasy VII originale, invece, non spiegava tutto. Lasciava spazi vuoti. Chiedeva al giocatore di fare un passo avanti, di colmare i silenzi.
Eppure, nonostante remake, remaster, reinterpretazioni e analisi infinite, il cuore pulsante di Final Fantasy VII resta lì, intatto. Sta nella sensazione di smarrimento davanti a un mondo più grande di noi. Sta nell’idea che l’eroe non sia mai davvero puro, che la salvezza abbia sempre un costo, che il passato non sia un luogo in cui tornare, ma una zavorra con cui imparare a convivere. Sono temi che, a ventinove anni di distanza, suonano forse ancora più urgenti di allora.
C’è anche una dimensione personale, inevitabile, nel ricordare Final Fantasy VII oggi. Per molti di noi è stato un primo grande amore videoludico, il momento in cui abbiamo capito che i giochi di ruolo di matrice nipponica potevano farci piangere senza vergogna. Che potevano accompagnarci in una fase fragile della crescita, diventando un rifugio, ma anche uno specchio.
Rigiocarlo significa confrontarsi non solo con Cloud e Sephiroth, ma con la versione di noi stessi che eravamo allora. E scoprire, magari con un certo disagio, quanto siamo cambiati, e quanto invece siamo rimasti identici.
"Non voglio pentirmi di non aver fatto qualcosa, più tardi."
Final Fantasy VII, in soldoni, è un’opera che ha segnato un prima e un dopo, ma che soprattutto ha insegnato a un’intera generazione che il videogioco poteva essere memoria, perdita, identità. In un’industria che oggi parla spesso di passato, ricordare che tutto questo è nato anche da un ragazzo coi capelli a punta, una spada troppo grande e un pianeta che gridava aiuto fa un certo effetto.
Ventinove anni dopo, Final Fantasy VII vive quindi nei nostri ricordi, nelle discussioni infinite su cosa fosse “meglio prima” e su cosa abbiamo perso strada facendo. Vive ogni volta che qualcuno, magari per la prima volta, lo avvia e scopre che sì, i poligoni sono spigolosi, ma le emozioni no. Quelle sono ancora lì, affilate come allora.
E forse il segreto è proprio questo. Final Fantasy VII non è immortale perché è perfetto. È immortale perché è umano. Perché ha osato raccontare un mondo rotto a giocatori che, senza saperlo, stavano imparando a riconoscere le proprie crepe.
E a ventinove anni di distanza, in un mondo contemporaneo sofferente e tormentato da crisi sociali, politiche e climatiche, forse qualche crepa c'è ancora. Ma quella è un'altra storia.