Sekiro: Shadows Die Twice | I Diari del Lupo Grigio: Pagina 15

In questa pagina dei Diari del Lupo Grigio, il Lupo di Ashina esplora le profondità del feudo giungendo in un villaggio misterioso e corroso dall’inganno…

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A cura di Adriano Di Medio - 24 Luglio 2019 - 10:52

Bentornati ai Diari del Lupo Grigio, la run su Sekiro: Shadows Die Twice raccontata come se fosse il diario personale del Lupo. Nella puntata precedente lo abbiamo visto combattere contro un altro boss comunemente etichettato come uno dei più difficili, la Scimmia Guardiana. Il suo viaggio oggi prosegue per le profondità di Ashina, fino a un villaggio ormai compromesso dalle promesse ingannatrici di qualcuno. A fronte della puntata che si preannuncia corposa, lasciamolo parlare.

Giorno 61: Veleno

Non ho voluto neanche tornare indietro per vedere come sta il mio signore: ho semplicemente proseguito. Dall’Idolo dello Scultore sono tornato nell’abisso nero dove le pozze di veleno circondavano la tana del serpente gigante e il tempio di legno. Stavolta invece di tornare dal rettile mi sono avventurato tra le pozze di veleno. A lungo ho arrancato nella melma verde, sentendola penetrarmi nei talloni e risalire fino allo stomaco. Ho resistito finché ho potuto, poi ho lanciato il rampino e mi sono rifugiato in cima alle statue oranti e sagge di monaci buddhisti in meditazione. I nemici non sono molti, ma le caverne claustrofobiche mi rendono l’incedere faticoso forse più del veleno. Arrivato nell’ultima stanza scavata nella roccia viva, a fare da guardia all’uscita ho trovato un altro di quei perversi incappucciati con il fucile. La sua terribile vista mi ha subito scorto e la sua innaturale precisione non ci ha messo molto ad assestarmi terribili pallottole.

Ad aiutarlo vi sono altri due cecchini apparentemente suoi subordinati. Nelle molte volte in cui lo Shirafuji mi uccide riesco anche ad avvicinarmi e a colpirlo, scoprendo che per quanto abbia resistenza a due colpi letali non ha altissima resistenza fisica. Il problema è che i suoi sottoposti sono spesso più veloci di lui. Ma c’è anche un’altra cosa di cui vengo a conoscenza, anche indirettamente: il cecchino-capo cerca sempre di inseguirmi e non ha remore a sporcarsi col veleno. Mentre fuggivo da lui con l’ansia della tossicità che mi si accumulava in corpo, a un certo punto anche il mio nemico si è fermato in evidente sofferenza. È avvelenabile.

Ho continuato a proseguire, scoprendo di nuovo fortunosamente un altro Idolo dello Scultore dietro un’altra statua megalitica. Mi sono riposato e ho ripreso un bel po’ di polvere antidoto di cui fino a questo momento non riuscivo a capire cosa farne. Ne ho presa un po’ e l’ho di nuovo provocato, facendolo immergere nel veleno. A quel punto è stata solo una questione di tempo, per entrambi i colpi letali.

Giorno 62: Nebbia

Ho varcato l’uscita che il cecchino teneva bloccata. Dopo un altro po’ di scalata tra le rocce ormai azzurrognole sono emerso dall’altro lato di Ashina, forse ai piedi del feudo che finora mi ha visto all’opera. Mi ha accolto una nebbia fitta e lattiginosa e un Idolo dello Scultore, che ho subito attivato. Dopo, solo le fiammelle dei piccoli templi votivi mi hanno fornito qualche informazione su dove stessi andando. Procedendo con cautela ho raggiunto uno spesso albero ormai senza foglie, abbastanza grande da sorreggere il mio peso e permettermi di occuparmi del gallo nero selvatico che già minacciava di starnazzare. Un colpo di Kusabimaru l’ha subito dissuaso.

Più avanti ho trovato un falò acceso e un’altra grande statua votiva, che rifletteva la fiamma sotto di sé come se fosse stata d’oro. Ai piedi del falò c’era un uomo calvo e scheletrico, vestito di stracci. Quando gli ho parlato mi ha chiesto se fossi disposto a uccidere qualcuno che è “andato contro al Buddha”. Ormai non meravigliandomi più del fatto che tutti riconoscano il mio mestiere di shinobi, tra un colpo di tosse e l’altro l’uomo mi ha detto che questa persona si nasconde in un tempio abbandonato più avanti. Dice che “ha avvolto il villaggio in ombre e nebbie, per ingannare gli abitanti”. Non ho voluto insistere oltre, parlare sembrava per lui uno sforzo insostenibile a lungo. Mi sono allontanato, facendo tesoro della sua indicazione che “al secondo piano c’è un accesso”.

La nebbia è diventata sempre più fitta. Il tempio di cui parlava quell’uomo emaciato è un edificio antico, collocato nell’unico punto pianeggiante in mezzo a una proliferazione di rocce e scogliere. La nebbia peggiora la situazione, mentre la piatta e sibillina melodia di un flauto mi entra nelle orecchie. A un certo punto scorgo dei soldati muoversi in mezzo al bianco, mi avvicino e constato che non paiono veri: sono letteralmente trasparenti. Eppure rimangono vulnerabili ai colpi mortali, per quanto spariscano nel nulla e ricompaiano dopo un po’. Sono illusioni, ma il fatto che Kusabimaru funzioni anche su di loro mi dà un minimo di forza morale per proseguire.

Ho girato molto a lungo attorno a questo edificio completamente in legno. Il primo piano è sbarrato e me l’aspettavo, ma il tetto a pagoda stavolta non offre appigli utili per il rampino. Salgo sui molti alberi spessi ma rinsecchiti e trovo un’altra via, su una piccola scogliera. Avanzo quel che serve e trovo due scimmie armate di spada e un quello che pare il fratello gemello di Jouzou l’Ubriacone, che appena mi vede molla qualunque cosa avesse in mano e mi aggredisce presentandosi come Tokujiro il Ghiottone. L’assalto è tanto e tale che mi uccide al primo colpo, ma non ho intenzione di mollare. A quanto pare non ha abbastanza potere per impedirmi di andare oltre, quindi quando vi ritorno semplicemente lo evito e sull’orlo della scogliera vedo una parete con le caratteristiche tracce bianche: salto e mi aggrappo. Raccolgo un oggetto e poi con una naturalezza inaspettata lancio il rampino verso un altro albero sulla roccia opposta, che mi fa fare letteralmente il giro e saltare agevolmente sul tetto che non riuscivo a raggiungere. Lo esploro con calma e finalmente trovo l’entrata: è uno squarcio nel secondo piano, causato da chissà quale colpo di artiglieria. Entro e tenendomi in equilibrio sulla trave del solaio guardo di sotto, trovandomi di fronte l’inaspettato.

Presso un altare votivo caldamente illuminato sta pregando un essere inclassificabile. Indossa un kimono rossastro e ha la pelle cianotica, quasi celeste, con tentacoli che gli spuntano da dietro. Con quelle che sembrano le sue braccia “primarie” sta invece suonando un flauto traverso, il che spiega la strana melodia. È circondato da una serie di cadaveri imbalsamati a gambe incrociate. Appena provo ad avvicinarmi si dimostra ostile. Spaventato dal suo improvviso reagire rispondo con una devastante gragnuola di colpi, infliggendogli in pochi attimi ben due colpi letali. Al secondo l’essere letteralmente esplode di bianco, rilasciando una tale quantità di nebbia che avvolge tutto… Facendo svanire nel nulla la prosperità di quella stanza e persino le pareti di legno del tempio, che si rivela nient’altro che una rovina fumante.

Giorno 63: Villaggio

La nebbia è del tutto scomparsa, rivelando che quella intorno al tempio è una foresta piuttosto fitta, invasa dal blu di una notte apparentemente senza fine. La strada però è più chiara e più semplice, essendo spariti anche i soldati fantasma. Quello strano nobile deforme teneva in piedi col solo suono del suo flauto una gigantesca illusione. Ho quindi potuto vedere che in fondo alla radura e alle scogliere c’era un fiume.

Le parole dell’uomo all’entrata di questa foresta parevano non avere senso, ma l’hanno acquisito poco più avanti. Ho risalito il fiumiciattolo e quando ha cominciato a ingrossarsi vi ho trovato un piccolo centro abitato, il Villaggio di Mibu. Un centro dalle grandi capanne, con case fatte di paglia e legno, molto semplice ma allo stesso tempo stranamente “malato”. Mi sono riposato all’Idolo dello Scultore e ho parlato un po’ con un altro mercante della confraternita. Non ha voluto dirmi di più, anche perché una delle ronde è subito arrivata a disturbare: sono abitanti consumati e ingobbiti, alcuni con torce altri con armi rudimentali, forconi o bastoni affilati. Giocattoli pericolosi, visto che mi assalgono contando sul numero e cercando di immobilizzarmi. Per quanto poco resistenti sono troppi e dopo un po’ devo andarmene per evitare di essere sopraffatto.

Alterno il saltare in acqua al passare da un tetto all’altro, scoprendo come nella parte più importante del Villaggio di Mibu ospiti un grande mulino, vicino al quale c’è un Idolo dello Scultore. Non pago della cosa ho continuato a esplorare dopo un breve riposo, fino a trovare uno spiraglio in una delle capanne, abbastanza largo da permettermi di entrarvi. L’interno era semplice e povero, e all’interno vi ho trovato un abitante con un cesto in testa. Gli ho rivolto un breve saluto con la voce, ed è stato incredibilmente sollevato nell’incontrare qualcuno ancora con del senno. Non ha voluto togliersi il cesto dalla testa, ma mi ha comunque spiegato per quanto possibile la situazione. A quanto pare in questo villaggio sono tutti impazziti di punto in bianco, e non sa spiegarsi il perché. Lo era anche lui, ma poi ha rigettato perché aveva bevuto troppo sakè. Ha anche detto che anche il sommo sacerdote offre agli abitanti del villaggio del sakè. Dalle informazioni che mi ha fornito spontaneamente tale sacerdote si trova al santuario, raggiungibile “seguendo la sponda del fiume accanto alla sorgente”.

Giorno 64: Monaca

L’uomo con la cesta in testa non ha voluto muoversi oltre. La sua mente era ancora annebbiata dalla violenza inaudita della situazione, per capire che il motivo della follia collettiva che sta attanagliando questo Villaggio di Mibu è dovuta proprio al Sacerdote e ai suoi giochetti col sakè. Anche il fatto che stia sotto alla sorgente non può che farmi sorgere terribili dubbi, in quanto questa storia delle “acque della sorgente che donano poteri ma poi corrompono” l’ho già sentita fin troppe volte in questo viaggio.

Sono tornato all’Idolo dello Scultore e mi sono riposato, prima di seguire il sentiero. Il retro del villaggio subisce un improvviso inselvatichimento, non c’è nessuno ma torna l’oppressiva atmosfera della foresta notturna. Dopo poco intravedo in lontananza un edificio di legno massiccio e intonacato, che un tempo deve essere stato bianco. Si trova nella sponda opposta del fiume, che in quella parte ha scavato il territorio fino a produrre una scogliera alta qualche metro e larga abbastanza da necessitare la costruzione di un ponte di legno. Mentre mi avvicino a passo sostenuto verso il ponte sento alla mia sinistra un pianto di donna accompagnato a un suono di shamisen. Accasciata in mezzo all’erba alta c’è una strana donna con uno yukata e dal volto coperto. Quando le chiedo che abbia mi chiede dove il sia il suo signore. Al mio rispondere sinceramente subito si infuria e ingaggia battaglia, presentandosi come O’Rin. Un avversario troppo forte, che mi uccide con la sua abilità.

Per quanto comprenda il suo dolore, ho un compito più importante da svolgere. Ritornando dall’Idolo dello Scultore tra l’altro scopro che qualunque mia azione nei miei confronti (che l’ascolti o l’ignori, che le menta o che sia sincero) per lei non sarà mai soddisfacente e in ogni caso tenterà di uccidermi. Ho bisogno di una strada alternativa, che per fortuna trovo abbastanza presto: se mi butto in acqua al mulino dove c’è l’Idolo dello Scultore e risalgo contrastando la corrente riesco ad arrivare al ponte di legno, al quale mi isso col rampino. Con discrezione supero sia un energumeno con il campanaccio e vari altri abitanti storditi dall’acqua e dall’alcol, arrivando finalmente all’entrata del tempio: a manifestarsi è la Monaca Corrotta.

Appare letteralmente dal nulla, un’entità trasparente di aria solida da colore viola. Ha la forza di volontà per resistere a un solo colpo mortale, ma le sue potenti spazzate di naginata che produce mentre con l’altra mano consuma i grani di rosario sono piuttosto inquietanti. Nei fatti Kusabimaru non è fatta per questo tipo di entità, e nonostante possa comunque ferirla non riesce a danneggiarla più di tanto. Mi uccide un paio di volte, prima che mi sieda di nuovo all’Idolo e arrivare alla soluzione più ovvia: utilizzare i consumabili. Improvvisamente tutti quegli oggetti che avevo raccolto e che non ero riuscito ad utilizzare da nessuna parte acquisiscono senso: torno lì, equipaggio la Castagnola Shinobi, suddivido la fuliggine in tante piccole manciate, prendo i Coriandoli Divini e li spargo sulla lama di Kusabimaru bisbigliando un piccolo mantra.

Mi lancio contro lo spettro della Monaca Corrotta. Prima che possa colpire le vado addosso e lancio un pugno di fuliggine, che la stordisce e mi permette di assestare due colpi di spada. I Coriandoli fanno il loro effetto e la mia arma torna a fare un danno normale anche contro questi surreali fantasmi. Lancio un’altra manciata di fuliggine, colpisco di nuovo, ripeto. Con questa strategia riesco a portarle via quasi tutta l’energia, passando poi alle Castagnole. Queste però durano molto di meno, e quando sono finite la monaca mi colpisce violentemente con la naginata mandandomi lontano. L’ultima parte della battaglia diviene quindi una guerra d’attrito, ma sono arrivato troppo lontano e mi butto letteralmente a corpo morto su di lei, finché con le ultime forze non le spezzo la postura e come ogni lupo che si rispetti la trafiggo alla gola: Esecuzione Shinobi.

Le ultime minacce principali di Sekiro: Shadows Die Twice sono state sconfitte in questa pagina dei Diari del Lupo Grigio. Il Lupo ha infatti percorso la via verso il Villaggio di Mibu, in cui non ha avuto che l’ennesima conferma di come gli Ashina si siano incaponiti a cercare di replicare artificialmente il Retaggio del Drago, senza badare ai sacrifici che questo avrebbe richiesto. In effetti Sekiro, malgrado ormai abbia intrapreso una strada tutta sua nella definizione di un universo narrativo, è quello che maggiormente accenna a credi realmente esistenti, come appunto il Buddhismo. Rimanete con noi per le ultime peripezie del Lupo, ormai ci siamo!




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