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Immagine di Sekiro: Shadows Die Twice | I Diari del Lupo Grigio: Pagina 0

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Sekiro: Shadows Die Twice | I Diari del Lupo Grigio: Pagina 0

L’introduzione a un viaggio personale all’interno dell’ultima, severa opera di FromSoftware: Sekiro Shadows Die Twice.

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Avatar di Adriano Di Medio

a cura di Adriano Di Medio

Redattore @SpazioGames

Pubblicato il 28/03/2019 alle 10:10
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Il Verdetto di SpazioGames

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In questa parte introduttiva abbiamo percorso brevemente le origini più “accademiche” e “storiografiche” di Sekiro: Shadows Die Twice. Per quanto per adesso possano sembrare solamente delle informazioni “di contorno”, sono in realtà utili per capire come potrebbe svilupparsi la trama e quale possa essere il contesto autentico in cui si ambienta la vicenda del Lupo e dell’Erede Divino. Anche con così poche informazioni a disposizione è già palese come per la prima volta da anni FromSoftware si agganci in maniera assai più insistente a vicende realmente avvenute, senza però dimenticare una componente più “mitologica” e “folkloristica” che permetta tanto a loro quanto al giocatore un giusto livello di inferenza. Rimanete con noi per la prossima puntata, quando lasceremo la parola al Lupo!

Disponibile su: PC, PS4, XONE

Informazioni sul prodotto

Il 22 marzo 2019 è uscito in tutto il mondo Sekiro: Shadows Die Twice. L’ultima fatica di Hidetaka Miyazaki e dei suoi collaboratori è un’opera spietata ma corretta, capace di aggiungere quel “non so che” che finora solo FromSoftware è riuscita a distillare. Al momento in cui scriviamo l’impatto deve essere ancora del tutto misurato, ma il gioco ha abbondantemente dimostrato la propria eccellenza anche su queste pagine. In questa serie di speciali, scritti come delle pagine di diario, vogliamo raccontarvi il viaggio di Lupo vedendolo da una prospettiva assai personale.

L'inizio del viaggio

Una questione di lettere e sillabe

Tuttavia questa prima “pagina del diario” non sarà un racconto del viaggio. Sekiro: Shadows Die Twice è una traversata fredda e silenziosa sulle macerie di un clan distrutto, in un Giappone feudale lontano sia dal “nonno” Dark Souls che dal “papà” Bloodborne. Sarà quindi d’uopo una breve infarinatura sul contesto (sia vero che fittizio) in cui si ambienta l’avventura del Lupo. È proprio su questo protagonista che si concentra tutta la storia, a partire proprio dal titolo. In giapponese la parola Sekiro è infatti composta da due ideogrammi: Seki è una storpiatura di sekiwan, termine desueto che indica una persona che ha perso un arto. Ro è invece un kanji (alfabeto giapponese dove ogni simbolo può essere ricondotto anche a una parola anziché un fonema o una sillaba) che significa “lupo”. Una traduzione alla buona del titolo sarebbe pertanto Il lupo senza un arto.

Entrambi in ogni caso sono termini abbastanza difficili anche per un giapponese madrelingua: se il vocabolo sekiwanè già di suo non comune, il kanji è notoriamente un alfabeto molto difficile da imparare, essendo composto da circa quattromila ideogrammi. C’è anche da dire che non è inusuale in Giappone utilizzare simili “nomi composti” per titolare delle opere di ingegno. Senza uscire troppo dal contesto videoludico: Hideki Kamiya scelse la parola Okami per titolare la sua avventura con il lupo bianco perché Okami significa “lupo”. Tuttavia tale parola quando scomposta (O-Kami) può essere resa anche come “re dio” o “grande dio”.

La stirpe

L’arte di improvvisare

L’altra grande differenza che fa vivere Sekiro: Shadows Die Twice è il suo farci impersonare non un samurai, ma un ninja. Chiaramente questo è un richiamo all’ispirazione principale dell’opera, ovvero quella saga di Tenchurimasta nel cuore di molti e su cui la stessa FromSoftware ha lavorato (ad esempio con Tenchu Fatal Shadows, uscito su PlayStation 2 tra il 2004 e il 2005). Tuttavia c’è un’altra ragione per cui il ninja è stato preferito al samurai: la sua varietà. Una varietà che si esprime a livello sia d’azione che culturale. Il samurai è infatti assimilabile al nostro cavaliere, quindi un guerriero retto e onorevole che affronta direttamente il proprio nemico secondo un sistema di regole (scritte e non scritte). Una concezione certo fascinosa, ma che quando calata nella realtà poteva essere seguita solo dagli appartenenti a una classe sociale agiata. Non a caso, esattamente come il nostro cavaliere, era più “conveniente” che il samurai fosse vivo piuttosto che morto. Per quanto piccolo era pur sempre un proprietario terriero, quindi con rendite e conseguente potenziale di pagare pegni e riscatti.

Discorso che si ribalta completamente quando invece parliamo dello shinobi. Il ninja (questi due termini sono nei fatti sinonimi in quanto sono i medesimi ideogrammi pronunciati in modo differente) è infatti un militare che rifugge con tutto sé stesso lo scontro diretto, preferendo il silenzio e lo spionaggio. Di conseguenza le sue origini sono assai più umili, e deve arrangiarsi con quello che trova per sfuggire a situazioni spesso seriamente letali. Perché, essendo di origine povera, nessuno si farà né scrupoli né pietà nei suoi confronti. Anche perché la sua condotta subdola è appunto la “nemesi” di quella onorevole del samurai.

Pertanto il ninja deve spesso adoperare la propria povertà in maniera funzionale, applicando alla lettera l’ormai abusato concetto del “fare di necessità virtù”. Le sue armi sono praticamente tutte di origine umile o sono riadattamenti di strumenti originariamente nati per tutt’altro. Così nasce l’impiego ai fini marziali del bastone (bojutsu) e l’invenzione della kusarigama, il falcetto unito a un peso tramite una lunga catena. Entrambi hanno origini agricole, nate dalla regola che i contadini non potevano portare spade. In tal senso una lama lunga era un privilegio che solo un samurai poteva permettersi, mentre a livello quotidiano (poi legalizzato a partire dall’epoca Edo) era consentito portare con sé lame corte ai fini della difesa personale. Ecco quindi come la spada del ninja diviene corta e dritta, cambiando nome in shinobigatana. Un’arte marziale ancora più nascosta ed “estrema” era invece il tessenjutsu, il combattimento con il ventaglio. Chiaramente si trattava di una disciplina prettamente femminile, adoperata soprattutto dalle kunoichi. Il mito su queste ultime ci ha tramandato diversi loro trucchi, come quello di inserire delle sottili lame nelle stecche del ventaglio stesso.

Al chiaro di luna

Il lupo è silente, il drago scruta

Vi sarà bastato osservare Sekiro: Shadows Die Twice anche solo per pochi minuti per capire come tutte queste radici culturali assai si sposino con la condotta di Lupo. Anche solo spulciare brevemente la recensione su queste pagine avrà sortito il medesimo effetto. Nella sua vicenda però tanto la sua devozione quanto le sue capacità “superiori” fanno la differenza rispetto a un morboso attaccamento al realismo. È cosa ovvia come FromSoftware abbia capito che un mondo fantasy va reso credibile tramite coerenza, inventiva e ingegno, e che la storia umana è maestra nell’ispirare contesti e possibilità narrative.

L’elemento narrativo se vogliamo più prepotentemente “fittizio” del contesto chiaramente si ritrova nella protesi del protagonista, che andrà a sostituire il braccio sinistro dopo il prologo iniziale. Dato che l’opera di FromSoftware viene esplicitamente detta ambientarsi nel periodo Sengoku, ci troviamo in un arco di anni che va dal 1545 al 1615. Ciò fa intendere che non vi fossero ancora le conoscenze ingegneristiche per progettare una protesi che potesse totalmente sostituire un arto a livello sia motorio che funzionale. In ogni caso questi settant’anni sono stati un periodo assai intenso e turbolento della storia giapponese, in cui si sono avvicendati figure carismatiche e guerre atroci, atti onorevoli e terribili tradimenti. La curiosità maggiore è però quella che un clan giapponese di nome Ashina è esistito per davvero. Le informazioni a riguardo sono comunque poche, in quanto il clan stesso ha avuto vita assai breve: la loro scomparsa come entità politica è datata 1589. In quell’anno subirono una terribile sconfitta da parte del daimyo Masamune Date. Quest’ultimo è divenuto col tempo una figura caratteristica del periodo Sengoku, noto anche con il soprannome Dokuganryu (letteralmente “drago da un occhio solo”) perché aveva perso un occhio in battaglia. Oggi è comunemente dipinto come un sovrano sì illuminato, ma anche ambizioso e militarmente spietato. Masamune fu anche uno dei primi feudatari giapponesi ad avere contatti con il cristianesimo, e una lettera che scrisse a papa Paolo V è tuttora conservata a Città del Vaticano.


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