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Prince of Persia, la Sabbia e la Fiamma – Parte 3 – Speciale

La terza e ultima parte della retrospettiva su Prince of Persia, dal debutto su settima generazione ai giorni nostri: il riavvio, il debutto al cinema e poi il buio.

Aggiornamento 13 settembre 2020: in occasione dell’annuncio del remake di Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo, riproponiamo la nostra retrospettiva dedicata alla saga Ubisoft, a partire dal primo episodio.

Bentornati a La Sabbia e la Fiamma, la retrospettiva dedicata a Prince of Persia. Le avventure del Principe sono iniziate con la creatività di un singolo uomo, quel Jordan Mechner che lavorava al rotoscopio, e sono poi proseguite con la Ubisoft e il grande successo della Trilogia delle Sabbie. Ma dopo tutta questa prosperità, in questa puntata conclusiva dovremo parlare di come, almeno per ora, il Principe non abbia ancora avuto il suo lieto fine.

Il reboot mitologico: Prince of Persia del 2008

Riprendiamo da dove avevamo lasciato: nel 2005 la cosiddetta Trilogia delle Sabbie venne chiusa con Prince of Persia: I Due Troni. Ormai liberi dalla costrizione della pubblicazione annuale, Jean-Christophe Guyot e i suoi ragazzi ebbero finalmente il tempo fisico per cominciare a ragionare. La settima generazione di PlayStation 3 e Xbox 360 era infatti ormai alle porte, e anche all’interno di Ubisoft non mancavano i team già concentrati su di essa. Di nuovo, ecco come la storia del Principe si intreccia con il suo “figlioccio” che lo supererà: Patrice Désilets ha infatti trasformato quello zoppicante Prince of Persia: Assassins in Assassin’s Creed, grazie a un team di centoventi persone. La sua ambizione si sarebbe coronata con la pubblicazione del gioco nel 2007.

Ma prima di quella fatidica data, nei meandri della Ubisoft si resero conto di come la visione di Désilets fosse tanto ambiziosa quanto azzardata, e che sarebbe stato un errore puntare solo su quella. Guyot e i suoi quindi incamerarono una versione molto modificata del motore grafico Scimitar (scritto appunto per AC e poi rinominato a tempo debito Anvil) e cominciarono a pensare a un reboot per Prince of Persia. I lavori veri e propri partirono nel 2006, divenendo presto chiaro che il modo migliore per far andare il brand “oltre le Sabbie” fosse l’instaurazione di un gameplay collaborativo tra il Principe del giocatore e un altro personaggio controllato dalla IA. Dopo una lunga serie di “legami scartati” (fratelli maggiori, padre e figlio) arriva l’intuizione banale ma necessaria di una principessa emancipata, Elika. La sua relazione con il Principe viene costruita sul contrasto (lei ligia al dovere e alla propria missione, lui girovago tombarolo dalla battuta facile) ma il loro rapporto prima di collaborazione e poi di avvicinamento viene reso in una perfetta parità. La dedizione alla costruzione di questo legame è totale, tanto che i tratti di fantasy mitologico della trama generale vengono sì inclusi, ma alla prova dei fatti poco approfonditi.

Piccoli figliocci crescono… troppo

Chiamato semplicemente Prince of Persia, l’ultima creazione di Guyot uscì nel 2008, riscuotendo però sia vendite che pareri contrastanti. Ciò che portò la critica alla positività fu il gameplay collaborativo (l’introduzione di un personaggio paritario era effettivamente l’unica autentica mancanza del brand), con idee di design per i tempi notevoli e quasi “progressive”, come l’eliminazione del game over e l’enfatizzazione dei duelli singoli. La critica ne applaudì anche l’estetica e il cel-shading “sporco”, classificandoli come tra i più audaci e stilisticamente azzeccati degli anni Duemila. Come rovescio venne però evidenziato lo “snaturamento” del protagonista, ormai “Principe” solo nel nome. È però a livello di pubblico che avvenne il vero stravolgimento: Prince of Persia riuscì a piazzare le sue due milioni di copie nei primi due mesi di distribuzione, ma ci si rese ben presto conto come il “figlioccio” Assassin’s Creed si avviava a divenire un “mostro” troppo più grande. Ad aprile del 2009 infatti il primo capitolo della neonata saga di Désilets, pure con tutti i suoi difetti, sfondò il tetto delle 8 milioni di copie. Guyot e i suoi non ebbero il tempo fisico di mettere insieme qualcosa di concreto per il sequel che nell’autunno dello stesso anno uscì Assassin’s Creed II, il quale si rese responsabile di un cambiamento epocale nella videoludica a cui, probabilmente, nessuno era pronto.

Oltre a ciò, il reboot di Prince of Persia capitò in mezzo a un’altra manovra: le discutibili politiche di Ubisoft in materia di contenuti scaricabili, all’epoca terreno inesplorato un po’ per tutti. Ci sarebbe “caduta” anche l’avventura di Ezio (con i due contenuti La Battaglia di Forlì e Il Falò delle Vanità), ma in sostanza ciò che causò grossi malumori sia a stampa che utenza fu il fatto che molti contenuti pubblicati digitalmente da Ubisoft di fatto restituivano la sensazione di essere sequenze del gioco originale estrapolate dal prodotto finito per poi essere rivendute a parte. Nel caso di Prince of Persia la cosa fu ancora più “grave” perché a essere reso scaricabile fu l’epilogo della vicenda. Pubblicato digitalmente a marzo del 2009, Prince of Persia Epilogue proseguiva la storia dopo il cliffhanger del gioco originale, mostrando la fuga dei due da Ahriman attraverso le rovine di un palazzo sotterraneo. Il contenuto non ebbe successo, tanto che Ubisoft decise non solo di non pubblicarlo su PC, ma neanche di ripubblicare la classica edizione “completa” (Game of the Year) per il gioco.

Ritorni di fiamma: Prince of Persia Le Sabbie Dimenticate

Un pallido tentativo di portare avanti un reboot ormai tristemente pericolante si ebbe a fine 2009 con Prince of Persia: The Fallen King per Nintendo DS. La sua trama vedeva il Principe separarsi da Elika e proseguire la sua lotta alla Corruzione di Ahriman con l’alleato estemporaneo Zal. Chiaramente non c’era una vera e propria prosecuzione della trama generale della serie, forse era uno spin-off con l’intenzione (tra le altre) di guadagnare tempo. Un tempo che però si stava dimostrando infinito: Ezio Auditore stava registrando risultati incredibili, e l’anno successivo avrebbe raggiunto il traguardo delle 10 milioni di copie. Chiaramente gli sforzi Ubisoft si concentrarono sul portare avanti la nuova proprietà intellettuale di successo, e il destino di Prince of Persia cominciò a essere seriamente in bilico.

A dare l’ultima possibilità videoludica al brand fu, stranamente, un paradossale ritorno alle origini: il cinema. Indiscrezioni per una “incursione al cinema” di Prince of Persia si andavano rincorrendo fin dal 2004, a seguito del successo del seminale Le Sabbie del Tempo. Oltre a concedere i diritti sulla serie, i dirigenti Ubisoft mettono al lavoro Guyot e i suoi ragazzi su un videogioco a tema Prince of Persia che possa sfruttare l’onda lunga del film. Per evitare di etichettarlo come banale tie-in viene però deciso di scrivere una storia originale, riprendendo l’universo narrativo delle Sabbie del Tempo. Chiaramente l’ormai conclusa trilogia non viene riaperta, ma piuttosto si opta per un midquel ambientato tra primo e secondo capitolo (tra i quali infatti c’è uno stacco di sette anni).

Nasce così Prince of Persia: Le Sabbie Dimenticate, che esce in tutto il mondo a maggio del 2010 e per buona parte delle piattaforme allora esistenti (PlayStation 3, Xbox 360, PC, Wii, Nintendo DS e PlayStation Portable). La trama vedeva il Principe raggiungere e poi aiutare il fratello Malik, finito a sua volta in mezzo a una brutta vicenda che coinvolge la liberazione di un esercito non-morto appartenuto nientemeno che al re Salomone. Nel compito il Principe viene assistito dalla Djinn Razia e da alcuni poteri basati sugli elementi. Malgrado qualche buona idea (come la possibilità di congelare cascate e spruzzi d’acqua per trasformarli in appigli utili alle acrobazie) il gioco risente del poco tempo a disposizione in un’avventura che, che oltre a durare molto poco, chiaramente non può neanche modificare lo status quo di una trilogia già conclusa.

Principi al cinema: Prince of Persia Le Sabbie del Tempo

L’uscita del videogioco e quella del film di Prince of Persia sono avvenute praticamente in contemporanea, ma era abbastanza palese che stavolta era sul cinema che si riponevano le maggiori speranze. Le intenzioni erano veramente serie, visto che l’iniziativa era partita dal produttore Jerry Bruckheimer, ai tempi sulla cresta dell’onda grazie al successo planetario di Pirati dei Caraibi. Ben presto si scoprì che Disney si sarebbe occupata della distribuzione, e per non snaturare troppo la cosa venne chiamato alla sceneggiatura nientemeno che Jordan Mechner. Il buon Jordan aveva sempre sognato di trasporre sul grande schermo la sua creatura; nonostante un film d’animazione fosse più nelle sue corde, non resistette alla tentazione e si mise al lavoro. Per il soggetto, Mechner decise di ripartire proprio da Le Sabbie del Tempo, il cui titolo venne mantenuto anche per questo adattamento cinematografico. Pure se la sceneggiatura fu comunque rimaneggiata nel 2006, è nello scrivere queste pagine che finalmente Mechner si decise a dare un nome al suo Principe, ovvero Dastan. Potremmo quasi dire che fu una scelta obbligata, visto che rendere il protagonista senza nome è qualcosa che, a differenza del videogioco, nel cinema non funziona molto.

Il ruolo del Principe viene alla fine accettato da Jake Gyllenhaal, con invece Ben Kingsley nel ruolo dell’antagonista. L’inseguimento della Clessidra e il Pugnale del Tempo aggira l’azione “a stanze” per riprendere i tratti dell’azione ai limiti del chiassoso che avevano appunto fatto la fortuna dei live-action Disney di quel decennio. A fronte di una trama inevitabilmente più family-friendly viene costruita una versione più “fantasy” della Persia, rifacendosi sia a produzioni precedenti (come Aladdin, indimenticato classico Disney di Musker e Celements del 1992) sia omaggiando con alcune inquadrature e personaggi anche Assassin’s Creed.

Malgrado Prince of Persia – Le Sabbie del Tempo abbia avuto la sua fetta di successo, incassando il triplo dei costi e segnando il record per i ricavi più alti mai fatti da un film basato su un videogioco (record poi battuto da Warcraft – L’Inizio nel 2016) viene accolto abbastanza freddamente dalla critica, che lo considera un film che propugna un intrattenimento “di mestiere”, perdendo l’ironia dell’originale in battute stucchevoli. Tra l’altro lo stesso Jake Gyllenhaal ha recentemente ammesso di essersi pentito di averne ricoperto il ruolo di protagonista.

Siamo arrivati alla fine di questa retrospettiva. Quella di Prince of Persia è una storia che si dipana per oltre trent’anni di videoludica, segnando sia la storia della videoludica che quella di Ubisoft, della quale fu una delle proprietà intellettuali più redditizie. Ma di cui allo stesso tempo ha subito molti alti e bassi, passando per indimenticabili capolavori fino a essere soppiantata in maniera inaspettata da quell’Assassin’s Creed che in origine era solo uno spin-off. Pure se il Principe ha avuto il suo successo anche al cinema, di nuovo Ubisoft ha deciso di accantonarlo in funzione del rinnovamento degli AC.

Alla fine il reboot del 2008 non ha avuto la gloria desiderata, per quanto negli anni sia a sua volta diventato un piccolo cult. Tuttavia, nella situazione attuale è difficile capire che cosa deciderà di fare Ubisoft per questa sua serie: stando alle dichiarazioni recenti una sua prosecuzione è improbabile nell’immediato futuro. Ma come ha più volte dimostrato nel corso di questi trent’anni, il Principe non svanisce ne buio, ma lo attraversa per tornare più forte di prima.

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