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Artista di Ubisoft non ne può più: lanciare i giochi è «un’esperienza orribile» a causa di molti giocatori sui social

Joe Hobbs, lead prop artist presso Ubisoft Annecy, ha denunciato sul suo account l'odio che devono affrontare gli sviluppatori sui social.

Purtroppo, non è la prima volta che ci ritroviamo a parlare sulle nostre pagine delle molestie e delle difficoltà che gli sviluppatori di videogiochi devono affrontare sui loro canali social. Solo pochi giorni fa avevamo parlato dei molestatori che avevano inviato immagini esplicite a una sviluppatrice di Sony Santa Monica nella speranza di ottenere la data di lancio di God of War: Ragnarok (potete prenotarlo su Amazon), ma l’elenco è molto lungo.

A tornare su come le persone, e purtroppo molti videogiocatori, si comportino online è stato ora Joe Hobbs, Lead Prop Artist presso Ubisoft Annecy, che senza mezzi termini ha espresso il suo rammarico per il fatto che, a causa della parte tossica della community, lanciare un gioco sia spesso un’esperienza orribile a causa delle reazioni.

Come spiegato da Hobbs in questo lungo thread, infatti, molto spesso i giocatori molestano gli sviluppatori con odio senza nemmeno rendersi conto di interagire con altre persone in carne e ossa. Oltretutto, non sanno chi si occupa di cosa, riducono quelle persone al solo lavoro che svolgono e rendono impossibile essere più aperti sui social network, se quello che deriva da una maggior apertura è dover avere a che fare con comportamenti molesti, intimidatori o maleducati.

Nelle parole di Hobbs:

«Come sviluppatore, far uscire un gioco dovrebbe essere la parte più entusiasmante, ma i social media e in generale il modo in cui i giocatori si sentono legittimati la rende un’esperienza orrenda per tutti noi che parliamo in pubblico dei giochi in cui siamo coinvolti.

Ho ricevuto minacce di morte in passato per il mio lavoro su The Division 2. È una cosa inaccettabile».

Hobbs ha spiegato che «la parte ridicola è che i giocatori si lamentano che gli sviluppatori non comunichino con loro, ma sapete cosa succede quando lo facciamo? C’è l’esempio recente di Destiny 2. Poi ci sono quelli che ‘aggiustate il gioco’, che magari dicono a un artista ‘sistema il matchmaking’ e cose così».

Purtroppo, con una empatia spesso inesistente, molte persone continuano a martellare contro gli sviluppatori anche quando questi parlano delle loro vicende personali:

«Qualche mese fa un tizio ha postato in merito a sua madre che non si sentiva bene, e metà dei commenti erano ‘torna a lavorare’, ‘sistema il gioco’. Vogliono che siamo più comunicativi e aperti, ma guardate cosa succede quando lo siamo. […] Sui social ci sono un sacco di sviluppatori che non dicono nemmeno a cosa lavorano perché hanno paura delle ripercussioni».

Hobbs ha anche sottolineato come «gli streamer e i content creator che prosperano con i contenuti di reaction e che hanno reazioni eccessive alle cose in modo da fare visualizzazioni rendono le cose molto peggiori», perché il pubblico che segue questi content creator in alcuni casi va poi a riversare l’odio per la reazione delusa. Pesa anche il modo in cui vengono messi in ridicolo i difetti di un gioco, su chi di quel gioco ha realizzato anche solo una minima parte.

«Stiamo parlando di persone reali, con un lavoro che svolgono tutti i giorni, come chiunque altro. Non abbiamo bisogno di queste stron*ate» ha aggiunto Hobbs nella sua lettera aperta. Lettera conclusasi, peraltro, con l’artista che raccomanda agli sviluppatori di disattivare i loro profili social per le settimane dopo un lancio, «riposatevi e ricaricate le batterie dopo lo sforzo del debutto. Le persone diranno cose tossiche a prescindere da cosa facciate».

Molti fingono di dimenticare che sui social network interagiscono con altre persone in carne e ossa

Nemmeno a dirlo, il thread di Hobbs ha scatenato risposte indignate da parte delle persone che ritengono di poter insultare liberamente il prossimo, al punto che l’autore ha dovuto aggiungere che «le risposte che mi stanno arrivando aprono gli occhi, se già non ve n’eravate resi conto. Pensate poi che sono un generico tizio bianco, immaginate come sarebbero state le cose se fossi stato una donna, o una persona di colore, o parte della comunità LGBTQ+. Sarebbe stato ancora peggio ed è terrificante».

Non è mancato nemmeno qualcuno che ha proposto a Hobbs come soluzione all’odio sui social quello di… non avere una presenza sui social. Ricorda un po’ quelli che raccomandano di non avere un’auto per non farsela rubare, senza scomodare analogie ancora più spiacevoli.

«Se ti rendi identificabile su Twitter, con le tue informazioni personali, ottieni il bello e il brutto che ne deriva» giustifica questo utente, con Hobbs che gli ha fatto notare che anche gli sviluppatori, come chiunque altro, dovrebbero essere liberi di esprimersi su qualsiasi piattaforma «senza paura di ricevere minacce di morte, punto».

Come dicevamo in apertura, è purtroppo solo l’ennesimo caso di comportamenti tossici di alcuni videogiocatori (molti, purtroppo) sui social. Nei giorni scorsi, Ron Gilbert aveva annunciato la chiusura dei commenti sul suo blog in seguito agli insulti personali ricevuti per Return to Monkey Island.

Prima di lui, Naughty Dog (attrici comprese) aveva ricevuto minacce e offese di ogni sorta per le decisioni prese nella narrazione del suo The Last of Us – Parte II, mentre gli sviluppatori di Cyberpunk 2077 avevano dovuto disattivare in alcuni casi i loro account perché presi d’assalto dopo il deludente lancio del gioco su console, dopo le minacce di morte per il rinvio.

Vale sempre la pena ricordare, nella speranza che quanto prima non ce ne sia più bisogno, che dietro ogni account su un social network c’è una persona in carne e ossa. Gli sviluppatori lavorano duramente per creare i videogiochi che amiamo – e lo fanno sia quando i giochi escono bene che quando escono meno bene. Nessuna delusione autorizza a una caccia allo sviluppatore, all’insulto e alla molestia, mai.