World End Syndrome, dieci ragazze per me

Un'estate calda ma con qualche brivido

Recensione
A cura di DottorKillex - 23 Luglio 2019 - 12:00

L’estate è arrivata, e con essa ondate di caldo soffocante… e inspiegabili omicidi.
No, aspettate, non stavamo parlando necessariamente della vostra estate (e nemmeno della nostra, almeno finora…) ma di quella dei ragazzi protagonisti di World End Syndrome, ultima visual novel in ordine di tempo pubblicata in Europa dagli infaticabili ragazzi di Pqube, decisi a farsi davvero un nome nel campo della localizzazione di prodotti provenienti dal Sol Levante.
Dopo aver speso un sorprendente quantitativo di ore con la nostra copia review in versione PS4 (ma il titolo è disponibile anche per Nintendo Switch), siamo pronti a dirvi se vale la pena spendere le vostre agognate ferie in una ridente cittadina del Giappone contemporaneo.

World-End-Syndrome

Un’estate diversa dal solito

La vita a diciassette anni dovrebbe essere tutta rose e fiori, senza preoccupazioni derivanti dal lavoro, dai rapporti sociali, dalle bollette e dall’affitto da pagare: eppure, non tutti riescono a godersi gli anni dell’adolescenza, a volte perché si complicano la vita per nulla, a volte perché la sfortuna si accanisce su di loro.
Quest’ultimo è il caso del protagonista di World End Syndrome, che, dopo una immane tragedia familiare, cerca riposo per le membra e per l’anima in una ridente cittadina della provincia giapponese, Mihate Town, nel tentativo di passare un’estate diversa dal solito.

La vista dell’oceano, l’inedita routine giornaliera, i nuovi compagni di classe sembrano far bene al protagonista, che, visti i buoni rapporti intrapresi, decide finanche di iscriversi ad uno dei club scolastici, quello denominato “Tribal Studies”. Appassionati di misteri ed antiche leggende, i membri del gruppo si mettono ad investigare sulla leggenda degli Yomibito, non morti che, a cadenza secolare, tornano dal regno dei trapassati per spargere sfortuna e tragedie in quello dei vivi.

Stando ad una serie di indizi raggranellati qua e là, il centenario dell’ultima venuta degli Yomibito cade proprio durante il mese in cui sono ambientate le vicende del gioco, e la misteriosa sparizione di due studentesse della scuola lascia pensare che ci sia di più dietro a quella vecchia storia di zombie e fantasmi.
Sebbene la premessa narrativa che sottende a World End Syndrome sia abusata e ritrita, soprattutto in ambito visual novel, e nonostante la partenza sia estremamente lenta, con un prologo lungo quasi cinque ore, il plot riesce a destare curiosità nel giocatore, anche se appare subito evidente come il vero focus della produzione, più che far venire i brividi al giocatore, sia quello di farlo innamorare di una delle compagne di club del protagonista.

World-End-Syndrome

Il bizzarro cocktail che compone la produzione Toybox comprende, infatti, tre sottogeneri differenti, ovvero lo slice of life, con sprazzi di vita quotidiana atti ad approfondire i personaggi e a sviluppare attaccamento nei loro confronti, il romance, con la possibilità di corteggiare cinque differenti ragazze, ognuna delle quali possiede un finale dedicato, e il mystery, con storie di folklore oscure e l’alone della morte a fare da spauracchio.

Alla fine della ventina abbondante di ore impiegate per raggiungere quello che riteniamo essere il True Ending, se dovessimo suddividere in percentuale la quantità di ognuno di questi ingredienti, diremmo che i primi due sono presenti al quaranta per cento, lasciando al terzo un misero venti.
Sottolineiamo questo aspetto perché la godibilità del prodotto e il livello di gradimento, al di là del voto indicato a fine pagina, saranno strettamente connessi all’affezione che il giocatore potrebbe sviluppare per le ragazze del Tribal Studies Club.

Da parte nostra, crediamo che l’elemento misterioso avrebbe meritato maggiore spazio, non solo per la bontà della scrittura ma anche perché avrebbe contribuito a diversificare maggiormente il prodotto dalla nutrita schiera di concorrenti. Nondimeno, ci siamo lasciati coinvolgere dal racconto soprattutto grazie a personaggi ben scritti (seppure abbastanza stereotipati) e a scenari davvero incantevoli, che rappresentano un cambio di registro notevole rispetto all’ambientazione metropolitana della maggior parte dei congeneri.

Indietro nel tempo

Pur senza cimentarsi con i paradossi temporali che hanno contribuito a rendere Steins;Gate una delle migliori visual novel sul mercato, World End Syndrome gioca con il tempo e con la possibilità, seppure indiretta, di riavvolgerlo, così da rivivere un determinato giorno in maniera differente.
Al termine di un lungo prologo introduttivo, in cui la struttura di gioco si rivela assai più lineare di quanto poi non diventi durante il resto dell’avventura, al giocatore è concesso come impiegare il suo tempo, suddiviso in spezzoni temporali che comprendono attività scolastiche, extracurricolari, tempo libero ed uscite con gli amici.

Una volta selezionata sulla mappa di Mihate una delle località disponibili, il giocatore vi accederà ed assisterà ad una delle scene con uno o più dei personaggi di supporto, sviluppando, a seconda della scena e di alcune semplici scelte, la relazione con questi ultimi.

Il gioco tiene traccia di tutti gli eventi già visualizzati, consentendo di saltare in maniera abbastanza agile tutti i dialoghi a cui si è già assistito, ma la struttura di fondo rimane abbastanza ripetitiva: ognuna delle cinque ragazze con cui è possibile intessere una relazione romantica può vantare un suo finale dedicato, che va poi ad intrecciarsi con gli altri, come un mosaico di un puzzle, per svelare infine il mistero più grande.

Sulla carta, l’idea funziona, favorendo la rigiocabilità e lasciando per ultime le rivelazioni più scioccanti riguardo al mistero degli Yomibito, ma, nei fatti, i meno avvezzi al genere, o coloro che non gradiranno particolarmente l’ambientazione o le prime sette o otto ore di gioco, potrebbero fermarsi al primo finale, sebbene questo precluda loro la gran parte dei contenuti e il vero finale delle vicende.

Da appassionati del genere, avremmo probabilmente visualizzato tutti i finali disponibili anche senza l’obbligo di farlo per la stesura di questa recensione, perché il cambio di registro e di ambientazione rispetto agli ultimi congeneri giocati era sufficiente per tenere vivo il nostro interesse, ma è innegabile che la particolare struttura ciclica del prodotto potrebbe non incontrare i favori di tutto il pubblico.

Mollare World End Syndrome dopo la prima, parziale schermata finale sarebbe un peccato, comunque, perché, al netto dei continui ammiccamenti e di alcune schermate pruriginose tipiche delle otome visual novel di stampo giapponese, ci sono personaggi interessanti tra i membri della scuola di Mihate e non, e la parte misteriosa della vicenda, cui avremmo concesso maggior spazio, dimostra il talento del team di scrittori al soldo dello sviluppatore giapponese.

C’è del buono, quindi, nella produzione, ma ci sono anche margini di miglioramento che ci fanno sperare non solo nella pubblicazione di un eventuale seguito ma anche nel suo arrivo sui lidi occidentali, non così scontato dato il genere di appartenenza.

Scenari mozzafiato

Promosso senza riserva alcuna, invece il comparto tecnico, spesso tralasciato in questo genere di produzioni e qui di pregevole fattura: le ambientazioni sono incantevoli, e ci hanno fatto venir voglia di allontanarci da Tokyo durante la prossima visita in Giappone, così come è apprezzabile che moltissimi dei fondali siano animati, restituendo una sensazione di vitalità, quasi li si potesse toccare attraverso lo schermo.

Il character design è buono ma non stupefacente, e pesca a piene mani dalla tradizione di genere giapponese, con personaggi non troppo distanti da canoni preconfezionati che tutti gli appassionati conosceranno fin troppo bene.
A proposito di appassionati, coloro i quali seguono la giovane scena delle visual novel in occidente avranno già inteso che World End Syndrome non comprende una localizzazione nella nostra lingua, limitandosi alla traccia originale giapponese per il doppiaggio (peraltro molto ben recitata) e ai sottotitoli inglesi.

Nonostante l’inglese in questione ed i temi trattati non siano particolarmente complessi, ci sentiamo quindi di sconsigliare il prodotto a quanti non si sentano pienamente a loro agio con la lingua della Regina Elisabetta.

La versione Playstation 4 da noi testata non ha denunciato bug di alcun tipo o problemi nel codice, e come anticipato due paragrafi più sopra, la longevità complessiva si attesta tra le venti e le venticinque ore, a causa della controversa scelta di rendere il vero finale disponibile solamente dopo cinque run di minore durata, al completamento del corteggiamento di tutte le compagne di club del nostro alter ego digitale.

+ Ambientazioni incantevoli
+ Elemento misterioso intrigante...
+ Cast di ragazze piacevole
- Struttura di gioco un po' ripetitiva
- ...ma relegato ad un ruolo secondario

7.5

A fronte di una struttura pensata per assicurare un’elevata rigiocabilità, che, però, rende necessario rigiocare larghe porzioni di gioco già viste, World End Syndrome riesce a proporre una storia accattivante e dei personaggi ben scritti, che fanno il paio con una serie di ambientazioni di rara bellezza.

Il peculiare incrocio tra una otome ed una mystery visual novel funziona, sebbene ci siano esponenti assai più profondi e dotati di storie più originali sul mercato: coloro i quali li avessero già spolpati, e volessero passare un’estate diversa dal solito (non solo in senso figurato), potrebbero comunque dare una possibilità al prodotto Toybox.

La relativa linearità del plot e la mancanza di elementi di gameplay particolarmente articolati rendono World End Syndrome particolarmente adatto ai neofiti, che potrebbero intraprendere da qui un percorso alla scoperta di questo sottovalutato genere videoludico.




TAG: world end syndrome