The Division 2 Recensione – Fa tesoro degli errori e guarda al futuro

More of the same, o qualcosa di più per l'MMO shooter di Ubisoft?

Recensione
A cura di Valentino Cinefra - 18 Marzo 2019 - 12:22

Nel 2016, quando The Division irrompeva sul mercato, i cosiddetti games as a service (che qualcuno, oggi, inizia a chiamare gaas) esistevano già, ma ancora non erano così inflazionati, o comunque sia non ci eravamo abituati così tanto alla loro presenza. Overwatch usciva in quell’anno, ed è vero che c’erano i grandi classici sempre di Blizzard come WoW ed Hearthstone, mentre Destiny già da due anni aveva reinventato la formula del looter shooter con il suo mix di Borderlands, Mass Effect, Halo, portandola online nella speranza di creare il famoso (o famigerato, visto l’esito) mondo condiviso dalla durata decennale. Nel 2019, i games as a service sono ormai una realtà consolidata, talmente tanto redditizia che interi publisher decidono di ignorare del tutto l’offerta single player offline, per dedicarsi a questo tipo di produzioni.

E vista la varietà, ma soprattutto la quantità, dell’offerta, non è mai semplice giudicare un prodotto di questo tipo per chi è dal nostro lato della barricata. Voto subito o dopo? Recensione in corso? Speciali di approfondimento? E l’endgame? E se il gioco ora non è un granché ma ha del potenziale, come lo si comunica ai propri lettori?

In questo, The Division 2 ci rende il compito facile, una volta tanto. Ubisoft Massive riesce nell’impresa – raramente portata a termine con efficienza dagli sviluppatori – di offrire fin dal day one un titolo già completo, in grado di far spendere 40 ore di gioco per completare il 93% delle attività presenti all’interno di esso (queste le nostre statistiche di gioco, nel momento in cui scriviamo), con un endgame dalle ottime potenzialità, e soprattutto dando ad ogni contenuto all’interno del gioco un suo peso specifico. Negli ultimi giorni vi abbiamo parlato del primo impatto col gioco, di come gestire le armi e l’equipaggiamento, e di come districarvi tra le tante possibilità offerte da The Division 2 fin da subito. Vi consigliamo di recuperare quegli articoli, prima di continuare con la lettura della recensione.

Ubisoft Massive impara dagli errori del passato e della concorrenza, e con The Division 2 sceglie la strada sulla carta più semplice, ovvero quella di riproporre ciò che funzionava del The Division classe 2016, e di tirare una riga rossa su cosa invece era completamente fuori fuoco. Quindi, per facilitare il compito a voi lettori e rispondere alla domanda che, più spesso, ci siamo sentiti e sentiamo rivolgere in questi giorni, come si rapporta questo titolo al suo predecessore? Se avete giocato The Division e non vi è piaciuto, qui non troverete niente che vi possa far cambiare idea. Se l’avete giocato e vi aveva un po’ stancato valutate bene l’offerta di Ubisoft Massive perché, alla base, alcuni fattori dell’esperienza di gioco sono molto simili. Se invece avete giocato fino all’ultimo minuto dei contenuti aggiuntivi dell’originale, o semplicemente non vedevate l’ora di rituffarvi nello shooter a mondo aperto del publisher francofono, The Division 2 potrebbe rappresentare un’evoluzione notevole di quell’esperienza.

The Division 2

Sette mesi dopo il Veleno Verde

L’unico modo per dare un senso ad un sequel di The Division, che proponeva uno scenario post-pandemico in una Manhattan colpita nel suo periodo di massima espressione capitalistica, ovvero il Black Friday, era cambiare completamente direzione. Sette mesi dopo, quindi, in piena estate, gli agenti della Divisione devono occuparsi degli effetti della pandemia a Washington, cuore pulsante della politica statunitense. Il Veleno Verde, nome che i media hanno affidato alla Chimera Variola, si è ovviamente diffuso ed anche Washington è stata colpita duramente dall’attacco bio-terroristico. Qui, però, la Divisione ha bisogno di recuperare le basi, prima di poter sferrare l’offensiva finale per riprendersi il Campidoglio (banalmente, la missione conclusiva), ed il primo incarico è quello di ripristinare la rete SHADE, la super infrastruttura di intelligence che sostiene le operazioni del gruppo.

Questo pretesto narrativo è, se vogliamo, la chiave di lettura di buona parte della direzione artistica di The Division 2. Se nell’episodio ambientato a New York l’azione di gioco era più compassata, a tratti anche lenta, e in generale molto silenziosa e calma, Washington è il teatro di una guerriglia urbana continua, in quella che a conti fatti è una vera e proprio giungla urbana. Urla, grida di guerra, schermaglie e proiettili che volano, già semplicemente girovagare per la città vi farà sentire all’interno di uno scenario in cui tutto può succedere da un momento all’altro. Come detto più volte in fase di approccio al titolo, mai termine fu più adatto di “giungla urbana”.

Sette mesi di degrado hanno reso la città uno scenario al confine tra Platoon ed Io Sono Leggenda, con il verde cittadino che in alcuni momenti prende completamente il sopravvento della città, ed animali come cani, cerbiatti e vari roditori che fanno capolino, il più delle volte spaventati dai rumori delle sparatorie. Da questo punto di vista, anche con il completamento del titolo alle spalle, possiamo dire che la scommessa di Ubisoft Massive è stata vinta. Certo, la New York fantasma innevata ha un suo fascino che ancora oggi è distintivo, ma The Division 2 riesce a spostare la proverbiale asticella, più che ad alzarla o raggiungerla, e lo fa coadiuvandosi di un gameplay perfettamente coeso con il mondo di gioco.

The Division 2 Giungla Urbana

La giungla urbana di Washington è anche un coacervo di cose da fare e che succedono. Dimenticatevi quindi gli scontri casuali di Manhattan, perché in The Division 2 ogni cosa che farete è propedeutica a qualcosa. Gli scontri sono stavolta della Attività, con la lettera maiuscola perché servono a potenziare l’Insediamento di un determinato quartiere che, alla liberazione dello stesso dalle forze ostili delle fazioni che hanno occupato la capitale, potranno consolidare la propria posizione e darvi la possibilità di compiere missioni secondarie, così come le casse SHADE, che una volta raccolte vi doneranno la valuta che serve a comprare i Vantaggi per il personaggio e le varianti alternative delle Abilità (i gadget). Come accennavamo nell’introduzione, The Division 2 è uno di quei titoli, nello specifico online, in cui il giocatore non ha mai la sensazione di compiere qualcosa di inutile. In quaranta ore abbiamo sempre fatto qualcosa di diverso, e collezionato talmente tanto loot che il pensiero di ripetere una missione per farmare è parso un ricordo degli albori dei videogiochi online. E questo, per un titolo che porta via molto tempo, è un obiettivo di non poca importanza da raggiungere.

Chiudendo il discorso sull’atmosfera e l’impatto artistico e visivo di The Division 2, Ubisoft Massive si riconferma estremamente competente nel world building. Gli interni sono, ancora una volta e forse anche di più che nel predecessore, curati in maniera certosina sia per l’estetica quanto per il level design. Ognuno degli scenari che si andranno ad esplorare durante la storia è curatissimo, evocativo e pieno di dettagli, del tutto coerenti e mai raffazzonati. La narrazione secondaria di The Division 2, quella fatta di registrazioni audio, filmati di avvenimenti importanti, murales, messaggi lasciati in giro qua e là (alcuni anche molto interessanti dal punto di vista politico ed ideologico), ed alcune missione secondarie, supera di gran lunga e spesso quella principale. La trama è all’inizio galvanizzante nelle intenzioni, coadiuvata da un’azione di gioco che tiene sempre il giocatore sulle spine come vedremo, ma non decolla mai. Non che l’originale The Division fosse troppo più appassionante in termini di narrativa, ma in questo caso non ci sono personaggi memorabili, men che meno boss o capi-banda anche un minimo caratterizzati o capaci di incutere timore, e soddisfazione quando vengono sconfitti. The Division 2 ha un grandissimo carisma, a dimostrazione che i creativi di Ubisoft Massive hanno talento, ma è spesso sprecato da una narrazione inconsistente (dove, ancora una volta, troviamo l’anacronistico pretesto del protagonista muto che annuisce solamente, di tanto in tanto, annientando il coinvolgimento). Vi consigliamo di esplorare la lore attraverso gli archivi nei menù di gioco, perché ci sono tanti racconti ed informazioni molto interessanti.

Prima di passare al gameplay, parliamo della nostra esperienza su PlayStation 4 classica. Siamo a fine generazione, inevitabilmente, e The Division 2 è un titolo che mette alla prova fin troppo l’hardware di Sony. In generale, più si allontana lo sguardo dalle vicinanze dell’avatar di gioco e più vengono a galla i problemi. I modelli dei personaggi sono ben realizzati, con animazioni recuperate in toto dal precedessore, così come la gestione dell’illuminazione ad esempio, che è di grande effetto e come detto poc’anzi il colpo d’occhio generale sulla Washington post-pandemica è soddisfacente, grazie a colori caldi ed un meteo dinamico (pioggia e foschia) che influiscono esteticamente e nella pratica, limitando la visuale. Le magagne più importanti riguardano alcuni effetti particellari, come le fiamme dinamiche o su superfici che non sono piane, che sono realizzate in maniera approssimativa, ed un sempre presente e vistoso caricamento delle texture, quelle degli elementi in lontananza ma a volte anche a portata d’occhio. Su console, il titolo gira a 30fps molto solidi, e dobbiamo fare un plauso ad Ubisoft Massive perché, ad esclusione di un bug che ha colpito per qualche ora i giocatori PS4 che causava il crash del gioco, non abbiamo avuto nessun tipo di malfuzionamento o problema nell’infrastruttura di gioco, con giusto un paio di episodi di lag e nessun intoppo nel matchmaking, sia prima che dopo il day one.

Screen division

The Division 2, armi e bagagli verso Washington

Nei nostri speciali di approfondimento della scorsa settimana vi avevamo già anticipato parecchi dettagli sulle novità di The Division 2, andiamo quindi a fare un rapido excursus di quello che vi serve sapere.

La mappa di Washington è suddivisa ancora una volta in quartieri, dove il fulcro centrale è ovviamente la Casa Bianca. La residenza del Presidente degli Stati Uniti d’America è il quartier generale della Divisione, dove è possibile comprare, vendere e creare equipaggiamento, potenziare il proprio personaggio e perfezionare la build, provare le armi al poligono di tiro, sbloccare vantaggi per la Zona Nera, e tanto altro. Per il resto della citta oltre ai soliti rifugi stavolta ci sono anche Avamposti ed Insediamenti. I primi sono una sorta di checkpoint, controllati da una delle tre bande che infestano la città (Iene, Reietti e True Sons), che una volta liberati a seguito di una violenta schermaglia (a volte di difficoltà molto elevata) vi garantirà del buon bottino e la possibilità di sfruttarlo per effettuare lo spostamento rapido. Gli Insediamenti, invece, sono ben più complessi, perché grazie alle azioni compiute all’interno del quartiere saranno in grado di mostrarvi missioni secondarie (alcune si possono scoprire anche in modo autonomo), donarvi progetti per il crafting e mostrarvi la posizione delle casse SHADE.

Dal punto di vista narrativo gli insediamenti cambieranno anche visivamente a seconda delle operazioni che compierete, e degli strumenti che donerete. Col tempo verranno costruite delle colture per far crescere del cibo sano, verrà potenziata l’elettricità ed il rifornimento di acqua, ma verranno create anche delle zone per bambini, aree ricreative e bar. Il tutto non fornisce niente in termini pratici, a parte gli elementi già menzionati, ma contribuisce a creare un senso di compiacimento per gli obiettivi raggiunti, ed annulla del tutto la sensazione di perdere tempo a compiere degli incarichi fini a sé stessi. Gli scontri casuali si trasformano in schermaglie, salvataggio di ostaggi, bande che controllano un territorio ed è necessario estirpare (spesso combattono anche tra di loro), e così via. La Washington di The Division 2 è viva, ed anche solo esplorarla regala sempre delle sensazioni positivi.

Missione The Division 2

Passando al gameplay nudo e crudo, The Division 2 recupera le dinamiche di shooting del predecessore in tutto e per tutto, compresa una certa omogeneità del feeling delle armi, ma questo non è mai voluto essere un titolo dal gunplay realistico e, ad un certo punto, è anche difficile volersi aspettare di più. Stavolta, però, le Abilità (ovvero i gadget) possono essere selezionati in totale autonomia dal giocatore. Non inizierete quindi per forza con lo Scanner, ma potrete equipaggiare il vostro agente come meglio credete. Tornano la Torretta, lo Scudo Balistico, la Mina a Ricerca, l’Impulso (il citato scanner), con nuove opzioni offensive e varianti. A questi si aggiungono l’Alveare, una sorta di granata che può aiutare gli alleati; il Drone che può attaccare gli avversari o supportare gli alleati; la Lucciola, un utile drone in grado di accecare gli avversari o far esplodere gli elementi dello scenario ad esempio; il Lanciatore Chimico, che rilascia sostanze curative, oppure in grado di incendiare l’aria o corrodere le corazze altrui. Ognuno di questi gadget ha delle varianti, che per la prima volta va scelta con dei punti speciali accumulati completando le missioni principali, e successivamente richiede 5 punti SHADE per acquistarne una variante (i punti servono anche a sbloccare i Vantaggi, i classici perk passivi). The Division 2 offre quindi una grande varietà d’approccio, anche se col tempo alcuni gadget si riveleranno meno performanti di altri, o almeno adatti solo a particolari tipi di situazioni.

The Division 2 riesce a tenere spesso sulle spine, inoltre. Il time to kill è stato notevolmente abbassato, per giocatori ed avversari, e grazie al nuovo sistema che gestisce la corazza ed i punti vita (la prima si rigenera con uno speciale kit, che richiede di perdere qualche secondo e stare immobili, mentre i secondi si recuperano non subendo colpi per un po’), anche una singola scelta sbagliata durante le sparatorie possa decretare, a qualsiasi livello di gioco, la fine dell’Agente. Tiene sulle spine anche grazie al level design di cui sopra, ed anche ad una costruzione generale delle sfide sempre interessante. Ogni mappa, delle missioni principali o secondarie che siano, ha sempre quel qualcosa che spinge ad andare avanti. Una volta siamo in un teatro con le balconate che vanno a fuoco, poi in un corridoio stretto ed alto, oppure al piano terra di un centro commerciale assediati da avversari in posizione rialzata, oppure in una grandissima strada tra le principali di Washington con pochi ripari e possibilità di spostarsi. Sebbene in The Division 2 lo scopo sia sempre quello di annientare orde di nemici, magari difendendo un luogo/oggetto/persona nel frattempo, c’è sempre la voglia di andare avanti e scoprire cosa c’è dopo.

In questo senso è interessante fare una breve parentesi sulla IA. A livello di gestione delle opzioni offensive siamo nella media, nel senso che non brillano né per intelligenza e né gli avversari sembrano dei decerebrati. Le tre fazioni, le furiosi e folle Iene, i guerriglieri Reietti ed i paramilitari dal fascismo facile True Sons hanno tipi di unità diversi, alcuni pattern di attacco caratteristici (alcune Iene, ad esempio, si fanno esplodere come dei kamikaze), ed in generale pur non rappresentando dei brillanti strateghi fanno di tutto per incalzare il giocatore, non farlo respirare, dimostrando un’aggressività notevole.

Equipaggiamento

Endgame, Zona Nera ed il futuro di Washington

Chiudiamo la nostra analisi di The Division 2 parlando dell’endgame e di tutto ciò che non concerne l’avventura principale. Promettendovi di riparlarne anche nell’immediato futuro, la inseriamo all’interno della valutazione della recensione perché, di fatto, abbiamo avuto modo di saggiare l’offerta messa sul piatto da Ubisoft Massive, e avendone appresa la struttura di base ci teniamo ad inserirla nella valutazione. C’è la modalità Conflitto, un classico PvP a cui si può accedere dalla Casa Bianca, su arene decidate e con modalità di gioco ad hoc; la Zona Nera; i contenuti endgami legati alla fazione Black Tusk.

Se Conflitto è un PvP senza troppi crismi (che in fase di recensione non abbiamo provato per la poca popolazione del server) parliamo della Zona Nera, che sostanzialmente invariata nel suo meccanismo PvEvP, ma con una modifica fondamentale. Nel caso ci si scontri con degli altri avversari umani, l’equipaggiamento verrà “normalizzato”, per citare la terminologia del gioco. In buona sostanza, tutti i giocatori potranno scontrarsi ad armi pari in termini di caratteristiche del personaggio. Nonostante le potenzialità dell’offerta, il difetto più grande della Zona Nera di The Division era proprio il fatto che i giocatori con un equipaggiamento più avanzato facessero la parte dei leoni all’interno della ZN, annientando di fatto chiunque altro. Così, la ZN è sempre, per tutti, una sfida alla portata, dove le uniche differenze stanno nelle capacità speciali di armi ed equipaggimento (che stavolta possono contenere le mod, come per le Abilità). Ovviamente ritorna anche tutto l’impianto degli Agenti traditori, stavolta più stratificato ed ancora più remunerativo per chi riesce a vivere la vita del voltagabbana, con la possibilità di uccidere gli altri Agenti e rubare il loro prezioso bottino prima che venga estratto dalla ZN.

End Game

L’endgame di The Division 2 è sorprendente, con dell’ottimo potenziale ed un unico “ma” su cui indagheremo prossimamente. A seguito della missione finale, Washington verrà invasa dalla Black Tusk, una nuova fazione che tornerà a portare scompiglio per la città. Ma per prima cosa, il vostro Agente avrà a disposizione tre Specializzazioni tra cui scegliere, e che potrà cambiare a piacimento. Si tratta di un albero aggiuntivo di abilità che sblocca un’arma (lanciagranate, balestra esplosiva, fucile da cecchino con munizioni pesanti), una mod ed una granata, tutte quante esclusive per la Specializzazione. I punti potenziamenti, che si otterranno giocando, si potranno spendere su ognuna di queste tre, visto che la scelta fatta non è vincolante.

Poi, Avamposti ed Insediamenti verranno occupati in maniera dinamica dalla Black Tusk, ed alcune zone della città diverranno delle Roccaforti (ce ne saranno anche alcune durante l’avventura principale). In buona sostanza, una quarta fazione si unisce alla baraonda, e andrà a sostituire tutti gli scenari delle missioni principali con delle versioni a difficoltà incredibilmente aumentata. Nemici corazzati, con mini-tank quadrupedi che strizzano l’occhio a Metal Gear Solid, pieni di equipaggiamento come droni e le malefiche machinette esplosive, in quanti maggiori e molto più aggressivi. Di fatto è come ritrovarsi come di fronte ad un altro gioco, con altrettante decine e decine di ore di gameplay. Proprio per questo può risultare stimolante, perché le missioni sono molto difficili e richiedono di preparare un’ottima build (fortunatamente si possono creare più set personalizzati) e di giocare con grande sinergia con gli alleati. Dall’altro lato, si tratta di ripercorrere gli stessi scenari affrontando “solo” dei nemici più forti ed aggressivi, e viene da chiedersi quando, e se, questa soluzione potrebbe venire a noia. Di sicuro, Conflitto, Zona Nera e le missioni Invasione della Black Tusk offrono da subito una mole di contenuti che non ci aspettavamo, con la questione delle Specializzazioni che offre senz’altro un nuovo stimolo a giocare.

+ Sound design strepitoso
+ Direzione artistica sempre sul punto
+ Gameplay perfezionato, level design brillante
+ Contenuti ed attività generosi, progressione di gioco fluida e stratificata
- Trama ben raccontata ma priva di mordente
- Quache piccolo inciampo tecnico
- Esperienza di gioco che per alcuni può risultare ripetitiva
- Endgame promettente, ma potrebbe stancare prima del previsto?

8.5

The Division 2 impara dai suoi errori ed offre un’esperienza di gioco corposa, attenta alle necessità del mercato dei games as a service e di quelle dei giocatori, grazie ad una Washington piena di contenuti ed attività, ed un endgame che si prospetta davvero molto interessante. Certo, gran parte della formula ludica, quella dello looter shooter in terza persona con sistema di copertura, è mutuata direttamente dal precedessore. Quella parte che, di fatto, rendeva The Division un titolo godibile. Di sicuro, se avete apprezzato il precedente lavoro di Ubisoft Massive, in questo caso troverete tutto ciò che sentivate mancare in precedenza. Invece, se queste esperienze rischiano solo di sembrarvi ripetitive all’apparenza, The Division 2 potrebbe effettivamente non convincervi, nonostante tutto ciò che c’è di buono.




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