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Persona 5 Royal: il re è tornato – Recensione

La migliore versione del migliore JRPG su PS4

Atlus è una software house a cui piace strafare: non solo può vantarsi di aver confezionato alcuni tra i migliori JRPG di tutti i tempi, ma anche di essere capace di migliorare giochi già di altissima qualità con delle riedizioni con i fiocchi.
Era successo su PS2, con Persona 3 prima e Persona 3 FES poi, ancora su PS2 con Persona 4 e poi su Vita con Persona 4 Golden, e adesso…
Adesso è finalmente l’ora di rispolverare uno dei migliori giochi di ruolo giapponesi di tutti i tempi, a circa tre anni dal debutto, per vedere se la versione Royal mantiene gli altissimi standard settati dalla release originale.

Tra Jung e la cultura pop giapponese

Persona 5 Royal

Piattaforma:
PS4
Genere:
gioco-di-ruolo
Data di uscita:
31 Marzo 2020
Sviluppatore:
Atlus
Distributore:

L’intreccio alla base di Persona 5 Royal è il medesimo visto nel gioco di tre anni fa, e, nemmeno troppo sorprendentemente, conserva tutto lo charme ed il fascino che aveva già mostrato al tempo del debutto: il giocatore veste ancora i panni di Joker, un adolescente introverso e apparentemente problematico, che in realtà è incline a fare sempre la cosa giusta, a prescindere dalle conseguenze.

Per questo motivo è costretto a scontare un anno di rieducazione, ospite di un amico di famiglia che si è offerto di dare al nostro un tetto: i primi giorni a Tokyo sono traumatici per un ragazzo di provincia, si sa, ma pian piano, grazie anche all’appoggio di Ryuji, l’occhialuto protagonista si ambienta, prende confidenza con la città ed i suoi mille svaghi e, soprattutto, scopre di non essere l’unico ad avere degli insospettabili poteri.
Inutile attardarci più di tanto sul plot: chi avrà avuto modo di apprezzarlo tre anni or sono ne scoprirà risvolti inediti, magari sfuggiti durante la prima run, e potrà godersi la nuova localizzazione; nel contempo, tutti coloro che lasciarono Persona 5 sugli scaffali (fisici e digitali) per colpa della mancata traduzione nella nostra lingua scopriranno una storyline matura, moderna, che non ha paura di trattare temi attuali e per nulla abituali in ambito videoludico (dal bullismo alle molestie sessuali), raccontata con la consueta maestria a cui le opere di Katsura Hashino (Persona 3, Persona 4, Catherine) ci hanno abituato.

Persona 5 Royal è, nel contempo, rappresentazione dell’io nascosto dentro ognuno di noi, specchio della società contemporanea (giapponese e non), tra tecnologia portatile e trivialità delle azioni quotidiane, è simulazione di vita, in cui gestire al meglio il proprio tempo e i propri rapporti interpersonali, e, soprattutto, è narrazione fluida, mai banale, capace di parlare tanto ai coetanei degli eroi che compongono il cast principale quanto agli adulti, che magari hanno figli e si troveranno, tra qualche anno, ad affrontare certe tematiche in prima persona.
Questo zibaldone di citazioni pop, musiche orecchiabili, scambi di battute estremamente ben scritti si appoggia poi su un’interfaccia snella e stilosa, una delle migliori che abbiamo mai visto all’interno di un videogioco, che rende semplici e veloci tutte le azioni possibili, dalla risposta ad un messaggio in chat fino all’equipaggiamento.

Persona 5 Royal ripropone inalterato lo stile clamoroso che impattò sul mercato tre anni fa, e che, da allora, tantissimi titoli hanno seguito con riproduzioni pedisseque anche se non sempre riuscite: non c’era, d’altronde, alcun motivo per cambiare.
Oltre a migliaia di dialoghi mai noiosi, a sotto-trame talmente ben scritte che meriterebbero degli spin off dedicati e a personaggi che rimarranno a lungo nella memoria e nel cuore del giocatore una volta finita l’avventura, Persona 5 Royal aggiunge un semestre ed una protagonista inediti, esclusivi di questa versione, il cui merito principale è di inserirsi perfettamente nella narrazione e nello stile complessivo del titolo, senza risultare aggiunte posticce come spesso accade con i contenuti post-lancio.

Kasumi Yoshizawa, la ginnasta che frequenta il primo anno della Shujin Academy e che si unisce ai Phantom Thief in questa nuova versione, si incastra perfettamente con le personalità già presenti, e porta in dote un Palazzo del tutto inedito e una sua storyline personale che, oltre ad aggiungere ore di gioco al già spropositato monte longevità, arricchiscono notevolmente il background narrativo della produzione.

Come se non bastasse, il semestre aggiuntivo garantisce un considerevole aumento delle attività extrascolastiche da portare a termine, con la possibilità di intessere nuovi rapporti interpersonali e, soprattutto, di portare quelli già presenti nel gioco base in una direzione del tutto nuova, esplorando nuove possibilità ed assistendo a dialoghi e scene inedite, elemento da non sottovalutare per quanti, come noi, avessero già speso decine di ore con il titolo del 2017.

Paradossalmente, nonostante siano i nuovi fan quelli a cui Persona 5 Royal sembra volersi indirizzare, saranno proprio coloro i quali hanno amato alla follia il titolo base a provare una fantastica sensazione di essere tornati a casa dopo qualche anno, ritrovando amici e luoghi amati, proprio come farebbe uno studente fuori sede al ritorno nel paesello natio.
Pochissimi titoli nella relativamente breve storia del medium videoludico sono riusciti a creare una tale empatia con personaggi di finzione, e Persona 5 Royal, come anche alcuni dei suoi predecessori diretti, rientra in questa ristretta cerchia di eletti.

Tentare di migliorare la perfezione

Atlus lo ha già fatto: dopo la straordinaria accoglienza ricevuta tanto dal terzo quanto dal quarto capitolo della serie, è riuscita a migliorare prodotti già di eccellente fattura, pubblicando versioni estese con contenuti inediti, aggiustamenti e ribilanciamenti al gameplay.

Non c’è quindi da stupirsi se, nonostante la bontà del lavoro svolto solo tre anni or sono, Persona 5 Royal rappresenta la versione definitiva del capolavoro della software house nipponica, che aveva sì il vantaggio di poggiarsi su una base solidissima, ma non si è seduta sugli allori ed è andata a rimettere mano anche ad aspetti che, in tutta onestà, a noi piacevano molto già prima.

Un esempio su tutti? Le boss fight: già fonte di stupore e di turpiloquio durante la prima run, queste rappresentavano alcuni tra i momenti più alti della produzione, grazie ad un livello di sfida sensibilmente più sostenuto rispetto agli scontri regolari e all’eccellente design dei combattimenti in sé, tra avversari che cambiavano forma (e moveset), puzzle ambientali da risolvere per uscire vincitori e un complesso sistema di debolezze e resistenze elementali da padroneggiare.

Ebbene, sin dal primo Palazzo, Persona 5 Royal sfoggia boss fight rivedute e ancora più godibili che in passato, con un nuovo bilanciamento delle debolezze e nuove mosse a disposizione dei boss, capaci di cambiare le carte in tavola anche per quanti avessero ancora fresca nella memoria la prima run: c’è da stare sempre in campana, e, a memoria, anche la difficoltà si è leggermente innalzata, visto l’aumentato numero di fasi di alcuni di essi.
Come le boss fight, anche i Palazzi hanno goduto di un’attenzione particolare: l’aggiunta di nuove aree esplorabili ne amplia il tempo richiesto per il completamento e l’introduzione del rampino, dopo qualche ora di gioco, porta un graditissimo elemento di verticalità del tutto assente nella release del 2017.

Le aree collegate ai dungeon tramite il rampino nascondono tre semi della volontà per dungeon, oggetti che consentono di recuperare SP, ovvero i punti magici, che finivano un po’ troppo rapidamente nel gioco base e potevano essere recuperati solamente tramite l’utilizzo di particolari oggetti, abbastanza costosi.
Sembra un’inezia, ma la possibilità di vedere riempita di nuovo la barra dei propri SP spinge ad utilizzare a cuore un po’ più leggero la magia durante gli scontri regolari, aumentandone la varietà e la spettacolarità.

Questi sono solo i primi due dei molti esempi che potremmo fare: per amor di sintesi, non ci soffermeremo nuovamente sulla descrizione delle meccaniche di gameplay del titolo (per un’analisi più approfondita delle quali vi rimandiamo alla nostra recensione originaria), quanto, piuttosto, sulle novità inserite in questa nuova edizione.

Detto di Kasumi e del nuovo semestre, segnaliamo l’introduzione di una nuova zona esplorabile, che va ad aggiungersi alle precedenti fermate della metropolitana da un certo punto del gioco in poi: parliamo di Kichijoji, che supera in grandezza tutte quelle inserite nel gioco base.
Qui, con la collaborazione di una Morgana assai meno intransigente rispetto a tre anni fa, quando ci costringeva ad andare a dormire assai più spesso di quanto avremmo voluto, il giocatore può esplorare le strade dello shopping, con nuovi negozi e nuove merci acquistabili, nuovi social hub, come un locale jazz (con due tracce dedicate pazzesche!), la possibilità di cimentarsi con biliardo e freccette e finanche quella di meditare in un tempio buddista.

Ovviamente, ognuna di queste attività, oltre ad aumentare la durata complessiva e ad offrire un diversivo dalla campagna principale, va ad influire direttamente sulle performance in combattimento dei personaggi, aumentando le singole statistiche base di qualche punto, garantendo oggetti aggiuntivi o, in alcuni casi (come le summenzionate freccette), incrementando i danni inflitti negli attacchi di gruppo o nel Baton Pass.
Dulcis in fundo, il covo dei ladri, una zona in cui giocare a carte, a freccette, ascoltare la musica della maestosa colonna sonora del gioco o sbloccare colorazioni e personalizzazioni estetiche.

Un’appassionata autocelebrazione del brand e di tutto quello che Persona 5 ha significato non soltanto in termini puramente ludici ma anche di immagine e di brand, quest’area di svago aumenta quella sensazione di simulatore di vita che contribuisce a calare ancora di più il giocatore nei panni di Joker, tra esami da affrontare e relazioni interpersonali da gestire.

Eppure, nonostante la bontà e l’abbondanza delle aggiunte fin qui descritte, il motivo principale per cui dovreste giocare a Persona 5 Royal non è insito in nessuna di esse: piuttosto, riguarda la qualità intrinseca di ognuna delle parti che compongono il tutto, dalla scrittura alla direzione artistica, dal sistema di combattimento alla colonna sonora, passando per l’interfaccia e la longevità complessiva.
Non ci sono punti deboli nella produzione Atlus, e nemmeno ragioni valide per non dare ad essa almeno una possibilità: non c’è ragione di privarvi di uno dei giochi migliori mai usciti dal Giappone.

La definizione di “stile”

Come tutto il resto del pacchetto, anche l’aspetto tecnico di Persona 5 non abbisognava di alcuna miglioria: ci siamo presi la briga di ricaricare il nostro vecchio salvataggio, e siamo rimasti piacevolmente sorpresi di quanto, a distanza di tre anni esatti, l’inconfondibile direzione artistica, l’esplosione di colori e il raffinato cel shading della produzione Atlus siano rimasti immacolati.
Ciononostante, il team di sviluppo non si è seduto sugli allori nemmeno in questo settore, sebbene sia quello che, rispetto alle aggiunte alla storia e al gameplay, sia quello che ha visto meno interventi.

Quelli più evidenti, e più sexy (sì, sexy, soprattutto per chi ama gli OAV e l’animazione giapponese) sono sicuramente rappresentati dai nuovi filmati di intermezzo che punteggiano l’avanzamento durante la quest principale, sviluppati dal medesimo studio che si era occupato di quelli originali (ovvero Production I.G., mica gli ultimi arrivati) e quindi perfettamente amalgamati con quelli già presenti nel titolo originario.

A questi vanno aggiunti quelli relativi ai due finali inediti introdotti (che portano il totale a ben sette!) e, soprattutto, alle animazioni relative agli Showtime, i nuovi attacchi di gruppo che faranno bella mostra di loro stessi a seconda della composizione del vostro party: alcuni tra i nostri preferiti coinvolgono Morgana e Ann in un campo di fiori, in una posa stile Charlie’s Angels, e Makoto e Ryuji nel selvaggio west con la faccia da duri.
Insomma, stile che si aggiunge ad altro stile, come se non ce ne fosse già abbastanza nel titolo osannato nel 2017.

Il già citato nuovo quartiere di Kichijoji, oltre ad essere uno dei più estesi dell’intera mappa di gioco, racchiude in sé diverse zone anche molto differenti tra loro, come un acquario, aggiungendo varietà anche visiva alla Tokyo che avevamo imparato a conoscere durante la lunga cavalcata di tre anni or sono.

E poi, vera e propria star per tutti coloro che avessero una profonda idiosincrasia con le lingue straniere, la presenza della sottotitolazione italiana, un evento più unico che raro per quanto concerne le produzioni Atlus più recenti, può davvero aprire ad un pubblico vastissimo, quello che, pur attirato dai lustrini e dalle lodi sperticate della critica (tanto nostrana quanto internazionale), avesse messo da parte il gioco temendo di non poter comprendere fino in fondo la trama. Siamo felici di riportare che il lavoro di traduzione è stato di ottimo livello, con qualche licenza qua e là ma con una con grande rispetto del materiale di partenza e l’utilizzo di termini e frasi perfettamente in linea con l’età dei protagonisti e con il contesto narrativo tutto.

Fin qui le novità, ma – a beneficio di quanti avessero saltato il titolo originale per problemi di comprensione della lingua inglese (gli unici plausibili per non aver giocato un capolavoro di tale levatura) – c’è anche tanto altro: una fenomenale colonna sonora firmata da Shoji Meguro, un character design incredibile, che, pur rimanendo pienamente nel solco della tradizione nipponica, riesce a rivisitarla e modernizzarla (merito di Shigenori Soejima, altro artista di grande spessore) e un’interfaccia tra le più attraenti e snelle viste negli ultimi quindici anni.
Insomma, siamo nell’alveo dell’eccellenza sotto tutti i punti di vista, sebbene, ad un occhio più attento (e pignolo) non sfuggirà la rozzezza di qualche texture di superficie e della modellazione poligonale dei nemici e dei personaggi di contorno, più vicina agli standard della scorsa generazione di console che a quelli attuali.
Ma sono davvero quisquilie: se non dal punto di vista meramente tecnico, Persona 5 Royal è uno dei migliori giochi (se non il migliore in assoluto) a livello artistico dell’intero catalogo Playstation 4.

Chiosa finale dedicata alla longevità, ancora più pachidermica che in passato: dopo le centosette (!) ore passate con il titolo base, è lecito pensare, tra il semestre aggiuntivo, il nuovo personaggio e il quartiere di Kichijoji, che qui se ne possano spendere anche di più, a patto di non trascurare gli innumerevoli contenuti secondari.

+ La migliore versione di un capolavoro
+ Localizzazione italiana di ottima fattura
+ Uno dei primi cinque JRPG di tutti i tempi
+ Nuovi contenuti a tutti i livelli
+ Colonna sonora sublime

9.6

Non ci sono davvero più scuse per non giocare Persona 5 Royal, adesso: la sottotitolazione italiana consente anche ai meno anglofili di comprendere ogni risvolto della trama, e la marea di contenuti aggiuntivi, tra il nuovo personaggio, il semestre inedito e il nuovo quartiere di Tokyo ispessiscono un’offerta ludica che era già straordinaria nella sua versione base. Siamo senza dubbio dinanzi ad uno dei cinque (tre?) migliori giochi di ruolo di stampo giapponese di tutti i tempi, nonché ad una delle esperienze di gioco più longeve e ricche di stile di tutta la generazione che ci stiamo per lasciare alle spalle. La qualità del gameplay, la versatilità del sistema di combattimento e la strabordante quantità di contenuti lo rendono consigliabile anche a quanti avessero un’avversione per i JRPG: se non vi ricredete con il capolavoro Atlus, probabilmente non lo farete mai più.