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Mario + Rabbids: Sparks of Hope | Recensione – Il seguito che sognavamo (ma forse non meritavamo)

They did it again!

Abbiamo ancora tutti negli occhi l’emozione del team di sviluppo presente in sala all’E3 di qualche anno fa quando fu presentato Mario + Rabbids Kingdom Battle da Shigeru Miyamoto in persona. Considerando che buona parte di quel team di sviluppo era italiana, fu per tutta la comunità videoludica nostrana motivo di orgoglio, anche perché a quel momento seguì un gioco di tutto rispetto.

Mario + Rabbids: Sparks of Hope

Piattaforma:
SWITCH
Genere:
strategico
Data di uscita:
20 Ottobre 2022
Sviluppatore:
Ubisoft Milan
Distributore:
Ubisoft

Oggi, dopo una pandemia che ha sconvolto il format della fiera losangelina, non ci sono annunci da un palco, ma, nondimeno, rimangono la curiosità e l’attesa per il seguito diretto di quel gioco, intitolato Mario + Rabbids Sparks of Hope, in procinto di debuttare in esclusiva per Nintendo Switch (lo trovate su Amazon).

Lo abbiamo giocato per voi e siamo pronti a soddisfare la vostra sete di battaglie a turni a tema mariesco.

Come rovinare un idillio

Sembrava un giorno qualunque, nel regno dei Funghi: sole, allegria, dolce far nulla, una di quelle giornate che vorresti non finissero mai e che speri si ripetano uguali a se stesse il più a lungo possibile.

Ma, come da tradizione per praticamente qualsiasi titolo di Mario uscito negli ultimi trent’anni, l’imprevisto era dietro l’angolo: il cielo soleggiato si oscura all’improvviso, un’enorme creatura dalle fattezze di una manta appare dal nulla inseguendo di un piccolo esserino colorato a forma di stella, che cerca riparo con l’aiuto del buon Mario.

Il nostro prode idraulico baffuto non esiterà un attimo a lanciarsi a capofitto nel pericolo, seguito dall’insospettabile, e come sempre annoiata, Rabbid Peach (?!?), scoprendo così un varco dimensionale e la presenza di un nuovo, spaventoso nemico: Cursa.

Parliamo di un’entità apparentemente capace di piegare gli abitanti del regno dei Funghi alla sua volontà, creando un esercito di zombie viventi pronto a soddisfare ogni suo desiderio.

Nello specifico, il suo obiettivo sembrano essere gli Sparks, ovvero gli esserini a forma di stella poc’anzi citati: e chi potrebbe fermare i piani malefici di Cursa se non il nostro intrepido (e male assortito) gruppo di eroi?

Eh sì, di quelli che non si dimenticano tanto facilmente...

Guidati ancora una volta dal fido Beep-0, allora, i nostri si imbarcheranno in un lungo viaggio lungo tutta la galassia per recuperare gli Sparks prima di Cursa e dei suoi scagnozzi, nel tentativo di fermarne i diabolici propositi.

Come per il primo episodio, la narrativa rappresenta probabilmente l’elemento meno riuscito della produzione, perché la storia non serve ad altro che a fare da collante al gameplay, facendo leva su un umorismo che alterna alti e bassi, tra scene sinceramente spassose ed altre che risultano un po’ forzate già a pochi minuti dai titoli di testa.

Un punto di forza è piuttosto rappresentato dal ritorno di un cast riuscitissimo, che annovera non solo gli eroi classici dell’immaginario Nintendo ma anche le loro copie in versione Rabbids, sempre pronti a strappare un sorriso e a dire (e fare…) la cosa sbagliata al momento sbagliato.

Abbiamo trovato apprezzabile, pur in un quadro narrativo che, come detto, si limita a sorreggere la produzione, lo sforzo da parte del team di sviluppo di contestualizzare alcune delle missioni secondarie disponibili sui vari pianeti che saremo chiamati a visitare: unitamente al ritorno della completa localizzazione nella nostra lingua, peraltro molto ben realizzata, questa scelta aiuta a rendere piacevole la fruizione dei contenuti opzionali, che, come vedremo, sono aumentati considerevolmente rispetto al capitolo precedente.

Ci sono decine di Sparks diversi nel gioco, e provare le varie combinazioni è uno dei piaceri più peccaminosi

Non era rotto, ma lo hanno aggiustato lo stesso

Sebbene l’impianto di gioco poggi sulle fondamenta erette da Kingdom Battle, il team di sviluppo non si è accontentato di fare di Sparks of Hope il classico sequel delle tre B (bigger, better, bolder, per dirla all’inglese), ma ha inteso migliorare l’esperienza di gioco anche a costo di prendersi qualche rischio, con risultati a nostro avviso eccellenti.

Il primo e più evidente cambiamento risiede nelle battaglie, con l’abbandono della griglia vista nel primo capitolo e nella stragrande maggioranza dei congeneri sul mercato, per sposare un approccio più simile a quello visto nella serie Valkyria Chronicles, dove viene fornito un ampio spazio di manovra al giocatore.

Differentemente dal passato – e con due limitazioni legate ad una linea di luce che segnala l’area massima di spostamento, oltre che all’utilizzo dell’attacco armato che conclude il turno – ogni personaggio può muoversi a piacimento avanti ed indietro, utilizzando le skill a sua disposizione, spesso slegate dai due punti azione disponibili, nell’ordine che preferisce.

Questo nuovo approccio dona immediatezza ed intuitività al combat system – e l’inclusione di azioni da eseguire in tempo reale, come lanciare una Bob-omba ai nemici prima che ci esploda in faccia o utilizzare una poderosa scivolata per far capottare qualche Goomba, rende assai più dinamiche le battaglie a turni, che pure non perdono nulla del loro spessore strategico.

La definizione per antonomasia di locus amenus

Da questo punto di vista, infatti, soprattutto selezionando il livello di difficoltà superiore, c’è davvero tanta carne al fuoco: la personalizzazione dell’esperienza di gioco è garantita dagli Sparks equipaggiabili, che donano abilità attive e passive a seconda dei casi, dal buon numero di combattenti a disposizione, ognuno con le sue peculiarità (occhio a Bowser ed Edge!), e da un livello di sfida sempre stimolante, che può essere modificato in ogni sua parte grazie ad una serie di selettori indipendenti.

Il senso di progressione è continuo, tra i numerosi rami di abilità (salute, arma, tecnica e movimento, più un quinto che vi lasciamo il piacere di scoprire da soli) in cui è possibile spendere i Prisma Abilità ottenuti completando le missioni di gioco e la possibilità di potenziare gli stessi Sparks, che garantiranno protezioni elementali sempre più efficaci e skill ancora più utili.

Tra salti di squadra, tubi verdi sparsi per le ambientazioni, obiettivi opzionali per ogni missione e coperture distruttibili, le mappe appaiono più vive che mai, e si prestano a numerosi approcci tattici.

Rispetto a Kindgom Battle, poi, l’esplorazione in Sparks of Hope esplode in un caleidoscopio di pianeti molto meglio caratterizzati, che richiamano piuttosto le più recenti produzioni first party Nintendo come Super Mario 3D World + Bowser’s Fury o Super Mario Galaxy per libertà di esplorazione e dimensioni.

Se prima le fasi in cui non si combatteva risultavano dei pur ben realizzati riempitivi, adesso, complice la presenza di molte più missioni opzionali, puzzle ambientali e piccoli segreti, il flusso tra combattimenti ed esplorazione appare molto più naturale ed equilibrato, restituendo una sensazione di compiutezza per questa opera seconda.

Alcune delle quest secondarie sparse per le mappe richiedono peraltro un livello maggiore rispetto a quello del party durante la prima visita nei rispettivi pianeti, o delle abilità specifiche sbloccate necessarie a sopravvivere ad alcuni scontri, favorendo così, per quanti vorranno immergersi completamente nel mondo di Sparks of Hope, il backtracking e, conseguentemente, la durata complessiva dell’esperienza.

Non abbiamo avuto modo di portare a termine tutte le missioni secondarie durante le nostre prove di test, ma anche solo dedicandoci al 60-70% di queste abbiamo impiegato ben oltre le quaranta ore per arrivare ai titoli di coda: fatti due calcoli, riteniamo che i completisti ne potranno impiegare almeno altre dieci o dodici in più per soddisfare a pieno la loro curiosità.

Alla luce di questa strabordante offerta ludica, peraltro tarata su un bilanciamento della difficoltà esemplare e, come detto, pienamente personalizzabile, ci sentiamo di appoggiare la scelta del team di sviluppo di concentrarsi unicamente sulla modalità per giocatore singolo, che aveva fatto alzare qualche sopracciglio nelle scorse settimane ad una fetta dell’utenza.

Volendo sforzarci di trovare un pelo nell’uovo della produzione Ubisoft citeremmo probabilmente la qualità un po’ altalenante del map design di alcune quest secondarie, che si accontentano di riciclare ambientazioni ed ostacoli già visti e non sempre propongono soluzioni ludiche all’altezza di quelle principali, davvero inattaccabili sotto questo punto di vista.

Ma, come avrete intuito dal voto finale in calce a questa recensione, stiamo parlando di piccole pecche che non vanno ad intaccare minimamente la bontà dell’esperienza ludica nel suo complesso.

I pianeti sono zeppi di piccoli puzzle ambientali e segreti nascosti

Sempre meglio

Il motore grafico che muove Sparks of Hope è il medesimo su cui girava, ormai cinque anni e mezzo fa, Kingdom Battle – eppure, nei limiti derivanti da questo fattore e dall’età dell’hardware ospite, tutto sembra essere stato innalzato all’ennesima potenza: gli effetti particellari delle esplosioni, i piccoli dettagli in movimento e il comparto animazioni risultano tutti migliorati rispetto al passato, anche se il balzo non è sempre così evidente all’occhio meno allenato.

I filmati di intermezzo sono più numerosi e dal taglio più cinematografico rispetto al capitolo precedente, e la definizione dell’immagine soddisfa sia in modalità docked che in portatile, senza sgranare troppo nemmeno sui televisori dalla diagonale più ampia, grazie anche alla scelta di adottare un salvifico cel-shading.

Tornano dal primo episodio una palette di colori sgargianti ed accesi, un character design spassosissimo, a metà tra l’omaggio e la reinvenzione dei canoni classici di mamma Nintendo, e dei valori produttivi generalmente alti, come testimoniato dal convincente doppiaggio (purtroppo non esteso a tutte le linee di dialogo) e da menu belli da vedere e sempre chiari.

Isola Luminosa è la prima location del gioco, ma non la più bella

Durante le nostre ore di prova non abbiamo riscontrato problemi significativi da segnalare: in assenza di bug e glitch di qualsivoglia natura, ci siamo solo imbattuti in qualche piccolo rallentamento, tanto in modalità docked quanto in quella portatile, durante le fasi esplorative, ma se l’occhio non ci ha ingannato parliamo di pochi frame per secondo in fasi in cui non ci sono peraltro nemici a schermo.

Anche dal punto di vista sonoro è difficile muovere appunti all’ultima fatica Ubisoft: se il ritorno di Grant Kirkhope, già autore della colonna sonora del prequel, rappresentava una certezza, l’apporto di due artisti di pari valore come Yoko Shimomura (Kingdom Hearts, Radiant Historia, Final Fantasy XV) e Gareth Cocker (Ori and the Blind Forest, Ori and the Will of the Wisps) testimonia lo sforzo produttivo e l’intenzione di regalare un accompagnamento musicale all’altezza del gameplay.

Obiettivo pienamente riuscito, nemmeno a dirlo: motivetti allegri si alternano a musiche più incalzanti, melodie leggere come una brezza primaverile si fondono con i buffi versi dei Rabbids e aiutano a calare il giocatore nell’atmosfera creata dagli sviluppatori, portando ad un altro livello l’esperienza di gioco.

9,1

Mario + Rabbids: Sparks of Hope

Piattaforme: switch
Ubisoft Milano l'ha fatto ancora: Sparks of Hope non è solo un degno seguito di Mario + Rabbids Kingdom Battle, ma anche e soprattutto un gioco pieno di inventiva, di contenuti, di buone idee. Invece di sedersi sugli allori dopo le lodi ricevute cinque anni fa, il team di sviluppo si è adoperato per migliorare il sistema di combattimento, le fasi esplorative, le possibilità di personalizzazione del party e dell'esperienza di gioco, ottenendo risultati notevoli sotto tutti i punti di vista. E, badate bene, qui non si tratta di campanilismo, anche perché Soliani e compagnia non sono gli unici dietro la realizzazione di un prodotto di tale portata, ma di arrendersi di fronte all'evidenza: questa IP è una delle migliori sfornate da Ubisoft nell'ultimo decennio, e siamo sinceramente curiosi di vedere cosa riusciranno a tirare fuori dal cilindro (speriamo non un Rabbid!) questi stessi sviluppatori con i venturi contenuti scaricabili e con l'inevitabile terzo capitolo della serie. Se vi piacciono gli strategici a turni, i giochi a tema mariesco, quelli in cui provare decine di combinazioni e build diverse – o, insomma, i giochi ben fatti in generale, dovreste tuffarvi su questo. Potrete ringraziarci dopo.

Pro

  • Combat system migliorato rispetto ad una base già molto buona
  • Livello di sfida sempre stimolante
  • Infinite possibilità di personalizzazione del party e dell'esperienza di gioco
  • Esplorazione assai più vasta
  • Una marea di contenuti

Contro

  • Map design di alcune missioni secondarie non all'altezza di quelle principali
9,1