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Il caso dei seni in Sense: A Cyberpunk Ghost Story è l’ennesima riprova di una fanbase tossica

Un altro vergognoso caso ha messo in luce tutta l'inqualificabilità di certa utenza, pronta a distruggere il lavoro altrui pur di imbarcarsi in battaglie senza capo né coda. Ve lo raccontiamo nel dettaglio nel nostro approfondimento.

Ancora una volta, ci risiamo con un nuovo caso che copre di vergogna la conclamata pochezza di una frangia ottusa di videogiocatori. Sense: A Cyberpunk Ghost Story ha personaggi coi seni troppo grandi e quindi gli sviluppatori “devono urgentemente rimediare con delle censure!“, “devono essere boicottati” e, alla fine della fiera, “meritano di morire“. È questo il quadro emerso dall’ennesima ondata virulenta del web, che è ormai diventata la pericolosa routine di molti perdigiorno capaci di aver fatto assurgere i social al ruolo di cloaca del mondo in cui si riversano odio, violenza e nefandezze di ogni genere.

Peccato però che per l’irreprensibile Nintendo non ci sia proprio nulla che non vada in quel gioco, che tutto sia in regola secondo i loro rigidissimi parametri e che Sense: A Cyberpunk Ghost Story sia un PEGI 18 in piena regola che non trasgredisce alcunché. Indovinate un po’ di chi è ancora una volta la colpa dell’ennesima tempesta in un bicchier d’acqua? Esatto, dei videogiocatori; ma ciò che finalmente stupisce in positivo è la schiena dritta di Top Hat Studios, immune ai rimbrotti dei bambocci e perfettamente in grado di dare una risposta esemplare. Le aziende, forse, stanno iniziando a capire con chi hanno realmente a che fare: il nulla. Gli sviluppatori stanno sul serio prendendo le misure a questi spari a salve nel vuoto e a dare il giusto peso a chi lo merita davvero, per le giuste ragioni.

Vi raccontiamo come sono andati i fatti.

 

La community che dice di amare i videogiochi mentre li maltratta

Ormai è appurato: una parte della community di videogiocatori è totalmente alla deriva, puerile, immatura, tossica, violenta e priva degli strumenti utili al dialogo e alla comprensione dei sistemi produttivi e di ciò che significa avere a che fare con un’opera dell’ingegno che non si limiti al solo intrattenimento. Lo abbiamo visto col manifesto della scorsa generazione che risponde al nome di The Last of Us – Part 2 e lo stiamo vendendo adesso con Cyberpunk 2077. Protagonisti assoluti: gli Stati Uniti, luogo da cui partono crociate insensate che si coprono di ridicolo e che, puntualmente, vengono assorbite da un Paese culturalmente impoverito come il nostro, in cui è facilissimo fare breccia e assistere ad atti di emulazione che qualificano pienamente chi li compie.

Se per il primo caso le assurdità sono persino riuscite a diffondersi tramite informazioni errate rispetto a ciò che offriva realmente il gioco, nel secondo una parte di ragione l’hanno senza dubbio avuta i consumatori, che attraverso comportamenti discutibili non hanno comunque smesso di dare il peggio di sé. Ma andiamo oltre: oggi non ci interessa né di The Last of Us – Part 2 né di Cyberpunk 2077; ne abbiamo già parlato su queste pagine e in diretta Twitch in grande abbondanza e fino allo sfinimento. Qual è dunque l’oggetto dell’ennesimo caso di tossicità dei videogiocatori e cosa è successo esattamente con Sense: A Cyberpunk Ghost Story?

Sense: A Cyberpunk Ghost Story è in verità un titolo a tinte horror piuttosto modesto (se non addirittura insufficiente) che era già uscito su PC sul finire di agosto dello scorso anno, passato sostanzialmente sotto silenzio e sprofondato rapidamente nell’anonimato. È balzato solo adesso agli onori della cronaca grazie all’arrivo della versione Switch (che approda sul mercato proprio oggi) e all’episodio disgustoso che vi stiamo raccontando. Episodio che, ne siamo piuttosto sicuri, tra un eccesso e una risposta esemplare farà senz’altro vendere più copie al gioco, fosse anche solo per questioni di legittima curiosità o per supportare uno sviluppatore che non ha nessuna intenzione di piegarsi davanti a schiamazzi di cortile, insulti e purtroppo anche abusi.

Dalla parte degli sviluppatori

L’oggetto della contesa sono i seni prorompenti dei personaggi che appaiono in copertina. Attenzione: in copertina, perché questi pseudo-giocatori in realtà il gioco non lo hanno nemmeno provato – né hanno intenzione di farlo – poiché si tratta di qualcosa che a loro avviso è offensivo, non ha motivo di esistere, va estirpato e “viola la legge“.

Insomma, ce n’è davvero per tutti tra insulti, regressioni ideologiche pre-medievali, evidenti problemi cognitivi di chi digita e chiari segnali di precaria salute mentale. Si arriva finanche a definire i seni abbondanti presenti in Sense: A Cyberpunk Ghost Story come qualcosa di “misogino, frutto di immagini ipersessualizzate inappropriate che possono condurre a diverse forme di violenza sessuale“. Parole usate senza conoscerne il significato, ragionamenti non esattamente da logica hegeliana e deduzioni fiabesche degne del peggior femminismo 2.0 del web. In questa frase c’è davvero tutto. E verrebbe quasi da ridere, se tutto questo bailamme non facesse venire da piangere per lo stato mentale in cui versano alcuni esseri umani. Non riportiamo per pura pietà altri interventi edificanti e di grande importanza sociologica, ma il fatto dovrebbe essere chiaro a tutti: quei seni non devono avere motivo di esistere per ragioni che, come abbiamo visto, in realtà non esistono.

Alla luce del polverone che si è sollevato per il caso/non caso che ha coinvolto Sense: A Cyberpunk Ghost Story, Top Hat Studios ha deciso di affidare a una comunicazione ufficiale la sua risposta per tentare di mettere un punto definitivo alla questione e arginare l’onda lunga che la protesta minacciava di avere. Semplicemente, gli sviluppatori si sono dichiarati delusi ma non di certo sorpresi, e questo la dice lunga sulla conoscenza che Top Hat Studios ha sulle recenti dinamiche di perentoria aggressività legate a certi consumatori, pronti a spararle letteralmente di tutti i colori senza riuscire mai ad argomentare le proprie posizioni con cognizione di causa o tramite spunti condivisibili. Nell’intervento si legge infatti che i messaggi puntavano il dito contro contenuti pornografici e altre amenità prive di fondamento, con minacce di review bombing e molestie ai distributori se non fossero intervenuti tempestivamente per tagliare via quei seni dal gioco.

Top Hat ha parlato apertamente di persone prese da smanie di protagonismo, con tanto odio in corpo e sempre pronti a usare la solita falsa retorica. Inoltre – e su questo chiunque potrà convenire – si mette in luce il fatto che proprio chi afferma di sentirsi offeso dai contenuti del gioco, di sentirsi addosso una violenza perpetrata ai propri danni, è esattamente il primo a macchiarsi di simili gesti, arrivando persino a promettere una prematura dipartita a chi in sostanza non la pensa allo stesso modo o non voglia obbedire a delle specifiche richieste (che sarebbe corretto definire intimazioni a carattere fortemente intimidatorio). Nel comunicato si specifica inoltre che Sense: A Cyberpunk Ghost Story è a tutti gli effetti un titolo che si rivolge chiaramente a una fetta di utenza adulta, e che ciò nonostante è lontano anni luce dalle idee di “chi si imbarca in cieche crociate contro le loro false percezioni“.

In conclusione

Ciò che risulta essere ammirevole, oltre al fatto che sia proprio un piccolo sviluppatore a non piegarsi a insensate e becere logiche basate sul nulla, è la strenua difesa che Top Hat Studios fa di Sense: A Cyberpunk Ghost Story e della visione creativa a monte:

Ci rifiutiamo categoricamente di limitare la nostra creatività. Gli autori dovrebbero avere la libertà di esprimere loro stessi, specialmente quando si rappresenta una sotto-cultura in cui sono immersi. Trattandosi di un gioco cyberpunk, Sense: A Cyberpunk Ghost Story usa un immaginario e dei temi legati anche all’esasperazione della mercificazione. E ciò riflette il design di tutti i personaggi.

Potremmo dire che tutto è bene quel che finisce bene, perché Top Hat ha concluso affermando di aver avuto l’ok di Nintendo e che il rifiuto per la censura della propria opera è categorico, ma sappiamo bene che altri ne arriveranno: di casi pronti a esplodere, di persone pronte a sfogare le proprie frustrazioni e fallimenti sugli altri, di articoli che devono chiarificare ogni situazione per dare maggiore consapevolezza agli appassionati; o magari per tentare di far rinsavire chi ha un odio latente che deve essere smorzato sul nascere, se non si vuole davvero che questa industria si trasformi in tutto ciò che non vorremmo mai vedere.

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