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God of War e il dio in esilio – Ep 3 | E se Kratos fosse l’antagonista?

Concludiamo il nostro viaggio tra le tematiche e la narrativa di God of War ponendoci un quesito: e se Kratos fosse l'antagonista?

God of War ci ha accompagnato a lungo negli ultimi tempi. Il franchise creato dai Sony Santa Monica nel 2005 ha infatti sia spiazzato il popolo videoludico tutto, che definito maggiormente il concetto di epicità nel medium videoludico contemporaneo. Ne abbiamo chiarito prima la narrazione e la sua arte di invertirsi a seconda delle necessità, sia gli accenni al futuro fatti in tempi insospettabili. Oggi chiudiamo questa trilogia di articoli, in attesa tanto del prossimo God of War che di PlayStation 5, parlando delle considerazioni più profonde, indagando i temi e i parallelismi narrativi più “scomodi”.

Il ribaltamento di Kratos

Il primo tema di cui dobbiamo occuparci è quello più scomodo. Tutto sommato parliamo del quesito più ovvio ma anche più spinoso, e che nasce direttamente a ogni avvio del gioco: ci riferiamo, infatti, a Kratos e alle sue azioni, sia durante i filmati che quando lo impersoniamo.

Per quasi tutta la saga, il suo indiscutibile carisma si è appaiato a un crudele egoismo nelle parole oltre che nei gesti. Da qui emerge la domanda scomoda: e se, in maniera silenziosa, in realtà i Santa Monica Studio per oltre quindici anni ci avessero fatto impersonare non l’eroe, ma l’antagonista?

Uno sguardo che buca lo schermo.
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Ancora una volta, potrebbe trattarsi dell’ennesima verità che tutti vedono e nessuno nota. Dove nel primo God of War è se vogliamo ancora limitata, è dal secondo capitolo che le cose sfuggono di mano. Dovunque Kratos metta mano o qualsiasi luogo attravers attraversi, la distruzione domina, e spesso è lui stesso a causarla in maniera più o meno consapevole. Tanto che, a volte, persino la componente extradiegetica dei videogiochi gli si rivolge in maniera ostile. Un esempio per tutti: nel brano della sua battaglia contro il Colosso di Rodi il coro canta delle strofe che, tradotte dal greco, riportano “Colosso, salvaci / Salva Rodi / Uccidi Kratos / Schiaccialo / Pestalo / Distruggilo”.

Certamente, ci vuole poco a reinterpretare questo testo come l’invocazione del popolo di Rodi contro Kratos e gli spartani in generale. Ma anche così, il significato di fondo non cambia. L’epicità connaturata al racconto, il crepuscolo degli dèi, specialmente in God of War III funge da “copertura semiotica” per le terribili conseguenze che la distruzione dell’autorità divina comporta.

Le acque si innalzano, il sole sparisce, la pestilenza si diffonde, le piante marciscono, il confine tra la vita e la morte crolla. Tutto sprofonda nel caos, ovvero succede esattamente quello che in quasi tutte le altre narrazioni, il giocatore è chiamato a impedire.

Uno dei momenti più epici di God of War III
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Un nemico nascosto in piena vista

Oltre alla già citata arte dell’inversione emotiva, cosa ha permesso a Kratos di rifarsi una vita dopo la sua impresa? Per capirlo, dobbiamo analizzare il passaggio tra God of War III e God of War del 2018. Pertanto da qui in poi dovremo esplorare tanto la narrativa quanto alcune fasi (non solo finali) di questi due videogiochi.

Attenzione: il testo che segue contiene spoiler dalla saga God of War. Se non avete completato i giochi, proseguite a vostro rischio e pericolo.

Facendo sprofondare la Grecia nel Caos, alla fine Kratos è stato veramente un antagonista. Ma di nuovo, non dobbiamo farci accecare da questa considerazione, in quanto potrebbe essere stato solo un esecutore. Più volte nell’era greca del brand si accennava a una profezia di come Zeus sarebbe stato tradito da un figlio e ciò avrebbe portato alla distruzione dell’Olimpo, cosa che effettivamente abbiamo visto succedere. Ma potremmo esserci sbagliati, e questo figlio colpevole potrebbe non essere quello che impersoniamo.

Lo spettro "superiore"
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Ad essersi approfittata di tutta la distruzione disseminata da Kratos è stata nientemeno che Atena. Dove nel primo videogioco la dea vestiva i panni del mentore severo ma giusto, è già dalla fine di quest’ultimo che le sue azioni e parole cominciano a prendere una piega bizzarra.

Prima (Chains of Olympus) Atena “allena” il suo campione in vista della sua futura missione di uccidere Ares. Kratos consegue tale impresa, ma paga un prezzo altissimo: la solitudine di una mente distrutta dalla guerra. Tutto ciò lo porta a una realizzazione drammatica: cercare quiete nel suicidio. Ma Atena glielo impedisce e lo trasforma in dio della guerra.

Contro uno dei nemici più pericolosi di God of War III
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Successivamente (Ghost of Sparta), quando Kratos conclude in tragedia il suo viaggio alla ricerca del fratello, gli dice che è “pronto per essere un dio”. Kratos rifiuta e in qualche modo impedisce questa trasformazione, iniziando a covare le radici della sua vendetta contro gli Olimpici. Atena, pur consapevole del male che gli sta causando, prosegue inesorabile e utilizza il risentimento di Kratos a proprio vantaggio.

Quando in God of War II egli va alla ricerca delle Sorelle del Destino, Atena di nuovo non fa niente al di fuori delle parole per dissuaderlo. La vediamo agire solo nel finale, quando accetta di sacrificarsi per proteggere Zeus. Un sacrificio che però comunque non la distrugge, e anzi la porta (parole sue) a “un’esistenza superiore”. Ma di nuovo, non pare accidentale: Atena è stata inattiva per tutto il gioco ma è arrivata al momento giusto per farsi trafiggere. Basta staccarsi anche solo per un momento dalla sospensione del dubbio per capire che la dea potrebbe benissimo aver calcolato tutto, pure la trasformazione in spettro.

Mentore o manipolatrice?
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L’enorme potere della speranza

Come spirito, la dea sfrutta Kratos per raggiungere due cose per lei essenziali: la distruzione dell’Olimpo e l’ottenimento dell’arma contenuta nel Vaso di Pandora. Questa altro non era che la speranza, l’unica cosa in grado di sopraffare la paura. Ma se all’apertura del Vaso quest’ultima aveva attanagliato Zeus, Atena invece era caduta vittima dell’avidità. Un mostro altrettanto potente ma più subdolo e ingannatore.

Dove la paura spinge all’irrazionale, l’avidità spinge alla freddezza, alla manipolazione, alla mancanza di empatia. Porta a vedere gli altri come burattini e a sottomettere la razionalità all’ottenimento del dominio egoistico. E fa anche diventare ciechi al fatto che gli esecutori potrebbero capire di essere tali.

Che pasticcio, Atena
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Nel 2010 non potevamo sapere che, quando abbiamo assistito al suo suicidio (o presunto tale) nel finale di God of War III, stavamo assistendo sia alla ribellione che alla prima “buona azione” di Kratos. Atena avrebbe tenuto per se stessa il potere della speranza e avrebbe istituito una nuova autorità divina, presumibilmente di tipo monoteistico.

La ribellione di Kratos invece dona speranza a tutta l’umanità, aprendo un futuro dove appunto gli umani non sarebbero stati più asserviti all’autorità divina. Un atto che chiaramente Atena accoglie con rabbia.

“Quel potere [la speranza] spettava a me! Loro [gli umani] non sapranno che farsene!” (Atena in God of War III)

Certo, possiamo sempre includere l’opzione che la saggezza intrinseca di Atena avrebbe potenzialmente portato a una gestione illuminata di un potere così enorme. Ma non possiamo neanche sapere quanto e per quanto tempo tale saggezza avrebbe resistito al potere corruttivo dell’avidità. Ed è purtroppo noto come la speranza sia un’arma potentissima, ma anche una terribile trappola, e in tal guisa è spesso sfruttata da chi comanda.

Probabilmente l'artwork più famoso del God of War del 2018
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God of War: il futuro di una redenzione impossibile

Ancora una volta, ci troviamo di fronte all’ultimo e più grande dei temi scomodi: il sacrificio-suicidio di Kratos per donare speranza all’umanità e il suo successivo sopravvivere a tale suo gesto, avvicinano (pericolosamente?) la sua figura al cristianesimo. Un tema forse previsto e lasciato intendere dagli stessi Santa Monica nel 2010, ma comunque scongiurato proprio con la ridefinizione del contesto operata a partire dal 2018.

È stato infatti chiarito che l’universo narrativo di God of War è fatto da uno spazio dentro al quale galleggiano “più terre”, ciascuna delle quali ha un proprio pantheon di dèi e una propria origine cosmologica. Malgrado per ora si tratti di informazioni solo spiegate dal regista Cory Barlog (e il cui padre J. M. Barlog ha scritto la novelization del gioco), sono anche molto coerenti con il retroterra narrativo che il gioco del 2018 fornisce sul dio nordico Týr, che appunto camminava tra le diverse dimensioni.

Le spade riprendono vita, come respirando
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Il secondo evidente cambiamento di Kratos avviene a metà storia principale del God of War del 2018. Quando il Fantasma di Sparta torna a casa e riesuma le Spade del Caos, ha anche la visione dello spettro di Atena che lo tormenta. Le parole di lei sono terribili e – volendo – veritiere, nel ribadirgli che lui sarà per sempre un mostro. Ma la risposta di Kratos è più terribile ancora: egli non è più il suo mostro. Ormai è consapevole di essere stato un burattino. Per la prima volta, infatti, utilizzerà le Spade non per il male, ma per trovare la cura per suo figlio.

Un dettaglio che diviene esplicito solo in quel momento, ma presente fin dall’inizio: l’equipaggiamento iniziale di Kratos è chiamato “dell’esilio”, mentre quello di Atreus “della speranza”. Kratos è lontano da casa e vede tutto ciò come una giusta punizione per il male che ha fatto, mentre suo figlio Atreus è per lui la speranza sia in un futuro migliore sia nella propria capacità di poter fare qualcosa di buono.

Il passato e il suo inquietante sorriso di superiorità
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L’apparizione di Atena in God of War del 2018 è probabilmente la rivelazione più forte, seconda solo a quanto viene svelato sul conto di Atreus nel finale. Ma oltre a fare da collegamento narrativo con l’era precedente, la comparsa della dea greca rimane ancora nel grigio. Il suo apparire e sparire, oltre al fatto che pare più eterea di quanto già non fosse ai tempi, lasciano campo all’ipotesi che Atena fosse solo una visione causata dalla paura di Kratos per il figlio ammalato.

Prima dell’uscita del gioco c’era stato anche chi aveva ipotizzato che la stessa strega dei boschi potesse essere Atena sotto mentite spoglie (del resto, Freya nel pantheon norreno è l’equivalente di Atena). Quindi, se nel primo gioco una simile fumosità ancora ha un senso, la presenza di Atena sarà uno degli elementi che necessiterà di una chiarificazione nel seguito, al pari della crescita di Atreus.

God of War e il dio in esilio

Se volete approfondire il retroterra narrativo e creativo della saga di Kratos, potete trovare a un prezzo conveniente sia l’adattamento a romanzo di God of War del 2018 sia l’artbook ufficiale!