Capcom: prendiamo sul serio i problemi di crunch

Capcom presta grande attenzione alla salute dei suoi dipendenti, secondo il director di Monster Hunter: World

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A cura di Stefania Tahva Sperandio - 2 Settembre 2019 - 15:02

Il problema del crunch – ossia delle tante ore di lavoro extra, non sempre facoltative (o non sempre pagate a dovere, o entrambe) – che affligge l’industria dei videogiochi e spesso compromette la salute di chi li realizza è, in questo periodo storico, molto discusso. La questione è tornata alla ribalta quando Rockstar Games ha fatto riferimento ai suoi orari (che poi si erano rivelati essere tali “solo” per i tre scrittori di Red Dead Redemption 2) e ha poi autorizzato i suoi dipendenti a discutere delle loro condizioni.

A queste si sono accodate le informazioni su BioWare, le ammissioni di CD Projekt RED, la volontà ferrea di Nintendo di evitare queste pratiche, il punto di vista di Blizzard sul suo passato, i dettagli su Naughty Dog e così via, confermando di fatto che si tratta di un problema particolarmente frequente. Anche Hideo Kojima ha parlato di «momento di crunch» per la consegna di Death Stranding, mentre Obsidian ha detto no al crunch.

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Sull’argomento è intervenuta anche Capcom, nella persona di Kaname Fujioka, director di Monster Hunter World. Secondo quanto spiegato da Fujioka, la compagnia giapponese è molto attiva sul fronte dell’equilibrio degli orari di lavoro dei suoi dipendenti: si cerca di consegnare i progetti rispettando i tempi, ma anche di salvaguardare chi li rende possibili.

«Ci sono sempre dei periodi complicati, alla fine dello sviluppo in particolare, quando c’è molto lavoro da fare e non tanto tempo per farlo. Ma noi, come compagnia, teniamo sempre in grande considerazione i tempi delle persone.» Fujioka ha aggiunto che «ci sono persone così appassionate, nel fare il loro lavoro, che a volte se li lasci da soli con i loro dispositivi devi andare a dire loro di andare a casa, perché vorrebbero solo continuare a lavorare per migliorare il gioco sempre di più».

Non possiamo che sperare che sempre più compagnie dicano no a questo genere di pratiche, consapevoli che sviluppatori in miglior salute possono tradursi anche in giochi di maggior qualità.

Fonte: Videogamer.com




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