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WWE 2K20, una puntata da dimenticare – Recensione

Here comes the pain. Quello vero purtroppo

Seguo la WWE da circa venti anni e non ricordo un periodo così schizofrenico, per usare un eufemismo. Un draft difficile da giustificare, face e heel (buoni e cattivi nel gergo del wrestling) che cambiano fazione in uno schiocco di dita, un hell in a cell interrotto per eccessiva violenza e Bryan Alvarez che si ribalta dalla sedia commentando quest’ultimo, insulso, match. Poi arriva il mercoledì e intravedi un barlume di luce in quel di NXT, una risveglio che viene spazzato via un paio di giorni dopo da una puntata di Smackdown! che sarà l’ennesimo festival del no sense. A suo modo, WWE 2K20 assomiglia terribilmente alla sua controparte reale, un mix di errori, bug e glitch da cui affiorano solo rari sprazzi di gioia. Un pessimo saluto all’attuale generazione, un pessimo passaggio di consegne tra Yukes e Visual Concepts.

Evolution

WWE 2K20

Piattaforma:
PC, PS4, XONE
Genere:
sportivo
Data di uscita:
22 Ottobre 2019
Sviluppatore:
Yuke's
Distributore:

Se avete cercato online informazioni su WWE 2K20 nei giorni prima della pubblicazione vi sarete imbattuti in meme e clip a dir poco esilaranti, tra modelli poligonali invisibili e oggetti che spariscono sotto il ring. Come al solito questi frame non raccontano tutto quello che c’è da dire, nel bene e nel male. Fra gli aspetti più riusciti c’è sicuramente lo Showcase, dedicato quest’anno alle Four Horsewomen. Dai primi passi mossi in NXT fino al The Grandest Stage of Them All, questa modalità permette di rivivere la carriera di Becky Lynch, Charlotte Flair, Sasha Banks e Bayley, le quattro protagoniste di quella che è stata definita la Women Revolution. Grazie ai loro incontri, il wrestling femminile è passato dallo status di triste spettacolino di Divas senza dignità a categoria di primo piano, degna del main event dello show più importante dell’anno, Wrestlemania. WWE 2K20 rende loro il giusto tributo, inframezzando le parti giocate con interviste e interessanti dietro le quinte che approfondiscono la relazione tre le lottatrici e il loro impatto anche extra-ring.

Tra le portate principali c’è l’immancabile MyCareer – e qui già iniziamo ad entrare in una zona di luci ed ombre. La storia retrospettiva di Red e Tre, due amici liceali – con i vari capitoli si scoprirà di più sulla loro storia passata – con la passione del wrestling, è infatti un’altalena che passa costantemente tra buoni momenti recitati a battute degne della migliore commedia di serie B italiana. L’irruenta Red è dotata di una personalità vivace che spesso la porta a scontrarsi verbalmente con le stesse superstar della WWE anche durante i primi passi mossi sul ring, mentre Tre è solo patetico, una macchietta che dovrebbe dare il là ai momenti comici non riuscendo mai in questo intento.

Nonostante qualche passo falso, la storia procede in modo piacevole, ma è nell’aspetto ludico che emergono i principali intoppi della modalità. L’inizio è dedicato alla creazione da zero dei due wrestler che, capitolo dopo capitolo, vanno migliorati e personalizzati in base al proprio stile di gioco. Un’operazione più facile in teoria che in pratica. Il moveset è ad esempio collegato a lootbox e alla Virtual Currency – l’oramai nota moneta in-game di 2K – mentre l’albero delle abilità ha un design abbastanza strano, visto che gli esagoni di cui è composto sono nascosti ed è quindi difficile pianificare lo sviluppo. Inoltre, data la presenza di due co-protagonisti, tutta l’operazione richiede il doppio della fatica e, ovviamente, il doppio del tempo. La MyCareer ha i suoi difetti, incertezze che comunque non impediscono a questa modalità di regalare del buon divertimento grazie a cameo dei wrestler reali e alle tante tipologie di match messe in scena.

Tanta carne al fuoco

Uno dei punti di forza della serie WWE 2K è sempre stata l’abbondanza di contenuti e anche questa nuova edizione non è da meno. Nonostante qualche mancanza, la modalità Universe è ancora quel giocattolo plasmabile a proprio piacimento in cui creare faide e determinare l’andamento degli show settimanali, con tanto di promo, match e cutscene inedite. Anche il roster è decisamente corposo e spazia dalle leggende WWE – spesso da sbloccare – a main eventer del calibro di Seth Rollins o Romain Reigns, passando anche dai cosiddetti mid-carder fino ad arrivare agli astri nascenti di NXT o ai nomi relegati in fondo alle gerarchie. Sfogliando i nomi e osservando le arene ci si accorge però di alcune mancanze.

2K e Visual Concepts sono state abbastanza sfortunate in questo senso: l’assenza di Lio Rush sarebbe passata inosservata fino ad un paio di settimane fa se quest’ultimo non avesse vinto il titolo cruiser, il restyling di RAW e Smackdown ha modificato gli stage e le arene e alcuni atleti come Chad Gable e Bayley hanno rispettivamente cambiato nome e look. Medesimo discorso per le tipologie di match, una scelta che abbraccia i classici 1 vs 1, i tag team match fino ad arrivare alle stipulazioni più estreme come l’hell in a cell o l’elimination chamber.

Botchamania

Fino a questo punto WWE 2K20 sembra essere il solito discreto titolo già visto nelle ultime iterazioni. Invece no, a partire da una componente grafica di per sé molto modesta e per di più afflitta da bug di ogni genere. Ritornando un attimo alla modalità MyCareer, questa sembra essere uscita da una console di una generazione passata, i modelli poligonali dei personaggi sono arretrati, durante le cutscene le texture sono piatte e in bassa definizione, gli ambienti visitati da Red&Ted sono sempre spogli e tutto è affetto da un terribile aliasing. Sul ring la situazione migliora leggermente e, a parte i plasticosi lottatori creati da zero, le superstar reali sono ben realizzate (e spicca soprattutto l’effetto sudore). Come sempre c’è un ampio divario tra i nomi di prima fascia e quelli di secondo piano, quest’anno ai limiti del tragicomico a partire dalla stessa schermata di selezione: giusto per fare due nomi, Rhea Ripley e Tyler Bate. Mi chiedo cosa abbiano fatti di male i due britannici per aver un volto del genere.

Quando si entra nel vivo dell’azione ci si accorge che WWE 2K20 farebbe fatica ad essere giustificabile anche se fosse una semplice beta. I bug grafici non sono leggende nate sul web ma colpiscono spesso e (mal)volentieri i match. Vado giusto a memoria: volevo tuffarmi nel mondo dei ricordi WCW con un classico Sting VS Ric Flair, solo che il Nature Boy era totalmente invisibile, in un altro caso le braccia di Ricochet si sono allungate in stile Tiramolla o, ancora, la testa di Charlotte è stata colta da spasmi e si contorceva in modo inquietante. Questi sono solo i primi tre esempi che mi sono venuti in mente.

Questi spiacevoli inconvenienti grafici sono però solo la punta di un iceberg che affonda le sue radici saldamente nel gameplay. I veri problemi di WWE 2K20 emergono infatti pad alla mano. Il wrestling è una coreografia lottata difficile da trasporre in videogioco, ma qua semplicemente funziona poco e nulla. Le mosse infatti faticano a connettere e i colpi diretti, le chop e i dropkick finiscono nel vuoto a causa di un sistema di puntamento rotto, senza parlare poi della difficoltà legata alla corsa e all’interazione con i vari oggetti. Come se non bastasse, l’AI è in difficoltà nel mantenere un comportamento logico e ad imbastire le sue manovre quando si trova in mezzo a match con più persone o a quelli con stipulazioni particolari. Atleti che si incastrano in mezzo alle corde, altri che corrono su e giù, che rotolano cercando di scendere dal ring o che finiscono per fondersi con uno dei quattro angoli: questi teatrini non si ripropongono ad ogni match, ma diciamo che di momenti comici ne ho vissuti in abbondanza.

Wrestling vecchia scuola

Al di là dei tanti passi falsi tecnici sui cui qualche patch potrebbe intervenire e salvare il salvabile, quello che realmente perplime è uno stile di gioco sospeso tra un approccio arcade e uno più lento, studiato e volto alla “simulazione”, un mix che complica l’identificazione di WWE 2K20. Accanto alle gif finite online, un altro motivo di lamentela è collegato al nuovo sistema di comandi ma, almeno personalmente, non me la sento di polemizzare più di tanto con l’inedita mappatura, su cui occorre solo un po’ di pratica. Ciò non toglie che un’opzione per impostare i tasti non guasterebbe, in un gioco del 2019. Al contrario, reputo più fastidioso il continuo ricorso a mini-giochi per determinare l’esito di numerose azioni, dalle sottomissioni all’uscita dalla gabbia, passando per le valigette appese, un costante spezzettamento del ritmo.

A completare il desolante panorama degli incontri ci pensa un’atmosfera apatica e un commento per lunghi tratti mancante. Ripensandoci bene, vedendo come è stato accolto l’ingresso sul ring di Cain Velasquez e il silenzio attorno alla sua faida non richiesta contro Brock Lesnar, questo encefalogramma piatto del pubblico è forse una delle poche cose riuscite in questo WWE 2K20.

+ Tanti contenuti, fra modalità di gioco, match e lottatori
+ WWE Universe dedicato al wrestling femminile
+ Il MyCareer ha dei buoni momenti
– Tanti, troppi bug
– Graficamente un passo indietro
– Pad alla mano dà poche soddisfazioni
– Match frustrati da collisioni sbagliate

4.5

WWE 2K20 merita un posto nella prossima puntata di Botchamania, show settimanale su YouTube dedicato ai peggiori bloopers nel mondo del wrestling. Davanti ai madornali errori tecnici, anche i pochi punti a favore del titolo di Visual Concepts e 2K faticano ad emergere, seppelliti da abbondanti glitch, da una grafica non al passo con i tempi ma soprattutto da un gameplay difficile da inquadrare e penalizzato da un sistema di puntamento fallace.