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I videogiochi di oggi durano troppo… o forse no? I numeri

È vero che i videogiochi di oggi durano tanto di più che in passato? Vale per tutte le tipologie e piattaforme? Abbiamo tracciato delle statistiche per darvi una risposta

Ogni videogiocatore vive i videogiochi a modo suo. Non scopriamo certo oggi che possiamo identificarci in tipologie del tutto diverse, tra chi gioca per competere e diventare sempre più abile, chi per scoprire mondi, chi perché spinto dall’animo da completista, chi per incontrare nuove persone o per condividere le avventure con quelle care. Per questo motivo, ci sono alcuni aspetti di un’esperienza videoludica che su alcuni hanno un ascendente e su altri no. Una dicotomia che di recente si è messa molto in evidenza in merito alla longevità.

Qualche tempo fa il nostro Valentino ragionò con voi del concetto di videogiochi un tanto al chilo, ossia dell’idea che, considerando i costi di listino dei titoli, sia necessario che un videogame offra “almeno X ore di divertimento, per quello che costa”. Si tratta di una concezione lontanissima da quei tempi in cui infilavamo le monetine nei cabinati per farci prendere a cazzotti in Tekken 2 per qualche minuto – e, non paghi, ne mettevamo un’altra subito dopo, per dimostrare agli amici che «ho avuto sfortuna, ma ora gliele suono».

L’industria è andata di pari passo con questa necessità: al di là del bisogno di monetizzare universi ludici sempre più persistenti, c’è la sensazione che i videogiochi durino sempre di più, o che almeno sia così per quelli più popolari, i cosiddetti “AAA”, con l’universo indipendente e doppia A che tiene invece standard differenti.

Prima del lancio di Cyberpunk 2077, CD Projekt sottolineò di voler realizzare un'esperienza più breve di quella di The Witcher 3, puntando sul replay value

Abbiamo discusso dell’argomento di recente anche nelle immancabili serate di Q&A in vostra compagnia, il venerdì sera, e molti di voi hanno convenuto che a volte ci sia la sensazione che i videogiochi si diluiscano in favore di una longevità dove non ci sono azioni significative. E se per alcuni di voi emergeva che questo è un problema, perché «non mi interessa girare a vuoto per raccogliere collezionabili a caccia del Platino a ogni costo», altri hanno invece evidenziato che «ci mancherebbe altro durassero meno di quaranta ore, con quello che li pago».

Le domande, allora, si sono poste da sole: è vero che i videogiochi durano sensibilmente di più rispetto ad anni addietro? E se la risposta è sì, quanto di più? Di che tipologia di giochi stiamo parlando, nello specifico? Vale lo stesso su tutte le piattaforme? Abbiamo messo insieme qualche dato, perché su SpazioGames i dati che danno suggerimenti su come si muovano le viscere dell’industria ci affascinano sempre: abbiamo così tracciato i giochi più popolari su diverse piattaforme (per copie vendute), escludendo dalle chart quelli che non hanno una campagna in singolo significativa (ad esempio, un picchiaduro). Abbiamo poi correlato questi dati alla longevità media dell’esperienza di gioco lineare segnalata dai giocatori sul portale raccoglitore How Long to Beat.

Vediamo insieme che risultati sono emersi.

Partiamo precisamente da Super Mario Bros.

C’era una volta NES

Cominciamo dalla Storia del videogioco, da concetti di titoli che sono lontanissimi dalle esperienze che viviamo oggi – prevalentemente a mondo aperto e dalla forte impronta narrativa: facciamolo da NES, la piattaforma Nintendo del 1985 rimasta nell’immaginario di qualsiasi appassionato. È su questa console, come sappiamo, che hanno mosso i loro prima passi dei franchise leggendari e non stupisce riscoprire, andando a sfogliare i più giocati dell’epoca, quanto i videogiochi fossero diversi da come li conosciamo oggi.

Per arrivare alla fine di Super Mario Bros. bastavano due ore. Il paragone con i numeri odierni, in questo caso, ha senso solo perché era necessario avere un punto di partenza storico: ogni generazione videoludica rappresenta un’era geologica a sé, figuriamo mettere fianco a fianco il 1985 e i canoni del 2021.

C’erano, comunque, le interessantissime eccezioni dei JRPG, come Dragon Quest (o Dragon Warrior, se preferite), che già dagli anni ‘8o puntavano su longevità superiori alle venticinque ore. Per questo, la media di completamento di un videogioco, prendendo come campione i più giocati su NES, era di 9,7 ore tenendo conto anche di Dragon Quest – di 6,5 ore escludendo i picchi dati dai titoli di casa Enix.

Ma su PlayStation i giochi quanto duravano?

Facciamo un salto in avanti. È il 1994 e fa il suo debutto la prima PlayStation, una piattaforma rimasta nell’immaginario proprio per il suo aver dato origine ad alcuni franchise che hanno fatto della natura narrativa la loro ragion d’essere. Pensiamo a Metal Gear Solid, pensiamo a Tomb Raider, pensiamo al boom dei Final Fantasy tridimensionali e anche al grande successo di Resident Evil.

Nelle statistiche relative ai videogiochi più popolari dell’epoca, è interessante notare come questi titoli convivano fianco a fianco con i grandi platform dell’epoca: le durate di Spyro The Dragon e dei Crash Bandicoot sono del tutto sovrapponibili, mentre è curiosamente breve quella di Resident Evil 2 – complice la possibilità della doppia campagna con Leon e Claire.

In totale, con questa commistione tra platform abbastanza brevi (a meno di non essere completisti, ma non è quella la longevità che stimiamo qui, ndr) ed esperienze più incentrate sull’intrecciare racconto e interazione, la longevità media dei titoli più celebri su PlayStation era di 18,1 ore.

Nintendo 64: quale longevità?

È invece il 1996 quando il mercato accoglie per la prima volta Nintendo 64. La generazione è insomma la stessa di PlayStation e, anche in questo caso, gli appassionati ebbero la possibilità di vivere alcuni dei migliori videogiochi mai creati. E, anche qui, i dati relativi alle longevità segnalano alcune interessanti oscillazioni: The Legend of Zelda: Ocarina of Time, con le sue 26 ore, si avvicina a standard molto più attuali per un titolo d’avventura che non è un JRPG a turni. I numeri sono simili ma leggermente inferiori per The Legend of Zelda: Majora’s Mask (la media di completamento “lineare” è di 20 ore), mentre spiccano le 28 ore di Donkey Kong 64.

La media dei più giocati sulla piattaforma è di una longevità di 14,5 ore. Se guardiamo a una decina di anni prima, ai numeri di NES, è già possibile individuare un’evoluzione molto interessante in termini di durata, che partiva dalle 9,7 ore stimate tenendo conto anche delle eccezionali lunghezze dei due Dragon Quest entrati nella stima.

I giorni nostri: la longevità su PS4 ai tempi degli open world

Facciamo un balzo in un’epoca molto più vicina alla nostra. PlayStation 4, sul mercato dal 2013, è stata praticamente la casa degli open world. Vale lo stesso anche per Xbox One e i multipiattaforma che hanno unito le due piattaforme, quindi quello che rileveremo in questa analisi si può applicare anche alle logiche di mercato che hanno animato la vecchia console di casa Microsoft.

I giochi si sono fatti sempre più online, con stagioni e proposte ludiche persistenti a cui stare dietro, ma quelli che hanno una campagna in singolo a cui dedicarsi hanno modificato in modo sensibile o no la loro durata? I dati sono sicuramente interessanti: tra i giochi più popolari per PS4, il più longevo è The Witcher 3: Wild Hunt, che richiede in media 51 ore per arrivare all’epilogo delle vicende di Geralt. I mostri sacri dell’open world di Rockstar, rispettivamente GTA VRed Dead Redemption 2, richiedono ai non completisti rispettivamente 31 ore48 ore per vedere i titoli di coda.

Horizon: Zero Dawn (2017)

Più contenute, invece, le proposte esclusive di casa Sony: God of War si completa in 20 ore, l’open world Horizon: Zero Dawn in circa 22 oreMarvel’s Spider-Man vi racconta le vicende di Peter Parker in 16 oreInFamous: Second Son osava meno accontentandosi di una proposta ludica d’altri tempi, pari a 10 ore soltanto.

In tutto questo, l’eccezione sono ovviamente i Call of Duty finiti in classifica per la loro popolarità: è stato così evidente il venire messa in secondo piano della loro campagna, di generazione in generazione, che Activision ha dovuto riscoprirla, dopo averla tagliata del tutto in Black Ops IIII.

La media di completamento dei giochi più popolari su PS4 si attesta allora sulle 22,9 ore (nonostante le campagne di CoD), in salita rispetto alla capostipite PSOne, che si fermava a 18,1 ore.

Quanto durano i giochi su una portatile da salotto come Switch?

Visto che abbiamo già analizzato l’evoluzione della longevità su piattaforme Nintendo passando da NES a Nintendo 64, il passo successivo era ovviamente interrogarsi su quanto durino i giochi su Nintendo Switch. Al di là dei multipiattaforma, che mantengono anche qui la stessa longevità, le produzioni più popolari per la console più giovane della casa di Kyoto sono ovviamente quelle first-party. Come ha deciso di strutturarle allora Nintendo, considerando che devono essere fruibili sia fuori casa che davanti a un televisore in full HD?

I dati che emergono danno la risposta: al di là di pochissime eccezioni (New Mario Bros. U Deluxe e le sue 9 ore vengono da un altro modo di essere Super Mario, oltre che da una generazione prima), i titoli si orientano intorno alla ventina di ore e oltre. I giocatori stimano che, sebbene siano presenti contenuti stagionali continui, servano circa 60 ore per vedere la carne al fuoco di Animal Crossing: New Horizons.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild (2017)

Lo straordinario The Legend of Zelda: Breath of the Wild, bussola degli open world, richiede 50 ore di viaggi per Hyrule; il suo prequel musou, Hyrule Warriors: L’Era della Calamità vi svela le origini dei Campioni chiedendovi in cambio 23 ore di gioco, mentre potete diventare grandi allenatori in Pokémon Spada impegnando 25 ore.

Anche l’idraulico più famoso dei videogiochi, su Switch, sfonda la doppia cifra: l’apertissimo Super Mario Odyssey, nella sua straordinaria capacità di ricostruire in chiave moderna una classica pietra angolare del videogioco, si completa in circa 12 ore (senza disturbare i completisti a caccia di ogni luna, perché sennò sfondiamo le 61).

La media complessiva della longevità dei più popolari giochi per Nintendo Switch (uscita nel 2017) ammonta allora a 25 ore. Su Nintendo 64 (1996) eravamo arrivati a 14,5, su NES (1985) a 9,7.

Open world e ibridazioni: i giochi di oggi durano più dei loro antenati?

Prendere in analisi alcune delle piattaforme che hanno scandito le uscite videoludiche dal 1985 a oggi ha evidenziato come, in effetti, la longevità media dei videogiochi più popolari sia andata a salire. Appare chiaro, certo, che tra i più popolari rientrino soprattutto i tripla AAA e le ambiziose produzioni esclusive, mentre sono tante le alternative che, in termini di budget e di proporzione, hanno velleità diverse, per la longevità: un A Plague Tale: Innocence, ad esempio, si completa in 10,5 ore in media, un Vampyr in 16,5 ore, un Control in 11,5 ore, un Hellblade in 7,5 ore, un Firewatch in 4 ore.

Si tratta di videogiochi che non hanno i budget – né, lato marketing, il richiamo – dei grandi open world o degli action adventure che di solito magnetizzano le attenzioni, e che per questo motivo non hanno bisogno di diluizioni che vadano a braccetto con quanto dicevamo in apertura, «se pago questo tot, devo poter giocare almeno per questo tot».

Con Hellblade II, Ninja Theory e Microsoft troveranno il connubio tra longevità e ore di gioco significative?

Per completezza, allora, abbiamo voluto prendere in analisi alcuni franchise estremamente popolari e/o storici, per vedere in che modo sia evoluta la longevità, nel tempo, dentro una serie unica. A tal proposito abbiamo quindi scelto Final Fantasy, che già dagli albori si segnalava per la durata delle sue avventure, GTA, uno dei grandi signori dell’esperienza ludica aperta, e Assassin’s Creed, che con le uscite recenti si è reinventato gioco di ruolo e ha ampliato in modo titanico il suo monte ore.

Com’è cambiata la longevità di Final Fantasy?

Per prendere in analisi Final Fantasy abbiamo deciso di scegliere dieci episodi, spaziando tra quelli meno recenti fino alle ultime uscite, per vedere se si potessero evidenziare o meno delle tendenze a salire degli episodi più giovani. Così non è stato, in realtà – complice anche la tendenza di Square Enix a rendere più episodici gli appuntamenti con le sue uscite, come vedremo.

L’originale Final Fantasy (1987) richiedeva 17,5 ore per essere completato. Il suo più recente erede originale, Final Fantasy XV, si porta a conclusione in media dopo 28 ore di gioco. Nel mezzo, ci sono alcuni picchi sopra le 40 ore: si tratta di Final Fantasy VIII in tutti i suoi quattro CD, del pellegrinaggio di Final Fantasy X (arriviamo a 46 ore) e di Final Fantasy XII (40,5 ore di media). Il più longevo di tutti, secondo le stime, è sorprendentemente Final Fantasy XIII: questo capitolo, noto per essere molto lineare nel level design e per aprirsi davvero solo nelle battute finali, richiede 48,5 ore per scoprire cosa ne sarà di Lightning, Snow, Vanille e i loro compagni.

Final Fantasy XIII (2009)

L’ultima uscita in assoluto della serie fino a oggi, Final Fantasy VII Remake, si attesta intorno alle 33,5 ore di durata, ma con un asterisco: è standalone, ma è solo la prima parte di un’esperienza completa che riprenderà da dove ci siamo lasciati in questo “primo epilogo”.

In totale, quindi, un Final Fantasy si completa dopo circa 36 ore di media, secondo la stima data dagli episodi che abbiamo preso in analisi, ma la tendenza a cercare di raggiungere il traguardo delle trenta ore circa si era manifestata già dai tempi di Final Fantasy VI (1994, 35 ore). La saga JRPG per eccellenza, quindi, conferma la sensazione data anche da Dragon Quest, che ha sempre voluto gli esponenti del genere essere generosi in termini di durata, tanto per il grinding incoraggiato per proseguire al meglio, quanto per alcune diluizioni nella storia che in alcuni episodi si facevano più evidenti: basti pensare, senza fare spoiler a chi non ci avesse giocato, alcuni momenti dell’amato Final Fantasy VIII, dove le vicende si spostavano di pochi passi in avanti in diverse ore di gioco.

Com’è cambiata la longevità in GTA?

Quando ci si interfaccia con un open world l’intento è sempre quello di perdersi in un mondo immenso per più tempo possibile. Grand Theft Auto ha dato quello stesso senso di libertà fin dagli albori, quando i giocatori potevano godere di meccaniche da free roaming in una città che, prima con visuale dall’alto e poi in 3D da GTA III, era letteralmente ai loro piedi. La loro durata è evoluta in modo significativo, con l’odierno approccio che ha bisogno di videogiochi sempre più corposi per accontentare parte dei consumatori?

Chiaramente, sì. Per terminare la campagna di GTA servivano 12,5 ore nel 1997. Per GTA: Vice City, la conquista della Florida da parte di Tommy Vercetti richiedeva 19,5 ore nel 2002. Il balzo in avanti si ebbe con GTA: San Andreas, complici le decine e decine di attività – anche del tutto accessorie, come cibarsi, migliorarsi la muscolatura andando in palestra, cambiare taglio di capelli dal barbiere – che permetteva di arrivare alla fine senza essere completisti in circa 31 ore. Si manteneva su uno standard simile anche GTA IV, con 28 ore per arrivare alla fine, mentre la spunta su tutti GTA V con le sue 31,5 ore di media.

Tuttavia, i giochi hanno la stessa portata più o meno dall’epoca di San Andreas anche per chi vuole fare proprio tutto: secondo le stime, un completista può fare tutto in San Andreas in circa 82 ore, in GTA IV in circa 77 ore e in GTA V in più o meno 79. Possiamo dire quindi che, dal 2004 al 2013, Rockstar abbia trovato il suo equilibrio in una proposta ludica complessiva da circa 80 ore per GTA, ma vedremo se ci saranno novità nel futuro e chiacchierato GTA VI: sappiamo, infatti, che Red Dead Redemption 2 – che è, di fatto un GTA nel Far West dalle forti tinte narrative – richiede ai completisti circa 165 ore di impegno, e potremmo scoprire numeri simili anche nel futuro della saga dedicata al crimine tra Liberty City e Los Santos.

Com’è cambiata la longevità in Assassin’s Creed?

Concludiamo il nostro excursus tra i dati relativi ai cambiamenti nella longevità dei singoli franchise prendendo in analisi il caso probabilmente più interessante: quello di Assassin’s Creed. Nato come action adventure dalle sfumature stealth nel 2007, il videogioco dedicato agli Assassini e firmato da Ubisoft ha visto con Assassin’s Creed Origins (2017) l’aprirsi di una nuova epoca, in cui le ibridazioni con i giochi di ruolo si sono fatte enormi – tra costruzione del personaggio, degli equipaggiamenti, missioni primarie, secondarie e invito all’esplorazione libera a cui si era spinti da qualcosa di più delle piume di Petruccio in Assassin’s Creed II.

L’originale avventura con protagonista Altair si portava allora a termine in circa 15 ore. Quella con Ezio Auditore da Firenze richiedeva 19 ore nel secondo capitolo e 15 ore in Brotherhood. Da lì in poi, gli episodi si sono mantenuti piuttosto stabili, con l’eccezione di Assassin’s Creed IV: Black Flag: introducendo le missioni di navigazione, il gioco si estendeva, in media, fino a 23 ore prima di raggiungere i titoli di coda – un valore superiore ai successivi UnitySyndicate, ambientati rispettivamente nella Rivoluzione Francese e nella Rivoluzione Industriale.

Assassin's Creed Valhalla (2020)

Con Assassin’s Creed Origins abbiamo il primo stacco netto: la storia ambientata alle Origini degli Assassini richiedeva circa 30 ore; un tempo che si è trasformato in circa 42,5 ore per l’ancora più esteso Assassin’s Creed Odyssey e che arriva alla stima (al ribasso, mi conferma il nostro Paolo Sirio, che ne ha curato la recensione) di 54,5 ore di gioco necessarie per completare Assassin’s Creed Valhalla e le scorribande del guerriero norreno Eivor.

Non ci sono dubbi, dunque, che in un franchise come quello di Assassin’s Creed l’evoluzione del piano della longevità sia sotto gli occhi di tutti: con il passaggio al modello da gioco di ruolo la saga Ubisoft ha iniziato a proporre delle offerte ludiche di durata davvero generosa, assimilabile quasi a quella di un JRPG, pur senza rinunciare a raccontare delle vicende con un taglio cinematografico. Il risultato sono delle opere che tengono impegnati i giocatori con tantissime attività di ogni sorta, anche se sacrificano sull’altare della durata i tempi narrativi e le azioni davvero significative, molto distanziate tra loro.

Si tratta, curiosamente, di un approccio che è invece andato al contrario per un altro celebre franchise di Ubisoft, Watch Dogs: l’originale si completava infatti in più tempo del recente Legion (19 ore contro 17,5 per la run lineare, 59 ore contro 48,5 per i completisti).

In conclusione

La nostra disamina sulla longevità non ha, è chiaro, l’ambizione di essere esaustiva (o scientifica): abbiamo voluto prendere in analisi questi dati ed evidenziarli per rilevare quanto, effettivamente, i videogiochi oggi durino rispetto ad anni addietro – tanto alle origini del medium, quanto all’epoca del boom delle avventure narrative e delle tre dimensioni. I dati emersi, per quanto piuttosto console-centrici, confermano la tendenza, soprattutto di alcuni franchise e di alcune ibridazioni, come quelle ruolistiche, di puntare sensibilmente sulla mole di contenuti da mettere di fronte al giocatore, come in un lauto buffet.

L’altra faccia della medaglia rimane, non è un segreto, fare in modo che il giocatore mantenga l’appetito per tutta la durata del banchetto, ed è questo il grande contro del videogioco un tanto al chilo di cui si disquisiva in apertura alla nostra analisi: molti videogiocatori vogliono giochi sempre più lunghi, altri li vogliono semplicemente sempre più significativi.

È difficile che un’esperienza sopra le cinquanta, sessanta, a volte cento ore riesca ad accontentare entrambi i palati, quindi è plausibile immaginare che in futuro gli AAA che mirano a un pubblico eterogeneo continuino a differenziare la loro proposta, proponendo magari campagne intorno alle trenta ore e una mole generosissima di contenuti secondari.

Durate diverse, esperienze diverse, giocatori diversi? Non sempre e non necessariamente

È anche vero che Sony, che sappiamo essere signora assoluta in termini di opere narrative, evidenzia di aver già trovato un suo equilibrio tra l’importanza dei tempi dello storytelling e la freschezza delle meccaniche da proporre prima che la miccia del level design e del core gameplay loop risulti esaurita: pensate, oltre ai dati già evidenziati nel paragrafo dedicato a PS4, che The Last of Us – Parte II si termina in 24 ore, proprio come Ghost of Tsushima – i due canti del cigno della generazione.

Sicuramente, con PlayStation 5 e Xbox Series X continuerà anche la tendenza ad avere mondi di gioco più aperti, che favoriscono l’approccio di chi vuole spaziare molto tra golden path e secondarie del tutto facoltative. La certezza, ora come ora, è che la percezione che i videogiochi debbano durare di più è stata recepita un po’ da tutti i maggior produttori del mercato di massa, come testimoniano anche le opere uscite su Switch: è un vantaggio per i videogiocatori, considerando che conferma l’analisi dell’azzeramento del costo per MB di cui vi parlammo in un altro approfondimento dedicato?

È un vantaggio per il produttore, se propone qua e là l’acquisto di contenuti estetici facoltativi che rendono la monetizzazione più persistente? Porterà chi è in cerca di esperienze ludiche del tutto significative a concentrarsi più su un What Remains of Edith Finch o un The Novelist che su un nuovo open world dove ci si dimentica cosa si stava facendo e per chi?

Il pubblico dei videogiochi, non è un segreto, è sempre più grande e sempre più diversificato. La sensazione è che, su livelli produttivi diversi (e prezzi diversi, pertanto), insisterà a esserlo anche la longevità.

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