Valiant Hearts: The Great War | Matricole e Meteore #5

Il quinto appuntamento della videorubrica è Valiant Hearts, videogioco che costruisce e insegna attraverso un audace bluff

Video Speciale
A cura di Adriano Di Medio - 12 Agosto 2019 - 11:47

Bentornati a Matricole e Meteore, la rubrica dedicata ai successi e agli insuccessi della videoludica di massa. Dopo essere passati per Metal Slug e la sua rappresentazione grottesca e caricaturale della guerra, oggi andiamo a parlare del suo audace contraltare. Quella di oggi è infatti una fetta di storia recentissima, che sotto l’aspetto falsamente stilizzato si impone di divulgare la memoria di una delle più grandi catastrofi della storia umana. Parliamo di Valiant Hearts: The Great War.

L’interazione è tutta qui e va bene così

Il contesto, com’è facilmente prevedibile, è quello della prima guerra mondiale. Come in un romanzo storico questo conflitto segnerà le vite dei quattro protagonisti. Emile è un contadino di San Mihiel coscritto, suo genero Karl è un tedesco naturalizzato francese che a seguito dello scoppio della guerra viene deportato in Germania e costretto a combattere contro i francesi. Freddie è uno statunitense arruolatosi volontario in cerca di vendetta e infine Anna è una belga specializzanda in medicina partita per il fronte in cerca del padre. Le loro vicende si intrecceranno nei quattro capitoli della storia alla ricerca del terribile barone Von Dorf, rapitore del padre di Anna e distruttore della vita di Freddie.

Non ci dilungheremo molto sull’aspetto prettamente ludico di quest’opera Ubisoft. Non perché non ci sia o non sia fatto con competenza, ma perché molto è già stato detto a riguardo. Dal 2014 al 2018 Ubisoft ha infatti ripubblicato questa avventura per buona parte delle macchine attualmente in commercio. La più recente è stata Nintendo Switch, ma Valiant Hearts: The Great War ha visto la luce anche su PC, iOS, Android e sulle console sia dell’attuale che della precedente generazione. Nei fatti si tratta di un’avventura a scorrimento orizzontale dove prendere il controllo di quattro personaggi. Malgrado ciascuno di loro abbia una componente unica (Emile scava, Freddie combatte, Anna cura e Karl si traveste) il principale compito è condiviso: risolvere enigmi ambientali per proseguire. Le tipologie possibili sono il recupero di oggetti, il loro lancio o l’interazione con l’ambiente e i personaggi non giocanti. A questi segmenti “tranquilli” si appaiano le sequenze più dinamiche dove correre evitando i proiettili o liberando in fretta la strada per i propri alleati. Oltre alle abilità individuali sarà essenziale l’apporto di un cagnetto originariamente appartenente a un ufficiale medico, al quale impartire ordini come raccogliere oggetti, azionare macchinari o distrarre le guardie.

La guerra non sta a guardare a che bandiera ti commuovi

L’interazione è quindi tutta qui, ed è pertanto palese che non è questo l’obiettivo primario di Valiant Hearts: The Great War. Lontano anche dallo scrivere “solamente” un romanzo storico, la volontà del gioco Ubisoft Montpellier è prima di tutto far capire la prima guerra mondiale e ciò che ha rappresentato tanto per l’Occidente quanto per il mondo intero. Il racconto infatti abbandona qualunque stilema di nazioni “buone” e “cattive” e mette tutti sullo stesso piano. Lo fa utilizzando quella che da sempre è uno dei fondamenti della cultura occidentale, ovvero l’immagine. Le parti parlate sono infatti relegate alla narrazione e agli scritti, tutto il resto ci viene comunicato tramite nuvolette, immagini e simboli. Le poche volte che i personaggi parlano sono solo brevi frasi per far dedurre la loro nazionalità.

Ed era l’unico modo per rendere meno disturbante ciò che deve raccontare. Perché Valiant Hearts: The Great War è un videogioco terribile, ma nel senso buono del termine. È terribile perché inganna con il suo aspetto disegnato e fumettoso mentre in realtà fa vedere senza filtri la tragedia umana che ha divorato l’Europa dal 1914 al 1918. Attraverso gli occhi dei quattro protagonisti riviviamo sia momenti autentici della guerra, come la Somme e altre battaglie del fronte occidentale, sia parti fittizie utili a far proseguire la vicenda dei quattro. E pure se il gioco si sforza con tutto sé stesso di mettere i personaggi su un piano paritario, a emergere di più è la figura di Emile. Questo uomo non più giovane, già padre e novello nonno, viene richiamato alle armi e mandato a combattere. La sua vicenda serve a esplorare (pure se in maniera semplificata) quella che era tanto la vita di trincea quanto quella dei prigionieri di guerra. Da coscritto a prigioniero, da sopravvissuto a eroe non voluto, egli è il personaggio che più resta nella memoria. Sotto il faccione barbuto e intristito egli combatte l’inaridimento della propria coscienza e della propria umanità.

Chi dimentica il passato…

Valiant Hearts: The Great War appartiene a un periodo della Ubisoft che appare lontanissimo nonostante sia in realtà separato da noi da appena un lustro. Il gioco è stato infatti costruito sul motore UbiArt Framework, studiato per combinare immagini bidimensionali con elementi in tre dimensioni. Ogni elemento a schermo è quindi disegnato a mano, e le tre dimensioni vengono adottate solo furbescamente per creare piccole prospettive e la velocità di fuga delle sezioni a scorrimento. È qualcosa sia di furbo ma anche intelligente, in quanto una simile grafica permette sia di far girare il gioco in qualunque piattaforma sia di donargli un’estetica che lo ha già reso senza tempo. A ciò interviene anche la magnifica colonna sonora, a sua volta semplice e malinconica nel suo addossare al solo pianoforte tutta la responsabilità di arrivare dove le immagini non ce la fanno.

In sé possiamo capire che il gioco non sia per niente difficile. Ciò è dovuto in parte alla scelta di tenere l’enunciazione volutamente semplice (ai limiti del semplicistico) e in parte alla presenza di un sistema di indizi attivabile con un apposito tasto. L’unico momento in cui il tempo potrebbe prolungarsi un po’ di più è durante le sezioni a scorrimento in automobile o quando non si riesce a calcolare bene il tempo per schivare un colpo d’artiglieria. Il prolungamento dell’esperienza può provenire dal riesplorare i capitoli già completati sia alla ricerca di prestazioni migliori (utili allo sblocco di un paio di obiettivi/trofei) che al ritrovamento di oggetti bonus. Anche qui, Ubisoft Montpellier mostra il suo spirito “da bluff”, in quanto quest’ultima ricerca non ha reali impatti sull’azione. Piuttosto ha lo scopo di far comprendere e insegnare piccole nozioni sulla vita di quell’epoca. Le documentazioni arrivano a livelli quasi accademici, dalle trascrizioni di autentiche lettere dal fronte a veri e propri cimeli come cartucce riadattate per scopi più pacifici. Per questi ultimi vennero addirittura indetto un concorso ai tempi, il cui vincitore viene esplicitamente ringraziato nel gioco.

Oltre ai diari dei singoli personaggi che si aggiorneranno col proseguire della vicenda c’è poi la notevole sezione dei fatti storici: ogni capitolo ha infatti delle didascalie accompagnate da fotografie d’epoca (spesso colorizzate) che raccontano i fatti autentici. Pure se semplificati hanno un inaspettato valore divulgativo, che si è cercato di trasporre intatto anche nella versione italiana. Malgrado Valiant Hearts: The Great War sia un videogioco concentrato sul fronte occidentale, i nostri traduttori hanno pensato di inserire anche dati sulla situazione italiana, sforzo apprezzabile anche se un po’ fuori contesto. Ma aggiunge solo ulteriore coraggio a un videogioco che non si autocensura quando si tratta di mostrare le conseguenze della guerra, con alcune immagini d’epoca impressionanti anche per un pubblico adulto.

Valiant Hearts: The Great War è una Meteora appositamente pensata per essere tale. Una di quelle opere che hanno una valenza storiografica e divulgativa, ancor prima che ludica. Se il discorso ludico quindi si mantiene su livelli semplici, il vero “bluff” culturale di Valiant Hearts sta nell’aver fatto entrare un’opera profondamente triste ma storica sotto la sua apparenza da fumetto. Un’estetica che però la rende sia incisiva che fruibile in maniera democratica, che pare affermare come alla fine a contare e a fare davvero la differenza non sono i grandi, ma i piccoli e i piccoli atti che compiono. E che, alla fine, pagheranno sempre il prezzo più alto.




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