The Lost Child, recensione del dungeon crawler dal creatore di El Shaddai

By |agosto 7th, 2018|Categories: RECENSIONE|Tags: |
I dungeon crawler classici di stampo nipponico sono spesso visti come delle creature mitologiche dalla maggior parte dei giocatori. Facenti parte di un genere di nicchia che riunisce un poco nutrito gruppo di accoliti, hanno proliferato su PS Vita e ultimamente hanno avuto un ritorno di fiamma anche in Europa, continente dove notoriamente hanno meno successo rispetto all’Asia. The Lost Child, oltre a non tradire le tradizioni del genere, ha nella sua faretra un’altra freccia: è una sorta di spin-off dell’apprezzato El Shaddai.
Occulto
Diciamo spin-off solo perché ci sono dei punti e dei personaggi in comune, ma in realtà – per chi se lo stesse chiedendo – i due titoli hanno davvero poco da spartire, sia per quanto riguarda la struttura di gioco, sia per tutti gli altri aspetti primari e secondari. The Lost Child non vuole infatti adagiarsi su un genere che avrebbe senz’altro avuto una presa maggiore sul grande pubblico; ciononostante, abbraccia alcune caratteristiche come il sistema di cattura dei demoni che di fatto sopperisce alle mancanze e debolezze oggettive che il gioco si porta dietro. Non ultima, quel continuo andirivieni all’interno dei “layer” (così sono chiamati i labirinti) che potrebbe ben presto annoiare chi ha poca dimestichezza col genere.
La storia di The Lost Child – non particolarmente memorabile, ma nemmeno così smorta – ruota attorno a Hiyato Ibuki, giornalista della rivista LOST, pubblicazione che tratta di occulto e paranormale. Le investigazioni di Hiyato lo spingono a indagare su strani eventi legati alle stazioni della metropolitana, dove pare che alcune persone si siano gettate tra i binari sotto l’influsso di una strana presenza. Nonostante alcune testimonianze parlino di una figura sfuggente che spinge giù i malcapitati, Il protagonista è scettico sulla correlazione dei fatti e su quella tra i suicidi e il paranormale, fin quando un giorno non è proprio lui a finire suo malgrado sui binari. Viene salvato all’ultimo secondo da una donna misteriosa, che si scoprirà poco dopo essere una sorta di angelo che lo metterà al corrente di una battaglia tra inferno e paradiso, in cui Hiyato si trova inconsapevolmente tirato in mezzo.
Nonostante ci siano dei buoni momenti e in generale qualche discreto spunto per mantenere la curiosità del giocatore, non è di certo la trama il motivo per cui potreste acquistare The Lost Child. Se dovessimo ridurre tutto ai minimi termini, il titolo seguirebbe il seguente schema: risolvi mini puzzle, combatti coi mostri di base, affronta il boss e trova una via d’uscita dal dungeon. Visto così, potrebbe sembrare tutto molto ripetitivo (e attenzione: per larghi tratti lo è), eppure non mancano degli escamotage per rendere meno fiacco lo sviluppo di un’avventura che può anche superare agevolmente le venti ore.
Catch ’em all
Sin dalle prime battute il protagonista entrerà in possesso di un accessorio chiamato Gangour, il quale permette di purificare e catturare i demoni che infestano i dungeon di gioco. Dopo averlo fatto, sarà possibile schierarli tra le proprie fila durante i combattimenti a turni, potendo dunque indirizzare gli scontri verso esiti differenti ogni volta che la situazione diventa critica.
Considerando quanto questa caratteristica si avvicini alla cattura dei Pokémon, è logico pensare che i loro estimatori vorranno andare in giro per ogni anfratto dei dungeon con la speranza di imbattersi in creature nuove o rare da sconfiggere e poi possedere. 
Le battaglie avvengono impartendo i comandi (tutti prima dell’effettiva azione) ai personaggi, i quali eseguono automaticamente le mosse nel momento in cui è il loro turno. Oltre agli attacchi primari, l’uso degli oggetti e delle abilità, Hiyato può utilizzare il Gangour, il quale ha una barra che – quando caricata al massimo – infligge un ragguardevole quantitativo di danni. Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla sua eccessiva carica, che manda l’arma in overload e sostanzialmente la rende inutilizzabile, lasciandovi sguarniti per qualche turno. In ogni caso, il suo utilizzo è sempre consigliato anche quando l’obiettivo non è la cattura, perché di fatto i punti ferita in grado di infliggere sono degni di nota, soprattutto contro gli ostici boss. Ecco, proprio a proposito della difficoltà e del suo bilanciamento, è necessario fare qualche appunto.
Di base, The Lost Child è un titolo dalla difficoltà nella medio-bassa, e in realtà per la maggior parte del tempo speso nelle vostre peregrinazioni avrete l’impressione che sia addirittura troppo facile. Insomma, come capita spesso per ogni titolo del genere, i nemici primari non fanno altro che subire i vostri attacchi senza darvi molti pensieri, mentre i boss, senza una buona dose di grinding, possono farvi fuori in men che non si dica. Il punto è che, al di là delle battute di caccia per acchiappare i demoni e aggiungerli alla vostra collezione, crescere di livello è un’operazione piuttosto tediosa. E arrivare molto potenziati di fronte a un boss distrugge ogni forma di divertimento. Riuscire a trovare un buon equilibrio è senz’altro possibile, a patto che sopportiate le oggettive debolezze che l’intero genere si porta dietro. 
Graficamente The Lost Child è molto arretrato. Vagando (in prima persona) lungo i dungeon c’è uno stacco davvero eccessivo rispetto alle schermate di dialogo e agli sfondi pre-renderizzati in 2D: camminare lungo quei corridoi dà la netta impressione di trovarsi di fronte a un gioco di un paio di generazioni fa, con ambienti disadorni, pareti anonime che dividono i corridoi e un senso di desolazione difficilmente sopportabile. Se pensate di poter andare oltre queste problematiche e siete tra i più strenui difensori dei dungeon crawler, The Lost Child (che è sottotitolato in inglese) può fare al caso vostro, altrimenti potrete tranquillamente passare oltre.

– L’incipit della storia e alcune discrete trovate salvano la trama da tante banalità…
– Sistema di cattura dei demoni che farà la felicità degli amanti dei Pokémon


-… Che comunque rimangono, assieme a qualche cliché di troppo
– Tecnicamente piuttosto arretrato
– Ripetitivo e spesso tedioso


6.5

Sawaki Takeyasu ha creato un’opera che si distanzia parecchio dal suo precedente progetto, sconfinando nel territorio dei classici dungeon crawler. Ci sono dei punti di contatto col titolo precedente, ma in generale si tratta di un gioco che rappresenta un passo indietro, nonostante un paio di discrete intuizioni che faranno la felicità degli amanti del genere.