State of Mind, recensione dell’avventura fantascientifica di Daedalic

Recensione
A cura di Domenico Musicò - 13 Agosto 2018 - 0:00

Che Daedalic stia aumentando il volume delle proprie produzioni con la volontà di imporsi sul mercato, è ormai sotto gli occhi di tutti. L’azienda tedesca, d’altra parte, non ha mai nascosto di voler crescere e diventare uno dei punti di riferimento per una certa tipologia di opere incentrate soprattutto sulla componente narrativa, evoluzione diretta di quelle che qualche anno fa venivano chiamate avventure grafiche. Con un catalogo vario che ben presto si arricchirà ulteriormente con titoli da tenere sott’occhio, Daedalic decide di non lasciare vuota nemmeno la finestra di lancio estiva, proponendo al pubblico State of Mind, thriller futuristico che mescola la fantascienza d’anticipazione alle derive più squisite del transumanesimo.
State of Mind, recensione dell’avventura fantascientifica di Daedalic
Tecnologia oltre la Mente
Siamo nella Berlino del 2048, dove la mancanza di risorse, le malattie causate dall’inquinamento di aria e acqua, e l’esplosione violenta della criminalità hanno sfregiato la faccia del futuro almeno quanto gli usi più estremi della tecnologia.
In un mondo iper sorvegliato dove tutto è interconnesso, i droni e i robot umanoidi hanno sostituito gli uomini nel pubblico impiego e in gran parte delle attività, e una vita completamente digitalizzata influenza pensieri, sentimenti e relazioni, è incastonato il dramma personale e familiare di Richard Nolan.
Richard, uno dei pochi giornalisti attivi che critica apertamente le gravi conseguenze che gli eccessi del progresso tecnologico porta con sé, viene coinvolto assieme alla moglie e al figlio in un incidente automobilistico. Si risveglia in un ospedale da solo, senza traccia dei suoi cari; gli altri lo credono morto, e ben presto si renderà conto di ritrovarsi esattamente in mezzo a una sorta di cospirazione legata alla salvezza del’umanità, in bilico tra realtà distopica e utopia digitale.
La scrittura di Martin Ganteföhr, sceneggiatore di State of Mind, è sempre molto chiara e asciutta nonostante la complessità degli argomenti trattati. Non cade mai nel tranello di spingersi troppo oltre e anzi disegna un mondo credibile – sebbene ancora assai distante dall’essere plausibile – senza perdersi in idee annacquate e non convincenti. Daedalic ha insomma fatto le cose per bene ancora una volta, sotto il profilo della narrazione (impreziosita da buoni sottotitoli in italiano), e nell’arco delle circa dodici ore che impiegherete per arrivare ai titoli di coda, il gioco non perde mai di mordente e riesce a tenere alta la curiosità tanto per la storia del protagonista, quanto per ciò che accade attorno a lui. Al di là di un paio di sezioni che in effetti tendono a diluire un po’ il racconto, ma che si rivelano tutto sommato sopportabili poiché non sono veri riempitivi ma interstizi narrativi tra i capitoli principali, la storia si rivela solida, sempre interessante e con diversi colpi di scena inattesi.
State of Mind è insomma un’avventura grafica moderna esattamente come lo sono le opere di Cage, ma non facciate l’errore di accostarle o paragonarle, perché i budget sono sin troppo differenti e l’opera di Daedalic ne uscirebbe con le ossa rotte. Ne esce invece molto meglio dal punto di vista della trama.
State of Mind, recensione dell’avventura fantascientifica di Daedalic
World of Tomorrow
State of Mind è consapevole di poter puntare forte sul comparto più riuscito dell’opera, ma è chiaro che avrebbe dovuto fare qualcosa in più per quanto riguarda tutto il resto, anche al di là degli investimenti fatti per l’opera. Stiamo parlando, per l’appunto, di nuove idee del sistema di gioco, che sono assenti e riducono quindi State of Mind a un’avventura estremamente lineare e guidata.
Gli ambienti sono tutti piuttosto piccoli e non capiterà mai di imbattersi in zone ampie o dense di attività da svolgere o personaggi con cui interagire. Il continuo andirivieni tra una zona e l’altra è insomma una necessità legata alla narrazione e al di là di un paio di semplici puzzle dove bisogna ricostruire con dei maxi tasselli le scene del passato, o altri che non vi sveliamo, State of Mind si configura come un racconto interattivo da vivere in gran rilassatezza.
Persino i dialoghi, spesso, sono privi di ramificazioni, sintomo del fatto che ci si è sforzati davvero poco nel proporre delle valide alternative a una grande staticità di fondo. Nella seconda metà, per fortuna qualcosa cambia, e si presentano dei presupposti che, a seconda delle vostre scelte, indirizzano State of Mind verso uno dei tre finali previsti.
Considerando che il gioco non può permettersi di sfoggiare animazioni realistiche o performance attoriali tramite il prezioso (e sempre più indispensabile) ausilio del motion capture, Daedalic ha tentato di aggirare questa mancanza con un ottimo escamotage. Escamotage che fa il paio con un’ottima intuizione legata alle scelte artistiche e grafiche utilizzate per State of Mind. L’opera è stata infatti realizzata quasi interamente in grafica low-poly. A eccezione di qualche elemento degli scenari, State of Mind utilizza questa tecnica per dare identità al mondo di gioco e ai personaggi, con questi ultimi che purtroppo ne traggono un po’ meno beneficio.

– Fantascienza d’anticipazione, utopia digitale e transumanesimo in una storia solida
– Scenari, situazioni di gioco e personaggi danno credibilità alla trama
– Lo stile grafico in low-poly è una buona trovata per aggirare alcune mancanze oggettive


– Sin troppo lineare e guidato, con pochissime idee di gameplay
– Al di là del budget, gli sviluppatori propongono poca varietà di gioco


7.5

Al di là delle mancanze oggettive legate al sistema di gioco piuttosto statico, State of Mind rimane una delle avventure grafiche moderne più convincenti degli ultimi anni. La storia scritta da Martin Ganteföhr è ricca di ottimi spunti, valida e molto solida, pertanto gli amanti della fantascienza d’anticipazione e delle atmosfere futuristiche hanno il dovere di prendere in considerazione questa opera che non ha nulla da invidiare (anzi: per larghi tratti riesce a essere superiore) ai titoli più in vista e ad alto budget.




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