Cinque minuti. È il tempo che ci ha messo la notizia della fine dei dischi PlayStation a trasformarsi da comunicato a caso globale sul web, capace di trascinare dentro comici, politici francesi, catene di pizza e persino GitHub.
Se in Sony pensavano di archiviare la pratica con un post su X e un comunicato, il countdown verso il 2028 ha già dimostrato il contrario: la rabbia infatti non solo non si è spenta, si è moltiplicata.
E qui viene il bello, perché non parliamo del solito manipolo di fan irriducibili che si lamenta come sempre. Parliamo di un incendio uscito completamente dal recinto del gaming, tanto che pure chi con i videogiochi non c'entra nulla ha sentito il bisogno di dire la sua.
Se questa non è la prova che avete toccato un nervo scoperto, io francamente non so cosa lo sia.
Il silenzio di Sony e il boato del web
Il post originale con cui Sony ha annunciato l'addio ai dischi ha superato le 100 milioni di visualizzazioni, e non lo specifico come dato di vanità: lo dico perché sotto quel post gli utenti hanno aggiunto una community note che ricorda, nero su bianco, che comprare in digitale non significa possedere nulla. Un dettaglio che definire imbarazzante per l'ufficio comunicazione è persino generoso.
I completely understand where you’re coming from, but for a lot of gamers physical discs are the only way they could afford to play games because they could get them secondhand. You can also give games to your younger siblings Which is a great way to introduce them to the games… https://t.co/R6mlb1I0KG
— Trevor Noah (@Trevornoah) July 2, 2026
Da quel momento, Sony è rimasta in silenzio su tutti i suoi canali social. Peccato che il pubblico non abbia gradito e abbia iniziato a riversare la propria frustrazione ovunque, comprese le pagine dedicate a film e serie in streaming, del tutto estranee alla questione. Quando la gente bombarda i tuoi post su un trailer cinematografico (ossia quello del nuovo Spider-Man) per parlarti dei tuoi dischi, forse è il momento di rispondere invece di sperare che passi da sola.
Se pensavate che la questione riguardasse solo gli appassionati incalliti, vi sbagliavate. L'ex conduttore del Daily Show, Trevor Noah, è intervenuto pubblicamente ricordando che per molti giocatori il disco fisico era l'unico modo per accedere a un hobby altrimenti troppo costoso, grazie al mercato dell'usato.
"I dischi fisici erano l'unico modo per permettersi di giocare", ha scritto, aggiungendo che i dischi permettono anche di passare i giochi ai fratelli più piccoli, un piccolo rito di iniziazione che il digitale ha già reso quasi impossibile. Il punto più tagliente, però, resta il rischio che intere librerie acquistate vengano cancellate da un giorno all'altro, semplicemente perché non appartengono davvero a chi le ha pagate.
Subito dopo, nella sua timeline, è comparso un rilancio delle parole di Hideo Kojima, che da tempo sostiene come anche i dati digitali finiranno per non appartenere più agli individui per propria volontà. Chi, come chi scrive, ha avuto la fortuna di parlarci di persona in un paio di occasioni sa che non è una posizione buttata lì per moda: è un pensiero che coltiva da anni, ben prima che diventasse un argomento da prima pagina.
Il meme è servito
Se c'è una cosa che internet sa fare meglio di lamentarsi, è trasformare tutto in materiale da meme, e le aziende non si sono fatte pregare. Domino's UK ha ironizzato annunciando che dal 2027 avrebbe smesso di produrre pizze fisiche per passare a un catalogo di "pizze digitali". Il produttore di sedie Respawn ha rincarato la dose promettendo comfort immaginario, da assemblare con la fantasia.
Ma il colpo più basso, e più geniale, arriva da GitHub, di proprietà di Microsoft, storica rivale di Sony nel settore console. La piattaforma ha annunciato, con tanto di modulo reale da compilare, che ora è possibile richiedere una copia su CD-ROM della propria repository di codice, da tenere, prestare o tramandare ai figli.
Ma non tutti scherzano. Alcune realtà più piccole hanno colto l'occasione per prendere una posizione netta a favore del fisico. Aeternum Game Studios ha promesso di rendere prioritaria un'edizione fisica per ogni titolo in uscita, cercando di rispettare la scadenza del 2028. Tesura Games ha condannato apertamente la scelta, dichiarando l'intenzione di unire le forze con altri editori nel mondo per provare a evitare quella che definiscono una decisione disastrosa per l'intera industria.
È il classico caso in cui i piccoli dimostrano più coraggio dei grandi. Non hanno la forza commerciale di Sony, ma hanno capito prima di tutti che il rapporto di fiducia con chi acquista i loro giochi vale più di qualche punto percentuale di margine risparmiato sulla logistica.
Petizioni, politica e un francese incazzato
Sul fronte del consumerismo puro, la petizione lanciata su Change.org dal rivenditore canadese PNP Games ha già superato le 35.000 firme. La CEO dell'azienda, Jade Pearce, ha riassunto il concetto con una frase che meriterebbe di essere incorniciata: "Un disco è un gioco vero, che possiedi davvero". Il resto del suo intervento chiarisce che una scatola con dentro solo un codice da scaricare non è la stessa cosa di un disco: è una licenza digitale confezionata in plastica, revocabile in qualsiasi momento, non un acquisto.
We heard you. And we agree.
— GitHub (@github) July 2, 2026
In light of recent developments in physical media, GitHub is proud to announce that you can now obtain your public repo on CD-ROM.
Keep it. Lend it to friends. Pass it on to your children.
Your code is physically yours, forever. Until you lose it,… pic.twitter.com/p1qxqjmnfa
E se pensavate che la politica non c'entrasse, vi sbagliavate ancora. Il candidato francese di sinistra Jean-Luc Mélenchon è intervenuto chiedendo una revisione legislativa della questione. "Domani pagherete senza mai possedere nulla", ha scritto, sostenendo che i videogiochi non sono semplice merce ma beni culturali, e che come tali dovrebbero essere tutelati dalla legge.
Perfino CNN ha dedicato spazio alla vicenda, invitando il giornalista del Washington Post Gene Park a spiegare al pubblico generalista perché una console che smette di produrre dischi sia diventata una notizia da telegiornale.
Al netto delle battute e delle prese di posizione ufficiali, il punto sollevato dallo youtuber ed ex addetto marketing di Nintendo Kit Ellis resta il più lucido di tutti: si può portare ogni argomentazione razionale sul tavolo, statistiche comprese, ma i fan dei videogiochi hanno un rapporto profondamente emotivo con il disco fisico, e provare a convincerli con la logica di un piano industriale è come spiegare a qualcuno perché non dovrebbe essere affezionato a un ricordo.
Don’t expect us to be rational about the end of physical video games pic.twitter.com/uT7MBLsnV0
— Kit & Krysta (@KitandKrysta) July 1, 2026
Il disco fisico è legato a momenti precisi: la fila fuori dal negozio per un lancio a mezzanotte, il gioco portato a casa di un amico per giocarci insieme, la libreria fisica che racconta letteralmente chi sei stato come giocatore negli anni.
E non è un dettaglio marginale nemmeno sul piano dei numeri. Nonostante il digitale rappresenti ormai la stragrande maggioranza delle vendite globali, nel solo 2025 sono stati distribuiti circa 70 milioni di dischi fisici nel mondo. Non è un mercato di nicchia da liquidare con un comunicato stampa: è ancora una massa enorme di persone che, evidentemente, un motivo per continuare a scegliere il disco ce l'ha.
Chi come me tiene ancora gli scaffali pieni di custodie, edizioni da collezione e copie ormai fuori produzione sa bene che quella libreria non è un capriccio nostalgico: è un archivio, ed è anche l'unica cosa che nessun aggiornamento dei server potrà mai spegnere.
Cosa succederà?
Lo dico da anni, quindi perdonatemi se non mi stupisco (non accade dal 1982, dopotutto): chi ha in mano la piattaforma decide anche cosa significa "possedere" qualcosa, e lo fa sempre più a proprio esclusivo vantaggio. Non è un complotto, è semplicemente il modello di business più comodo per chi vende: meno resistenza, meno usato, meno prestiti tra amici, meno margine che sfugge di mano. Il problema è che questa volta l'hanno scritto nero su bianco, con una data precisa, ed è bastato a far esplodere qualcosa che covava da anni.
Quello che mi fa sorridere, con una punta di amarezza, è vedere aziende che con la cultura videoludica non hanno nulla a che fare, tipo una catena di pizzerie o una piattaforma di codice, capire meglio di certi dirigenti del settore quanto sia ridicolo chiedere alle persone di pagare per qualcosa che poi non è davvero loro. Se persino GitHub riesce a fare satira migliore della gestione della crisi fatta finora da Sony, forse è il caso di rivedere completamente l'ufficio comunicazione.
Alla fine, però, la battaglia vera non si combatte sui social, per quanto rumorosi possano essere. Si combatte con le scelte d'acquisto, con il sostegno a chi come Aeternum Game Studios o Tesura Games continua a credere nel fisico, e con la memoria lunga di chi, tra qualche anno, si ricorderà bene chi ha deciso di toglierci qualcosa senza nemmeno passare dalla porta principale.
Il disco non è nostalgia. È l'ultima prova concreta che, quando compriamo un gioco, quel gioco resta davvero nostro. E non è poco.