L’11 febbraio 1999, esattamente ventisette anni fa, Final Fantasy VIII faceva il suo debutto sugli scaffali giapponesi. Non era “solo” un nuovo capitolo di una saga già leggendaria: era il gioco chiamato a raccogliere l’eredità di un gioco destinato a scuotere le fondamenta del genere.
Final Fantasy VII (che ha da poco compiuto 29 anni) non era stato infatti semplicemente un successo commerciale, visto che aveva traghettato il JRPG nel mainstream occidentale, che aveva trasformato Cloud e Sephiroth in icone pop e che aveva convinto milioni di giocatori che un gioco di ruolo giapponese potesse avere la stessa forza di un kolossal hollywoodiano.
Raccogliere quell’eredità era un compito ingrato. E Square (ancora senza Enix nel nome, ancora nel pieno della sua fase più audace e visionaria) scelse la strada meno rassicurante possibile: non replicare, ma reagire.
Final Fantasy VIII non è infatti il sequel spirituale del VII. È la sua antitesi. E vi spiego il perché.
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Dopo l’epica sporca e industriale di Midgar, dopo il nichilismo di un antagonista che incarnava la distruzione pura, Square virò verso un’estetica più realistica, quasi fotografica per gli standard dell’epoca. I modelli dei personaggi si fecero proporzionati, meno caricaturali. Squall Leonhart non era un ex-SOLDIER tormentato con una spada impossibile grande quanto lui: era uno studente militare, un adolescente introverso con una cicatrice sul volto e un giubbotto di pelle, più vicino a un protagonista di un anime romantico che a un eroe tragico shakespeariano.
E proprio qui si consuma la prima frattura. Perché Final Fantasy VIII non è, come il suo predecessore, una storia di ribellione contro una multinazionale che succhia l’energia vitale del pianeta. È una storia d’amore. Una storia d’amore goffa, trattenuta, a tratti irritante. Una storia d’amore che si prende il centro della scena e non chiede scusa per farlo.
La relazione tra Squall e Rinoa è il cuore pulsante del gioco. Non è epica nel senso classico. Non è costruita su grandi dichiarazioni altisonanti o su sacrifici immediatamente eroici. È fragile, adolescenziale, piena di silenzi e incomprensioni. Squall è emotivamente chiuso, quasi anaffettivo. Rinoa è impulsiva, solare, ostinatamente innamorata. La loro dinamica è volutamente sbilenca, e proprio per questo tremendamente umana.
Molti giocatori, all’epoca, non erano pronti. Cercavano un nuovo Cloud. Trovarono un ragazzo che rispondeva “Whatever” a ogni provocazione.
Se sul piano narrativo Square decise di rischiare, sul fronte del gameplay compì un salto ancora più radicale. Niente più MP. Niente più gestione tradizionale delle magie. Al loro posto, il sistema di junction: le magie non si “imparano”, si assorbono dai nemici, si accumulano come scorte e si legano alle statistiche attraverso i Guardian Force. Un’idea che, sulla carta, era rivoluzionaria. In pratica, un meccanismo che ancora oggi divide.
Per alcuni, il junction system è una delle trovate più brillanti della saga: un sistema che premia la pianificazione, che permette di “rompere” il gioco con un minimo di studio, che trasforma ogni scontro in un’opportunità strategica. Per altri, è un incubo, un sistema che scoraggia l’uso delle magie (perché consumarle significa indebolirsi) e che finisce per incentivare sessioni di “draw” compulsivo, rallentando il ritmo dell’avventura.
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Final Fantasy VIII è un gioco che non si lascia attraversare distrattamente. Chiede attenzione. Chiede pazienza. Chiede di essere capito. E in un’epoca in cui il settimo capitolo aveva sedotto con un equilibrio quasi perfetto tra accessibilità e profondità, l’ottavo sembrò a molti un passo indietro. O forse, più semplicemente, un passo di lato.
E poi c’è la struttura narrativa, con i suoi salti temporali, le sue realtà distorte, le sue rivelazioni che ancora oggi fanno discutere. La seconda metà del gioco abbandona progressivamente il terreno solido per addentrarsi in territori più astratti, quasi metafisici. Il concetto di compressione temporale, le connessioni tra i personaggi, i ricordi perduti a causa dei Guardian Force: elementi che hanno acceso teorie, dibattiti, riletture.
Final Fantasy VIII non spiega tutto, non semplifica, non si preoccupa di rendere ogni passaggio immediatamente digeribile. È un’opera che accetta di essere, in parte, opaca. E forse è proprio questa opacità ad averne segnato il destino culturale.
Perché sì, i numeri furono tutt’altro che deludenti, ma l’impatto non fu lo stesso. Final Fantasy VII divenne un fenomeno trasversale, un punto di riferimento anche per chi non aveva mai toccato un JRPG. Final Fantasy VIII rimase, in qualche modo, più interno alla community. Più amato dai suoi difensori, più criticato dai suoi detrattori.
Un film d’autore, verrebbe da dire. Di quelli che la critica analizza, scompone, rivaluta nel tempo. Ma che il grande pubblico guarda con un misto di ammirazione e distanza.
E poi c’è la colonna sonora. Nobuo Uematsu, in stato di grazia, compose una delle sue opere più sofisticate. Eyes on Me, interpretata da Faye Wong, fu una scelta clamorosa: una ballata pop inserita in un JRPG nel 1999 non era affatto scontata. Ma funzionò. Diede al gioco un’identità emotiva fortissima. Ancora oggi, bastano poche note per riportare alla mente il lago, lo spazio, quella danza sospesa tra malinconia e speranza.
Nel 2019 è arrivata la versione Remastered (che trovate scontata qui). Modelli dei personaggi in alta definizione, qualche miglioria tecnica, la possibilità di velocizzare alcune sezioni. Un’operazione rispettosa, ma prudente. Nulla a che vedere con l’ambizioso remake dedicato al settimo capitolo. E anche qui si può leggere una differenza di status: VII è il mito da ricostruire pezzo per pezzo, VIII è il classico controverso da restaurare con discrezione. E sì, un remake ci starebbe eccome.
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Eppure, proprio oggi che l’industria vive di remake, reboot e nostalgia confezionata, Final Fantasy VIII appare quasi più moderno di allora. Perché è imperfetto, sbilanciato, non cerca di compiacere tutti.
In un mercato sempre più ossessionato dalla sicurezza, dalla formula collaudata, dal “more of the same”, l’ottavo capitolo rappresenta il momento in cui una grande compagnia decise di mettere in discussione il proprio successo. Di dire: non vogliamo rifare VII. Vogliamo fare altro.
È un atto di coraggio che oggi fatichiamo a vedere in produzioni di quel calibro. Forse è per questo che, a ventisette anni di distanza, Final Fantasy VIII continua a dividere perché non è mai stato davvero metabolizzato. Non è mai diventato un consenso unanime. È rimasto lì, sospeso tra amore e frustrazione, tra culto e critica.
Ma c’è qualcosa di profondamente autentico nel suo animo complicato. Qualcosa che resiste al tempo. La malinconia di Squall che osserva il mondo da dietro una corazza emotiva. L’ostinazione luminosa di Rinoa. Le note di Uematsu che trasformano ogni scena in un ricordo.
Non è un gioco perfetto. Non lo è mai stato. Ma è un gioco che ha avuto il coraggio di essere diverso.
E forse, in un’epoca in cui la memoria viene costantemente riscritta per adattarsi al mercato, questa sua identità irrisolta è il segnale più chiaro della sua sincerità. Final Fantasy VIII non è nato per rassicurare, ma per sperimentare.
E sperimentare significa di fatto accettare il rischio di dividere. Che piaccia oppure no.