L’11 febbraio 2026 Xenogears ha compiuto 28 anni. Ventotto. Un numero che, nel linguaggio dell’industria videoludica contemporanea, equivale a un’era geologica.
E Square Enix ha deciso di celebrarlo con un post sui social. Un tweet, per essere più precisi. Nessun teaser criptico, nessuna operazione nostalgica, nessun logo che si dissolve in una promessa, magari anche quella di portarlo finalmente in Europa (in versione fisica).
Solo un messaggio, poche righe, e un’immagine che riporta alla memoria uno dei JRPG più radicali, irregolari e ambiziosi mai pubblicati su PlayStation.
È sufficiente? Dipende da quanto pensiamo che valga la memoria, quando non è accompagnata da un atto concreto. E considerando quanto ancora oggi il gioco sia meritevole di attenzioni, viene automatico scriverne due righe.
Un JRPG radioso
Nel post ufficiale, Xenogears viene definito “un RPG cibernetico di nuova generazione che irradia un’originalità senza pari”. Una formula che può suonare generica, quasi automatica, ma che in realtà intercetta un punto centrale: Xenogears era davvero fuori scala rispetto al suo tempo.
Non solo per la complessità della trama o per le sue citazioni filosofiche che spaziavano da Nietzsche a Freud, passando per la teologia gnostica e la psicanalisi junghiana. Era fuori scala perché osava essere eccessivo. Troppo verboso, troppo stratificato, troppo ambizioso per le risorse che aveva a disposizione.
Non perché mancasse il talento, ma perché mancava il tempo. Square aveva altre priorità, altri progetti da portare a termine. E Xenogears pagò il prezzo della sua stessa grandezza.
Eppure, anche mutilato, anche incompleto, resta uno dei racconti più coraggiosi mai tentati in un JRPG. Fei Fong Wong non è un eroe nel senso classico del termine. È un frammento spezzato, un’identità fratturata, un uomo che porta sulle spalle il peso di cicli di morte e rinascita che trascendono il singolo individuo.
Xenogears non racconta semplicemente una ribellione contro un impero o la lotta contro una divinità corrotta: racconta il trauma, l’eterno ritorno, la manipolazione del libero arbitrio. E lo fa con una densità che oggi sarebbe impensabile in una produzione mainstream.
Forse è anche per questo che Square Enix sembra avvicinarsi a Xenogears solo in punta di piedi. Ogni anniversario diventa un rituale minimo: un tweet, un artwork, una frase celebrativa. Una carezza rapida, quasi timorosa. Perché Xenogears non è un brand facile da monetizzare.
Non è Final Fantasy VII, che può essere scomposto, ricostruito, espanso in trilogie e spin-off (vendute tra le altre cose in sconto). Non è Dragon Quest, rassicurante nella sua classicità. Xenogears è un corpo irregolare, un’opera che chiede di essere affrontata nella sua interezza. E affrontarla davvero significherebbe prendere una posizione.
Il problema, oggi, non è soltanto l’assenza di un remake o di un remaster. È l’assenza di accessibilità. Xenogears non riceve una riedizione dai tempi del PlayStation 3. Nessun port moderno, nessuna versione disponibile sulle console attuali. In un’epoca in cui parliamo continuamente di preservazione del medium, di archivio, di memoria storica, uno dei JRPG più influenti della fine degli anni Novanta resta confinato a hardware obsoleti o a soluzioni non ufficiali.
Sotto il tweet celebrativo, i commenti dei fan si sono trasformati in un coro che oscilla tra ironia e disperazione. “Sono in ginocchio, vi prego, dateci un remake o almeno una remaster”, scrive qualcuno. Altri chiedono semplicemente di poterlo acquistare legalmente su piattaforme moderne.
C’è chi legge nel post un possibile indizio in vista di uno State of Play imminente. Ma la verità, per quanto meno romantica, è che un tweet è gratuito. Genera engagement, riattiva la nostalgia, alimenta discussioni. Non implica alcun investimento. Ed è qui che la celebrazione si trasforma in occasione mancata.
Perché Xenogears non è soltanto un titolo da rimettere in commercio con una risoluzione più alta. È un monumento incompiuto. Un’opera che, per essere restaurata davvero, richiederebbe una visione chiara e un coraggio industriale che vada oltre la semplice operazione nostalgia. Rifare Xenogears significherebbe confrontarsi con il suo secondo disco, con i suoi tagli, con la sua struttura narrativa sbilanciata. Significherebbe decidere se rispettare l’imperfezione o tentare di “correggerla”, rischiando però di snaturarla.
E poi c’è la questione più delicata: Tetsuya Takahashi. Dopo Xenogears, Takahashi lasciò Square per fondare Monolith Soft, oggi sotto l’ombrello Nintendo. Con Xenosaga prima e Xenoblade poi, ha portato avanti quella tensione tematica, quella fascinazione per il trascendente, per il ciclo cosmico, per il rapporto tra uomo e divinità artificiale. Xenoblade è diventata una serie di successo, capace di trovare un equilibrio tra profondità filosofica e accessibilità commerciale. Ma Xenogears resta l’origine.
Immaginare un ritorno ufficiale senza il suo autore è complicato. Non impossibile, certo, ma culturalmente delicato. Xenogears non è solo una proprietà intellettuale, e toccarlo senza una guida forte rischierebbe di ridurlo a un’operazione commerciale.
Forse è proprio questo il nodo. Square Enix sa che Xenogears non può essere trattato come un semplice asset. È un’opera che parla di religione, di manipolazione genetica, di controllo delle masse, di cicli storici imposti da entità superiori. Temi che oggi, in un contesto globale ipersensibile, richiederebbero una gestione attenta, consapevole. Non basta rifare i modelli poligonali dei Gear in alta definizione. Serve una presa di posizione.
E allora il tweet diventa una comfort zone. Un modo per dire: “Ci ricordiamo”. Senza però assumersi il rischio di fare davvero qualcosa.
C’è una sottile malinconia in tutto questo. Perché Xenogears non è un gioco che chiede di essere idolatrato. Chiede di essere discusso, essendo un’opera che ha segnato un’intera generazione di giocatori, insegnando che un JRPG poteva parlare di Dio senza essere blasfemo, di psicanalisi senza essere didascalico, di politica senza ridursi a propaganda.
Xeno Nostalgia
Ventotto anni dopo, la sua influenza è visibile ovunque, anche dove non viene esplicitamente riconosciuta. Nella complessità tematica di tanti RPG moderni, nell’ambizione narrativa di chi prova a spingersi oltre il semplice conflitto bene/male. Eppure l’originale resta fermo, immobile, come un libro raro piazzato in una qualche biblioteca polverosa.
Forse la verità è che Xenogears, così com’è, rappresenta anche un fallimento industriale. Non commerciale in senso stretto, ma produttivo. È la prova di un progetto che ha superato i limiti della macchina che lo sosteneva. Rimetterci mano significherebbe riconoscere quella frattura, riaprirla, provare a sanarla. E non tutte le aziende sono disposte a confrontarsi con i propri fantasmi creativi.
Così restiamo con un tweet. Con un anniversario celebrato in modo sobrio, quasi distratto. Con fan che sperano, analizzano, ipotizzano indizi dove forse non ce ne sono. E con un gioco che continua a vivere soprattutto nel passaparola, nei saggi, nei video analisi, nei ricordi di chi lo ha attraversato quando era giovane abbastanza da farsi travolgere dalla sua ambizione.
Xenogears meriterebbe di più. Non solo perché è “iconico”, non solo perché è “di culto”, proprio come Vagrant Story (altro capolavoro che ha da poco compiuto 26 anni). Ma perché è una delle poche opere che hanno avuto il coraggio di essere sproporzionate rispetto al proprio tempo. Di rischiare l’incompiutezza pur di non tradire la propria visione.
Finché resterà confinato a un tweet celebrativo, resterà anche il simbolo di un’industria che preferisce commemorare piuttosto che osare. E forse, in fondo, è questo il vero paradosso: Xenogears parlava di cicli eterni, di ritorni inevitabili, di storia che si ripete. Ventotto anni dopo, siamo ancora qui, a chiedere che torni.