A Milan Games Week, il Press Café dedicato a Hitoshi Sakimoto e al suo collaboratore di Basiscape, Richter, si è trasformato in qualcosa di più di un semplice incontro con la stampa.
È diventato quasi un esercizio di memoria collettiva, un viaggio attraverso le fragilità e la grandezza di chi la musica non la compone soltanto, ma la abita.
Sakimoto, con la calma di chi ha attraversato l’industria quando ancora il suono era un puzzle di ostinati MIDI, racconta che non esiste un progetto che possa davvero definirsi “il più difficile” o “il più riuscito”.
Per lui la soddisfazione risiede sempre e soltanto in ciò che sta componendo ora, in questo preciso momento, perché ogni nuovo lavoro deve superare ciò che l’ha preceduto. È un’etica semplice da dire, ma tremenda da vivere. La sua mente torna inevitabilmente ai ventidue anni, quando lasciò alle spalle il comfort del progressive rock per affrontare l’universo orchestrale: una transizione che descrive come un salto nel vuoto, quasi una violenza necessaria per crescere.
Quando il racconto si sposta su Final Fantasy XII, il tono cambia impercettibilmente. È come se, per un istante, il nome di Nobuo Uematsu evocasse un’ombra gigantesca e luminosa allo stesso tempo. Sakimoto ammette che all’inizio il peso dell’eredità era reale, quasi opprimente.
Cercò di allinearsi a quello stile, ma presto comprese che sarebbe stato innaturale. “Le nostre esperienze sono troppo diverse”, riflette, e allora decise di comporre qualcosa che fosse davvero suo, pur cercando di restituire la stessa emozione che da giocatore aveva sempre provato. Più che un atto di "ribellione", sembrò quasi una forma di rispetto: tradire la forma per salvare la sostanza.
Le parole di Richter arrivano spontanee, quasi timide, quando rievoca il momento in cui entrò in Basiscape. Proveniva dal mondo della musica elettronica e, complici le chiusure dei club durante il 2020, decise di inseguire il suo sogno e scrivere direttamente allo studio che per lui aveva il volto di Sakimoto.
“Mi hanno risposto”, sorride. E in quel sorriso c’è tutta la misura dell’improbabile diventato reale. L’impatto con una produzione giapponese, racconta, è stato sorprendentemente naturale: da gamer cresciuto a titoli nipponici, ha trovato una sintonia immediata.
Il loro processo creativo rivela una complementarità quasi poetica. Sakimoto parte sempre dalla comprensione profonda del mondo narrativo: documenti, architetture concettuali, motivazioni dei personaggi. Da lì nasce un tema base che funge da bussola. Richter, invece, si muove dentro questo perimetro con libertà e istinto, lasciandosi guidare dalle idee che gli arrivano mentre cucina, mentre fa la doccia, mentre vive.
È un approccio meno meditativo, forse, ma altrettanto sincero. E se Sakimoto possiede quella compostezza da maestro che scruta i contorni nascosti del mondo, Richter incarna l’urgenza creativa del presente.
Eppure, aggiunge, non è un nemico: è uno strumento con cui si potrà convivere. Una visione equilibrata, lontana dalle isterie che spesso circondano l’argomento.
Si parla poi di identità musicale, un concetto che entrambi affrontano con sorprendente modestia. Richter spiega che la percezione dei propri brani cambia continuamente, quasi si logorasse da sola nel tempo. Finisce spesso per amare più le composizioni degli altri che le sue.
Sakimoto, invece, considera ogni brano scritto come parte del proprio stile, una sorta di firma involontaria incisa nella struttura stessa della musica. A volte, dice con una sincerità disarmante, riascolta una traccia dopo anni e non ricorda nemmeno di averla composta. Se però gli piace ancora, capisce che allora aveva fatto qualcosa di giusto.
I loro gusti personali sono specchi fedeli delle loro anime musicali. Sakimoto si nutre di Tecno e Jazz Fusion, attratto dai suoni ripetitivi e istintivi, mentre Richter si muove tra post-punk, anni ’80, Italo disco, progressive rock e musica classica, saltando da un genere all’altro con l’agitazione felice di chi non vuole essere prigioniero di nulla.
Nel flusso naturale della conversazione emergono anche frammenti inattesi, quasi domestici. Quando parlano delle limitazioni tecnologiche del passato, Sakimoto ricorda i tempi del Famicom come un puzzle con pochi pezzi, divertente sì, ma sempre subordinato alla vera missione: emozionare. Quando riflettono sui sogni professionali, lui desidera un gioco hardcore sci-fi, un genere poco diffuso in Giappone, mentre Richter sogna un Dragon Quest, qualunque, o un improbabile ritorno di F-Zero.
Non manca un accenno pragmatico alla divisione del lavoro nelle produzioni più ampie: Sakimoto scrive le melodie e impartisce direttive, ma molte fasi come mixing ed esecuzione vengono delegate. Il tempo, però, è un avversario implacabile. L’ispirazione, confessa con un sorriso amaro, arriva quasi sempre poco prima della deadline, come una buona stella capricciosa che decide di manifestarsi all’ultimo istante.
E quando arriva il momento dei consigli per i giovani, entrambi spogliano ogni retorica. Sakimoto invita a scrivere subito un nuovo brano appena terminato il precedente, perché l’apprendimento vive solo nel presente, non nel passato. Richter suggerisce di mantenere viva la curiosità, di ascoltare tutto, senza pregiudizi, senza difendere il proprio gusto come un fortino.
L’incontro si chiude con due rivelazioni quasi comiche, che alleggeriscono la densità di tutto ciò che è stato detto. Sakimoto ammette di non saper disegnare né scrivere bene; forse il suo vero talento, scherza, è essersi abituato a ricominciare da capo ogni volta che la tecnologia gli “buttava giù la torre del Jenga”.
Richter, con una spontaneità irresistibile, rivela invece il suo talento segreto: fa un ottimo risotto ai funghi. Ed è in queste piccole confessioni ironiche che la distanza tra maestro e allievo, tra leggenda e nuovo arrivato, svanisce del tutto.
La chiacchierata coi due è servita per ricordare che la musica nei videogiochi non è soltanto accompagnamento, ma architettura emotiva. E in questa architettura, Sakimoto e Richter continuano, ognuno a modo suo, a costruire mondi che resistono al tempo, anche quando loro stessi, riascoltandoli, non ricordano più di averli creati.