Ci sono periodi, nella vita di ognuno di noi, in cui il mondo esterno sembra farsi improvvisamente troppo rumoroso e, al contempo, dolorosamente distante. Sono quelle fasi di instabilità emotiva in cui una nebbia fitta cala sui pensieri, azzerando le energie e trasformando anche le incombenze più banali in montagne insormontabili.
Magari siamo appena usciti da una relazione complicata, magari qualcosa nella vita non va come dovrebbe o magari stiamo affrontando un brutto lutto ed ecco che quella sensazione ritorna, mettendoci in difficoltà e portandoci a riflettere.
È una sensazione di scollamento, come una specie di perdita di gravità interiore. In quei momenti, c'è chi cerca conforto nella letteratura, chi nello sport, chi nella terapia (quest'ultima fondamentale, ci tengo a ribadirlo). Si cerca di tenere impegnate le giornate con qualsiasi mezzo a nostro disposizione per non pensare ai problemi, alle difficoltà e spesso fuggiamo senza dare spiegazioni. In silenzio.
Anni fa ho passato anche io un momento simile e non nego che ci ho messo un po' a uscirne, ma grazie a un buon lavoro di terapia e alla mia passione, sono riuscito ad affrontare il tutto con più serenità. Ora, a distanza di anni, tendo a soffrire per un breve periodo, ma subito reagisco con il sorriso e vado avanti e il videogioco in questo mi continua ad aiutare.
La catarsi della luce
Lo ho accennato già in passato, ma ci tengo sempre a sottolinearlo: c'è uno stigma duro a morire nella nostra società, quello secondo cui i videogiochi sarebbero una mera forma di escapismo, una fuga infantile dalle responsabilità del mondo reale.
Ma chiunque abbia vissuto un momento di vera fragilità sa che, a volte, non stiamo scappando dalla realtà per nasconderci: stiamo cercando un luogo sicuro in cui disarmarci, piangere, elaborare il dolore e trovare la forza per tornare ad affrontare la vita. I videogiochi, con la loro natura interattiva, non ci chiedono di essere spettatori passivi del nostro dolore, ma ci prendono per mano, facendoci camminare attraverso di esso.
Uno dei miei primi rifugi lo trovai nel meraviglioso mondo creato da Moon Studios con Ori and the Blind Forest e il suo maestoso seguito, Ori and the Will of the Wisps.
Iniziare Ori significa accettare di farsi spezzare il cuore nei primissimi minuti di gioco. La perdita, il senso di solitudine assoluta e la fragilità di quella piccola creatura luminosa che si risveglia in un mondo ostile e corrotto dall'oscurità rispecchiavano esattamente ciò che sentivo dentro.
Ricordo serate in cui le lacrime scendevano silenziose mentre esploravo la Foresta di Nibel, non per frustrazione, ma per pura catarsi (perché come disse il buon Gandalf, "non tutte le lacrime sono un male". Ori insegna indirettamente di accettare che la fragilità può trasformarsi in agilità e forza nel corso del tempo.
Una routine rassicurante
Se Ori è stato lo sfogo emotivo, Persona 5 è stato l'ancora che mi ha tenuto ancorato alla realtà quando la mia routine personale era andata in frantumi. L'instabilità emotiva spesso ti priva della capacità di dare un ordine alle giornate. A volte, magari, ci si sente alla deriva.
In quel caos, il capolavoro di Atlus mi ha offerto un rifugio sicuro: il Café Leblanc. Il solo suono della pioggia contro i vetri del locale, accompagnato dalle note calde, avvolgenti e rilassanti dell'acid-jazz di Shoji Meguro (Beneath the Mask su tutte), era sufficiente per abbassare la mia frequenza cardiaca e placare l'ansia.
In Persona 5 vivi la vita di uno studente liceale a Tokyo. Vai a scuola, rispondi alle domande dei professori, decidi con chi passare il pomeriggio, leggi un libro, fai il bucato. Questa struttura a calendario, questa routine scandita da piccole azioni quotidiane, ha agito come una vera e propria terapia per la mia mente.
E poi ci sono i personaggi. Ryuji, Ann, Makoto, Futaba: ragazzi imperfetti, portatori di traumi, ingiustizie e paure, proprio come me. Proprio come voi. Condividere il tempo con loro, ascoltare i loro problemi e aiutarli a superare i loro "Palazzi" interiori mi ha fatto sentire meno solo e il tutto si amplifica se penso che lo giocai durante il lockdown.
Il gioco mi ha ricordato il valore inestimabile dell'empatia e dell'amicizia, offrendomi un gruppo di "Ladri Fantasma" che, in qualche modo, hanno rubato via anche la mia malinconia.
A volte, lo ammetto, ci sono stati momenti in cui non cercavo la leggerezza, ma avevo bisogno di guardare in faccia i momenti più bui. Avevo bisogno di narrazioni profonde, mature, che non avessero paura di mostrare la brutalità dell'esistenza umana.
The Last of Us (in entrambe le sue iterazioni) è stato un viaggio estenuante, un pugno allo stomaco continuo. Ma vivere il lutto inesprimibile di Joel, la rabbia disperata di Ellie e la loro ricerca di un senso in un mondo collassato ha dato voce a emozioni che non riuscivo a verbalizzare. È un gioco che ti costringe a riflettere sui limiti dell'amore, sul peso delle nostre scelte e sulla resilienza dello spirito umano di fronte alla tragedia assoluta.
Sotto certi aspetti mi ha fatto capire che il dolore non ci rende difettosi, ma drammaticamente umani. Anche Death Stranding, l'opera di Hideo Kojima, è forse la metafora interattiva più potente che sia mai stata creata sulla depressione e sul senso di isolamento. Interpretare Sam Porter Bridges significa caricarsi letteralmente il peso del mondo sulle spalle e camminare in lande desolate, inciampando sulle rocce, cadendo nel fango, lottando contro la corrente dei fiumi.
Il messaggio del gioco è di una potenza disarmante che spesso viene sottovalutato: non siamo soli. La Rete Chirale, il sistema asincrono in cui i giocatori costruiscono ponti, scale e rifugi per aiutarsi a vicenda senza mai incontrarsi fisicamente, è stata per me una delle esperienze più belle vissute in un videogioco.
Sapere che qualcuno, dall'altra parte del mondo, aveva piazzato una fune proprio dove stavo per scivolare e arrendermi, mi ha fatto piangere di gratitudine - a volte letteralmente, visto la fatica per raggiungere determinati punti.
Porti sicuri
Ci sono poi i porti sicuri capaci di avvolgere in un senso di nostalgia e meraviglia infantile. Ho trovato rifugio nelle strade di Midgar in Final Fantasy VII, riscoprendo insieme a Cloud Strife il coraggio di affrontare la propria identità frammentata e di lottare per qualcosa di più grande del proprio dolore personale.
Ho pianto leggendo le memorie testuali de Il Sogno dei Mille Anni all'interno di Lost Odyssey. L'opera di Hironobu Sakaguchi, che affronta il tema dell'immortalità come una maledizione fatta di perdite continue, è uno dei capolavori di scrittura più intimi e struggenti del medium. Accompagnare Kaim Argonar nel recupero dei suoi ricordi mi ha costretto a fare i conti con i miei, aiutandomi ad accettare che il passato non può essere cancellato, ma solo integrato nella persona che stiamo diventando.
E poi, naturalmente, c'è stata l'aria frizzante e incontaminata di Hyrule. Le iterazioni moderne di The Legend of Zelda mi hanno offerto qualcosa che nella vita reale mi mancava disperatamente: la libertà di respirare.
Nessuna pressione, nessun indicatore ossessivo sulla mappa a dirmi cosa fare. Solo io, il vento tra l'erba, una montagna in lontananza e il puro, semplice piacere della scoperta. Zelda è stato la mia meditazione zen.
Infine, ho imparato che la guarigione non passa solo attraverso le lacrime, le epopee titaniche o le opere drammatiche. A volte, la chiave per ritrovare se stessi è semplicemente concedersi di sorridere e di meravigliarsi di fronte alla magia.
Esperienze più contenute e deliziose, come Kena: Bridge of Spirits o le affascinanti atmosfere folkloristiche e fiabesche di South of Midnight, svolgono anche loro un ruolo indiretto. Ti acarrezzano dolcemente. Kena, in particolare, nasconde sotto una veste grafica degna di un film d'animazione Pixar una tematica profonda: quella di una guida spirituale che aiuta le anime intrappolate nei propri traumi a trovare la pace e "passare oltre".
Maturità e dolore
La leggerezza di queste opere, la loro capacità di essere semplicemente belle, accessibili e rassicuranti, ricordano che il mondo può ancora essere un luogo incantato, se si ha la pazienza di guardarlo con gli occhi giusti (un po' come la storica frase di Sam a Frodo nelle "Due Torri").
Oggi, ripenso ogni tanto ai periodi più difficili della mia vita, chiaramente non sono stati i videogiochi a curarmi e non lo saranno mai. Le opere ludiche non sono una formula magica che cancella la realtà, non pagano le bollette, non risolvono i conflitti sul lavoro e non sostituiscono il calore di un abbraccio umano.
Ma hanno fatto qualcosa di altrettanto importante: mi hanno fornito lo spazio, il tempo e il vocabolario emotivo per curarmi da solo insieme a una buona terapia mentale.
Quando spegnevo (e quando spengo ancora oggi) la console, il riflesso che vedevo nello schermo nero della televisione era ancora il mio. I problemi erano ancora lì, ad aspettarmi. Eppure, ogni volta che posavo il pad sul tavolino, sentivo che la nebbia era un po' meno densa rispetto a qualche ora prima.
Sentivo che la barra della mia resistenza, per usare un gergo a me caro, si era ricaricata un po'. E se oggi posso racconto con tranquillità questa storia, se posso vivere con tranquillità nel mondo reale, è anche grazie ai mondi meravigliosi che mi hanno accolto, cullato e, infine, spinto a rimettermi in piedi.