RIOT: Civil Unrest: simulatore di sommosse

Pixel art dannatamente ben fatta, per un gioco diverso in Riot Civil Unrest

Recensione
A cura di Daniele Spelta - 21 Febbraio 2019 - 8:29

RIOT: Civil Unrest è un titolo molto controverso. Per forza direte voi, con quel suo contenuto politico e il suo voler sbattere in faccia al giocatore alcune delle più recenti sommosse scoppiate ai quattro angoli della terra, controverso è un aggettivo anche limitante. Vero, ma non è quello che intendo. Allora sarà il suo materiale esplicito, fatto di pixel insanguinati, sampietrini lanciati contro gli scudi della polizia e ossa rotte? Acqua, non è nemmeno questo il motivo. Forse il riferimento è alla lunga gestazione, tra rimandi e lunghi tempi di sviluppo? Anche questa volta non ci siamo. Quindi? Beh, RIOT: Civil Unrest è un titolo molto controverso perché semplicemente, dopo ore e ore di prova, ancora non ho capito che tipo di gioco sia.

Non fraintendetemi, il genere a cui appartiene il lavoro di Leonard Menchiari e Ivan Venturi è abbastanza esplicito e già dopo poche partite sono chiare le meccaniche che ruotano attorno alle due fazioni, quella dei rivoltosi e quella della polizia. RIOT: Civil Unrest è un RTS decisamente sui generis, con i classici della strategia in tempo reale ha ben poco di cui spartire e, a conti fatti, non brilla per schemi particolarmente profondi o articolati.

Riot foto 1

Il gameplay è asimmetrico e si differenzia in modo sensibile a seconda del lato della barricata scelto. La folla di manifestanti è, proprio per sua natura, un ammasso confuso di pixel disordinati, suddiviso in quattro unità da comandare indipendentemente per completare gli obiettivi messi di volta in volta in campo missione dopo missione. Non aspettatevi lunghe catene di compiti, perché le richieste non vanno oltre all’occupazione di una zona, alla distruzione di qualche obiettivo sensibile o alla resistenza contro le cariche della celere.

Le armi a disposizione dei manifestanti sono quelle che tutti quanti conosciamo, soluzioni pacifiche come megafoni o sit-in, fino ad arrivare a vie meno affini alla visione di Gandhi, come molotov, petardi e sassaiole. Assieme ad alcuni personaggio sbloccabili, queste dotazioni servono anche per dare un certo senso di progressione alla modalità di gioco definita “Global”, una sorta di campagna lineare che avanza di protesta in protesta.

All’opposto, le forze anti-sommossa sono più vicine alle unità tipiche di uno strategico classico, fra agenti in assetto tattico, squadre d’assalto per contenere la protesta o, ancora, vere e proprie truppe balistiche con tanto di lanciagranate con munizioni a gas. Vestendo i panni degli agenti, gli obiettivi della piazza vengono semplicemente ribaltati e, se gli occupanti devono mantenere salda la posizione in mezzo alla piazza, il compito della polizia è quello di scacciar via i riottosi. Nella loro brevità, le missioni seguono in modo spesso inesorabile un’escalation di violenza e, se nei primi secondi l’atteggiamento pacifico sembra sufficiente per far valere le proprie idee, dopo qualche istante ecco volare il primo colpo di manganello, a cui segue l’immancabile lancio di petardo ed in men che non si dica sulla piazza regna il caos più assoluto.

Riot photo 2

Quando l’azione si fa più concitata, quelli che prima erano click ragionati fatti per disporre attentamente quel manipolo di ragazzi con bandiere e cartelli in mezzo alla strada, diventano tutto d’un tratto azioni forsennate alla ricerca di un senso in quel coacervo di pixel che fuggono, ossa che si rompono e poliziotti che trascinano via di forza i più bellicosi. Per quanto RIOT dia sulla carta alcune soluzioni per calmare gli animi e premi gli atteggiamenti non violenti, in realtà il tutto diventa un quadro confuso dove è impossibile trovare un nesso di causa-effetto.

Proprio qui sorge l’interrogativo che apre questa recensione: il poco controllo che si ha sulle proprie unità è una metafora della potenza della massa, un tributo alla “Scena psichica” di Canetti e alla forza distruttrice descritta da Le Bon, oppure è solo un pigro esercizio mal riuscito, una maschera dietro cui si celano semplicemente meccaniche di gioco imperfette? Difficile, quasi impossibile dare una risposta certa e sono sicuro che ogni giocatore avrà la sua visione personale di RIOT e potrà giustificare o meno, sempre nel nome della trasmissione di un messaggio superiore, ad esempio l’assenza di un tutorial o l’UI decisamente evanescente.

Riot Civil Unrest

Questo dubbio attanaglia RIOT sotto ogni suo aspetto, anche per il testo politico che viene veicolato da scenari come la Val di Susa, piazza Tahrir o, ancora, la Spagna del movimento degli Indignados. Sin dal suo annuncio, il titolo è stato visto più o meno come l’anticristo in persona, un’opera sovversiva che esaltava scontri di piazza e la resistenza. In realtà RIOT è un gioco molto più distaccato e, pur non risparmiando scene dure e i momenti anche tragici di queste rivolte, non finisce mai con lo schierarsi apertamente con una delle due visioni contrapposte.

Le missioni sono accompagnate e inframezzate da poche righe di testo che contestualizzano l’azione, con date e luoghi dei fatti, ma non viene mai presa una posizione e la chiave lettura viene così lasciata a chi sta dall’altra parte delle schermo, che non è mai trattato alla stregua di un semplice ricettore passivo di un imperativo. È però piuttosto deludente vedere ridotte questioni così complesse e sfaccettate ad una manciata di parole, senza che venga realmente spiegato il perché si sia arrivati a quelle proteste e quali siano le profonde motivazioni dei manifestanti. Ancora una volta: volontà di lasciare al giocatore spazio per farsi una sua idea senza condizionarne il giudizio, o semplice pressapochismo e sfruttamento di contesti caldi solo per ottenere pubblicità indiretta? Anche in questo caso non c’è una risposta esatta.

Rissa on fire

Il terzo punto su cui si solleva la dicotomia è nell’aspetto grafico. La pixel art di RIOT è veramente ricca e affascinante, il colpo d’occhio restituito è crudo e non c’è alcuna vergogna o filtro che mascheri anche i momenti più duri e sanguinosi della lotta. Quando si prende però il controllo dell’azione, l’effetto grafico generato dalla folla in costante movimento è un ammasso senza distinguo e contorni, non si capisce dove inizi un gruppo di manifestanti e dove invece finisca il successivo.

Tutto molto bello ed evocativo, peccato che questa perfetta trasposizione del tumulto si riveli controproducente dal punto di vista ludico e spesso di finisce con il fallire una missione perché proprio non si riesce a leggere quanto avviene sul monitor. Ennesima metafora dell’irrazionalità della folla e dello spirito ingestibile delle piazze? Ormai l’avete capito, qui non troverete la risposta a tutte queste domande.

+ Dannatamente attuale
+ Pixel art di prima qualità
+ Riesce a trasmettere la confusione della massa...
- ... Ma fino a che punto in modo voluto?
- Se non interessano certi temi, il gioco in sé non vale molto

6.5

RIOT: Civil Unrest è un’opera difficile da giudicare. Da un lato è impossibile non apprezzare la volontà di trattare temi così delicati e di dimostrare ancora una volta come il videogioco sia oramai un medium maturo e in grado di veicolare certi discorsi, senza la necessità di edulcorare un messaggio o di abbellirlo con superflue smussature. Il lavoro di cronaca e di narrazione è altrettanto valido, ma su tutto il gioco incombe un pesante alone, un interrogativo che mi attanagliava ad ogni click: dal punto di vista prettamente ludico, RIOT è ben lungi dall’essere un titolo riuscito, tutto avviene all’oscuro di chi muove polizia e protestanti e non c’è modo di capire se l’incertezza costante sia un mezzo per far capire all’utente cosa significhi trovarsi in mezzo alla folla o se più semplicemente ci si trova al cospetto di schemi rotti e non funzionanti.




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