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Recensione

Steambot Chronicles

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Avatar di Gianluca Arena

a cura di Gianluca Arena

Editor @SpazioGames

Pubblicato il 24/09/2009 alle 00:00
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Il Verdetto di SpazioGames

6.4

La saga di Monster Hunter, divenuta ormai marchio distintivo di PlaystationPortable, ha costruito parte delle sue fortune su un sistema di gioco molto caro agli utenti giapponesi che, però, come tutto in tempo di globalizzazione, si sta espandendo a macchia d’olio anche negli altri mercati mondiali.Stiamo parlando della crescita graduale del personaggio principale, della pratica di investire molte ore del proprio tempo per far crescere un avatar su schermo, personalizzarlo e apprezzare ogni minimo (a volta davvero impercettibile…) miglioramento in una delle sue caratteristiche di base. Si è così finito per aggiungere degli elementi tipicamente da gioco di ruolo anche a prodotti che prima non ne avevano o, nel caso di generi in cui queste sfumature ruolistiche erano appena accennate, le si è portate all’eccesso, con risultati alterni.Atlus non ha fatto altro che uniformarsi a questa “moda”, proponendo anche in versione portatile Steambot Chronicles Battle Tournament, conversione diretta di un discreto titolo per PS2 di qualche anno fa.E la scelta, visto l’incredibile successo che Capcom ha riscosso con Monster Hunter su questo stesso sistema di gioco, avrebbe anche il suo senso, se non fosse per il piccolo particolare che Steambot Chronicles NON è Monster Hunter.

Mech ai tempi della regina VittoriaSin dalle prime schermate di gioco, appare evidente come Atlus abbia mantenuto la stessa ambientazione vittoriana e lo stesso stile “steampunk” di cui era pervaso l’omonimo titolo per il monolite nero di Sony: all’arrivo al porto di Orion City, il nostro alter ego (uomo o donna che sia, la scelta sta al giocatore) viene svegliato da uno dei marinai e si ritrova catapultato in una ridente cittadina presa di peso dall’Inghilterra di inizio secolo scorso, tanto per le automobili che affollano le strade, quanto per l’architettura che ad essa fa da sfondo.A bordo del nostro Trot, che altro non è che un piccolo mech personalizzabile, faremo subito il nostro primo incontro con Venus, procace meccanica che ci toccherà salvare dalle grinfie di quello che sembra essere un fan incattivito dei Clash.In questo primo scontro, ci verranno dati i rudimenti per muovere il nostro mezzo e sfruttarne le abilità: i tasti quadrato e triangolo muoveranno rispettivamente il braccio destro e quello sinistro del mech, che hanno una loro barra di energia dedicata che si consuma allo sferrare di ogni colpo. Quando terminerà, il pezzo andrà riparato o sostituito, e vi assicuriamo che la cosa non sarà nemmeno a buon mercato.I controlli si dimostrano abbastanza intuitivi e non avremo difficoltà a muoverci a bordo del nostro Trot fino all’officina di Venus dopo aver messo in fuga il brutto ceffo di turno.Di qui si dipana pian piano tutta la struttura di gioco, il cui concept è fortemente debitore a quello della succitata saga di Capcom: fondamentalmente, lo scopo del gioco è quello di guadagnare soldi e fama sufficienti per equipaggiare il nostro mech con i pezzi migliori e vincere i numerosi tornei che si tengono nell’arena cittadina, e che vanno da quelli più semplici, di rango D (quello da cui inizieremo noi), a finire con quelli decisamente più impegnativi di rango A.Le similitudini con Monster Hunter non finiscono qui, sia perché il nostro personaggio sarà un “silent hero”, ovvero un avatar privo di personalità e di tratti distintivi, sia perché la trama sarà assolutamente accessoria, proponendo invece un’infinita serie di sottomissioni da affrontare per guadagnare il rispetto e, soprattutto, il denaro necessario per upgradare il nostro mech abbastanza da competere nella prossima competizione.Se questo schema di gioco continua a mietere proseliti nel paese del Sol Levante, in occidente ha sempre faticato ad imporsi, e la critica principale che gli è sempre stata mossa è quella di un’eccessiva ripetitività che minerà l’esperienza di gioco già dopo poche ore.Sebbene Steambot Chronicles si distingua per un alto livello di personalizzazione del proprio mezzo, paragonabile ai migliori titoli del genere, i programmatori di Irem non sono riusciti ad evitare di cadere nella palude della ripetitività, giustificabile solo in parte come un difetto innato del genere dei giochi di ruolo e affini.Per le prime ore di gioco, Steambot Chronicles offre un sistema perfettamente bilanciato, che premia gli sforzi del giocatore con ricompense mai eccessive, che gli consentono un miglioramento lento (ma costante) del Trot, con annessa la soddisfazione di vedere l’ultimo gingillo acquistato fare bella mostra di sé sul braccio destro del proprio mech; peraltro, tornando al suddetto livello di personalizzazione, non si può non essere soddisfatti degli sforzi dei programmatori, che anche su un sistema che meno si presta alla creazione di disegni e loghi rispetto, ad esempio, al concorrente di casa Nintendo, consentono di creare il proprio marchio, salvarlo e metterlo in qualsiasi parte del proprio robot, del quale potremo decidere anche colori principali e secondari.

La dura vita del conducente di TrotIl gioco inizia a mostrare la corda solo dopo qualche ora, quando le quest cominciano a ripetersi e il fattore noia affiora pericolosamente, sfoltendo di molto il numero di quelli che decideranno di andare avanti nonostante la varietà latiti.E questo è un peccato, perché Steambot Chronicles assicura una buona dose di divertimento, e un livello di sfida sempre adeguato, che non risulta mai né troppo facile, né insormontabile.Ancora sui controlli, accenniamo allo scatto del mech alla pressione del tasto X (infinito in città e limitato durante le missioni). Il gioco ci porterà a scoprire tutte le persone e i posti importanti all’interno della città, dalla suddetta officina della nostra socia Venus all’agenzia di collocamento, dove una ammiccante donzella ci informerà sempre sulle ultime missioni disponibili, e ci remunererà al nostro ritorno.Lo schema fisso è questo: agenzia di collocamento, accettazione di una missione, andare a parlare con il committente di questa (che, potete scommetterci, è localizzato SEMPRE dall’altra parte della pur piccola cittadina), completamento della quest, ritorno in città dal committente prima e all’agenzia poi per riscuotere la sudata ricompensa.Ripeterete questo schema infinite volte, e purtroppo anche la tipologia di missioni non si discosterà mai molto dal ritrovamento di qualche oggetto o dall’andare a salvare qualcuno che si è cacciato nei guai in chissà quale meandro del mondo partorito dalla Atlus.Chi dimostrasse la buona dose di pazienza necessaria per sopportare questi schemi fissi però, sarà ricompensato con una serie di scontri ben strutturati, che avranno luogo all’interno del colosseo e che vi vedranno opposti a uno o più nemici, alternando combattimento corpo a corpo (o meglio, corazza a corazza…) a scontri a fuoco a distanza, in un giusto compromesso tra una pressione forsennata dei tasti di attacco e un approccio strategico ai duelli.Salire di rango non sarà facile, eppure non risulterà mai frustrante e, anzi perdere uno scontro, potenziarsi con un nuovo braccio meccanico, scendere di nuovo in campo e finalmente vincere sa essere particolarmente appagante, a testimonianza del perfetto bilanciamento ottenuto dai programmatori.A difesa della struttura del titolo va detto che questo gioco, se fruito con modalità tipicamente portatili del mordi e fuggi, può farsi perdonare la ripetitività di fondo, perché questo problema si presenta in caso di sessioni di gioco particolarmente lunghe, attestabili sulle 3-4 ore e non grava in maniera così evidente se, portate a termine un paio di missioni, si spegne la console perché si è arrivati a destinazione. Se si fosse puntato sui godibili combattimenti all’interno dell’arena, invece di porre l’accento sull’eccessivo level grinding, probabilmente staremmo a parlare di un acquisto obbligato, almeno per tutti coloro che amano i robottoni di ispirazione giapponese.Quello che perde in varietà, Steambot Chronicles lo recupera, parzialmente, in profondità, perché, soprattutto una volta saliti al rango C, la scelta tra diversi tipi di armi ed equipaggiamenti sarà decisamente vasta, consentendo di creare un mezzo versatile, magari una lenta macchina da guerra oppure un agile Trot sprovvisto di armi pesanti, che soddisfi i gusti di ogni tipo di giocatore e che ben si adatti alle meccaniche di gioco che, tra le altre cose, propongono un fastidioso “respawn” dei nemici, costringendovi ad affrontare decine e decine di volte gli stessi avversari, per giunta negli stessi punti della mappa. Questo fattore, passata la decina di ore di gioco, vi permetterà di sparare senza nemmeno guardare, sicuri di cogliere un bersaglio che tanto sarà perennemente in una determinata posizione.

Specchietti per le allodoleCome abbiamo visto, Steambot Chronicles è un gioco fatto di aspetti molto curati, ed altri lasciati quasi al caso: il comparto tecnico, e in particolare la grafica rispetto al sonoro, appartiene nettamente alla prima categoria.Il motore grafico del gioco, pur non segnando un nuovo punto di arrivo per la concorrenza, si dimostra solido e particolareggiato, realizzato in un 3D in tempo reale e privo di bad clipping o del pop up più volte visto sulla pur potente console portatile Sony.I modelli poligonali sono ben definiti e discretamente animati: nulla che faccia gridare al miracolo tecnico ma, comunque, la veste grafica svolge egregiamente il suo compito, restituendo bene l’ambiente cittadino, il ciclo notte-giorno che i programmatori hanno inserito nel gioco (con annesse luci notturne in città) e i Trot, pur disegnati con uno stile completamente diverso da quello cui gli appassionati di Gundam sono abituati.Solo due piccole note di demerito: i visi dei personaggi non godono di animazioni particolari e considerando l’alto numero di dialoghi presenti nel gioco, questo non è esattamente un pregio; inoltre, assisterete ad occasionali cali del framerate nelle situazioni più concitate, come una rissa all’interno del colosseo o una situazione di particolare traffico cittadino tra una missione e l’altra.Poco male, dato che il prodotto si assesta su livello grafico complessivamente buono.Idem per l’accompagnamento musicale, che propone motivetti ameni soprattutto nelle fasi di relax in città, un buon doppiaggio americano e, su tutti, degli effetti sonori credibili, tanto in fase di tuning del mezzo, quanto nei boschi adiacenti Orion City, dove si svolgerà la stragrande maggioranza delle missioni che vi verranno affidate.In generale, se a tutti gli aspetti del gioco fosse stata riposta la stessa cura avuta per la grafica e il sonoro, al titolo sarebbe stato garantito almeno mezzo punto in più nella votazione globale, che invece non può andare oltre una sufficienza abbondante a causa, principalmente, della estrema ripetitività che affligge il titolo e di un fastidiosissimo “respawn” dei nemici di missione in missione, responsabile di farvi perdere dell’ulteriore tempo.

– Controlli immediati

– Alto livello di personalizzazione del mech

– Gravosa ripetitività di fondo

– Nessuna novità rispetto al titolo originale…

– … a pensarci bene, nessuna novità…

6.4

Nel complesso, Steambot Chronicles è più un’occasione mancata che un brutto gioco: saprà innegabilmente regalare ore di divertimento a tutti coloro che amano far crescere il proprio avatar, incuranti dell’enorme numero di ore necessario e della ripetitività delle missioni, ma annoierà chi non è un hardcore gamer e, in generale, tutti coloro che da un gioco cercano prima di tutto innovazione e dinamismo.

Partendo da questa base, a livello grafico/sonoro e per quanto concerne la semplicità dei controlli e il perfetto bilanciamento della difficoltà, Atlus avrebbe potuto proporci sicuramente un gioco più completo ed in grado di offrire un’esperienza di gioco soddisfacente non solo a comparti, ma nella sua interezza.

Compratelo se amate i mech e se siete stati degli avidi consumatori di giochi alla Monster Hunter, altrimenti guardate altrove.

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