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Recensione

Mindhunter, recensione della prima stagione

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Avatar di TheIappi

a cura di TheIappi

Pubblicato il 17/10/2017 alle 00:00
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Il Verdetto di SpazioGames

8.5
Netflix esce fuori dal seminato, accogliendo tra le sue braccia un’opera diversa dai prodotti di genere più conosciuto e meno impegnato. Mindhunter è un’opera complessa, fortemente autoriale. E’ un’indagine all’interno della mente umana, in cui i confini e le linee di demarcazione territoriale spariscono in favore di un grigio sfumato che si interpone tra il bianco e il nero. Un viaggio che metterà a dura prova preconcetti e valori che diamo per scontati. 
Mindhunter
Tratto dal libro “Mind Hunter: Inside The FBI’s Elite Serial Crime Unit”, Mindhunter è la storia di due agenti dell’FBI degli anni ’70, Holden Ford e Bill Tench, che per la prima volta decidono di categorizzare le menti criminali, interrogando di persona i peggiori criminali d’america per capirne ragionamenti e psicologia e, magari un giorno, riuscire a identificare comportamenti border line e prevenire la nascita di futuri serial killer, termine che nasce proprio in questi anni dai frutti del loro lavoro.
Attraverso l’unione nel team della psicologa Wendy Carr, il progetto si allarga e prende i connotati di vero e proprio studio, con tanto di investimenti economici da parte dello stato americano.
Mindhunter è un viaggio andata e ritorno nella follia psicologica di criminali responsabili di violenze e abusi inconfessabili, un contatto con la violenza più feroce in cui lo spettatore si troverà spogliato delle proprie convinzioni e dei propri valori, unica via per la comprensione di menti in possesso di schemi mentali cosi distanti dal comune. 
Ovviamente per i due agenti non sarà semplice vivere la loro vita isolando completamente un lavoro cosi provante a livello mentale, con conseguenti risvolti psicologici tutti da scoprire.
Tensione non vuol dire per forza azione
Non aspettatevi azione, sparatorie, inseguimenti perchè non è ciò che troverete. Ma se è la tensione emotiva e psicologica che cercate, allora siete nel posto giusto.
David Fincher ha dato forma a un gioiellino nel panorama seriale moderno. Mindhunter è questo, un successo completo, su tutti i punti di vista. Privo di grosse sbavature, l’opera di Lyncher riesce a creare un groviglio di sensazioni dentro lo spettatore in un’America degli ’70 in cui sentimenti e valori non esistono più, il bianco e il nero sfumano in un asettico grigio, la violenza comincia a parlare, senza censura, senza filtri. 
I dialoghi tra i pluriomicidi e due agenti sono intensi, malati, febbrili, in cui il dualismo tra comprendere l’assassino e rimanere lucido e convinto dei propri mezzi si perde al cospetto di un modo di ragionare cosi lontano da noi ma allo stesso tempo cosi terribilmente affascinante. 
Sicuramente le scene d’incontro con Ed Kamper sono il culmine della produzione, grazie ad un lavoro eccellente da parte di Cameron Britton, a dir poco straordinario: la follia completamente malata e allo stesso tempo incredibilmente lucida del pluriomicidia è la distruzione completa dell’idealizzazione dell’assassino comune, nevrotico e pazzo, con buona pace della nostra coscienza.
Ad ogni incontro il rapporto tra il detenuto e Holden matura, muta, cambia. Ben presto sentiremo un ansia pervaderci, e ci renderemo conto di trovarci in totale balia di processi mentali e schemi di ragionamento a noi completamente sconosciuti. 
La tensione crescerà, l’ansia sarà un’amica costante che si innalzerà sempre di più al pari della voglia impellente di ritornare con Holden davanti a Kemper, ancora e ancora, in preda ad una fame di conoscenza quasi patologica.
Tutto funziona a meraviglia
Dalla regia alla fotografia, passando per sceneggiatura e infine il cast: davvero difficile trovare qualcosa che non funzioni. Jonathan Groff e Holt McCallany – rispettivamente Holden Ford e Bill Tench – funzionano perfettamente nei loro ruoli e particolarmente  bene tra loro: il primo freddo calcolatore, figlio di un’America in balia di rivoluzioni e correnti, il secondo classico agente vecchio stile, severo e di sani principi, che cercherà di mettere un freno agli atteggiamenti del primo quando cominceranno a diventare troppo poco istituzionali, a conferma delle generazioni diverse e del contesto di cambiamento e di insicurezze che l’america degli settanta viveva. Una contestualizzazione resa perfettamente in ogni dettaglio, segno della cura con cui è stata svolta la ricostruzione storica, davvero puntigliosa.

+ ansia e tensione dalla prima all’ultima puntata

+cast eccellente

+ dialoghi di qualità

+ ambientazione storica ricostruita perfettamente, nei luoghi e nei personaggi

– qualche personaggio lasciato un po’ in secondo piano

8.5

A tutti voi sarà capitato di leggere un libro, di guardare un film, ascoltare una canzone e di capire quanto essa sia splendida, riuscendo a cogliere addirittura gli aspetti migliori, quelli peggiori, pur rendendovi conto che di per sé non vi fa impazzire, che non è per voi.

Ecco, Mindhunter non è per tutti. Ma tutti dovrebbero vederla.

E’ semplicemente una delle migliori esclusive che Netflix possegga in questo momento. Forte, cattivo, non istituzionale, è in grado di trasportare la nostra fantasia all’interno di un contesto talmente distante da noi da trasmettere la sensazione di essere in balia del mare: un oceano di schemi mentali, di ragionamenti incomprensibili, in cui ogni mossa ci è completamente ignota in quanto frutto di ragionamenti che non funzionano come ci aspetteremmo. Mai.

Gestione dei personaggi perfetta, regia ineccepibile e un cast che si dimostra adatto, maturo e puntuale. Insomma, tutto funziona a meraviglia. E considerando che la seconda stagione è già stata confermata, non possiamo che essere molto felici. Davvero da non perdere.

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