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Recensione

Broken Age: Act 2

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Avatar di Pregianza

a cura di Pregianza

Pubblicato il 28/04/2015 alle 00:00
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Il Verdetto di SpazioGames

7.5

Il cliffhanger è uno strumento potente nella narrativa, un’arma capace di assoggettare lo spettatore e condizionarne la mente, portandolo a pensare per giorni, o a volte addirittura settimane, alle conseguenze di ciò che ha visto e al futuro della storia che stava seguendo. Il cliffhanger è anche una affilatissima arma a doppio taglio, tuttavia: crea aspettative, tanto grandi quanto perfetti i suoi tempi e geniale il suo inserimento nelle vicende, e se queste non vengono rispettate la delusione non ci mette molto a sostituirsi all’eccitazione iniziale.
Broken Age, l’attesissima avventura di Tim Schafer nata grazie a Kickstarter e tagliata seccamente in due parti per iniziale mancanza di fondi, vanta uno dei cliffhanger più riusciti in assoluto nella recente storia del videogioco. Il primo atto di questa punta e clicca classica ci ha restituito l’amore perduto per gli enigmi, l’inventario e i buffi personaggi che popolavano il gaming nell’era LucasArts, e la sua magistrale chiusura lasciava presagire un’opera completa in grado di porsi sullo stesso piano dei grandi classici del genere. Già… lasciava presagire… Peccato che il genio di Schafer abbia deciso di consumarsi proprio sulla chiusura, con un secondo atto che non riesce a distruggere questo titolo dal tormentato sviluppo, ma secondo noi va a martellare con cattiveria le granitiche fondamenta poste dai suoi capitoli iniziali. Il motivo è da ricercarsi in alcuni grossolani errori, che sinceramente non ci aspettavamo da un veterano come Tim.
Vite invertite
Impossibile rispolverare la trama del gioco senza cadere nello spoiler, quindi se non avete giocato la prima parte dell’avventura fate i bravi e saltate a piè pari questo primo paragrafo. Per tutti gli altri, bentornati: siamo sempre al comando di Shay e Vella, due ragazzi dall’infanzia a dir poco “particolare” i cui ruoli si sono improvvisamente invertiti dopo una serie di mirabolanti avventure. Vella, riuscita a sconfiggere il suo crudele fato di “sacrificio umano”, si ritrova nel ventre della bestia che minacciava lei e le sue coetanee, e che una bestia in realtà non è. Shay, dal canto suo, riprende conoscenza sulla calda sabbia di una spiaggia, dopo aver scoperto che la sua intera vita è stata una menzogna. Il punto di partenza è succoso per entrambi, ma dobbiamo crudelmente dirvi che non è stato sfruttato a dovere. Le motivazioni per cui la storia si è sviluppata in tal modo vengono spiegate con precisione, ma il background costruito da Schafer ci è parso troppo debole per supportarle a dovere e i colpi di scena risultano nettamente meno stupefacenti di quanto previsto. Broken Age è sempre ricco di personaggi brillanti e dialoghi ottimamente scritti, ma in questa seconda fase perde di verve, scadendo nella banalità in un paio di casi e non riuscendo a sfruttare al meglio le potenzialità del mondo che aveva così ben tratteggiato nelle prime ore di gioco. Non aiuta il fatto che le ambientazioni, tolta la fase finale, sono praticamente le stesse del primo atto, rinnovate in parte dalla sostituzione dei protagonisti, ma non abbastanza da stupire come accaduto alla prima prova del titolo.
Anche a livello di gameplay nulla è cambiato. Broken Age è e rimane una punta e clicca quintessenziale, con controlli semplicissimi completamente gestiti tramite click del mouse, un inventario elementare ed enigmi piuttosto intuitivi. Attenzione però, nel secondo atto la difficoltà degli enigmi è aumentata gradualmente, quindi aspettatevi rompicapo più elaborati e persino momenti in cui si rivela necessario passare rapidamente da un personaggio all’altro per cogliere degli indizi preziosissimi per avanzare. 
Insomma, siamo davanti a un’avventura solida, con enigmi spesso intelligenti e un ritmo serrato, che viene rovinata nel complesso da una gestione non all’altezza della narrativa, e dal riutilizzo di personaggi e location già visti. Risulterebbe comunque un prodotto eccellente, visti i valori produttivi e la qualità di certi puzzle, se non fosse per una fase finale davvero ottusa, dove gran parte dei puzzle basati sull’inventario viene sostituita da combinazioni di cavi seriamente irritanti e ripetitive, quando si è capito il trucco per superarle. Non aspettatevi peraltro momenti da fusione dei neuroni: qui non c’è niente di realmente improponibile a livello logico, un po’ di ragionamento vi permetterà di arrivare senza troppi sbalzi al finale. Se cercate un nuovo Monkey Island siete molto lontani dall’obiettivo.
Sempre ottimi i valori produttivi, con doppiaggi curatissimi, ottime musiche e un’art direction sempre da manuale. Buona anche la longevità, aumentata rispetto al primo atto anche in virtù della difficoltà maggiore. 

– Art direction sempre notevole

– Doppiaggi e musiche di qualità

– Dialoghi ben scritti e vari momenti spassosi

– La narrativa crolla nella seconda parte

– Enigmi ripetitivi e irritanti nella fase finale

– Le location restano praticamente le stesse, e non manca il backtracking

7.5

Con il suo primo atto Broken Age ci aveva fatto innamorare di nuovo delle punta e clicca vecchio stile, ma Schafer e i suoi non sono riusciti a cavalcare l’onda fino in fondo e sono cascati malamente dal surf proprio nella conclusione. Il secondo tempo di questo atteso titolo non riesce a mantenersi al livello della sua fase introduttiva, e va a rovinare un prodotto che forse con un po’ più di coraggio avrebbe avuto le potenzialità per risultare davvero memorabile. Resta un’ottima avventura grafica, ma se vi aspettate un nuovo classico senza tempo del genere rimarrete delusi, vi abbiamo avvertito.

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