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Persona 4 Golden, la prima volta su PC non si scorda mai – Recensione

Dopo il successo di Persona 5, la serie di Atlus fa il suo debutto su PC con un port dell'acclamato JRPG arrivato su PS Vita nel 2012

Se dieci anni fa ci avessero detto che ci saremmo ritrovati, nel 2020, a parlare della serie Persona come di un prodotto di successo, è probabile che avremmo sghignazzato sonoramente. Il gameplay relativamente ostico, la prolissità più da graphic novel che da gioco di ruolo e i temi maturi la rendevano tutto fuorché orientata al grande pubblico, eppure, complice l’oltremodo apprezzato Persona 5 e la sua recente riedizione Royal, siamo qui a celebrare, finalmente, un franchise a trecentosessanta gradi che ha invaso con la sua brillantezza l’Occidente.

Persona 4 Golden

Piattaforma:
PC
Genere:
gioco-di-ruolo
Data di uscita:
Sviluppatore:
Atlus
Distributore:
Namco Bandai

La saga sta, pur con un’ingiustificata lentezza, cominciando a fare lo stesso con la molteplicità di piattaforme ora in circolazione: Persona 4 Golden è arrivato nel fine settimana su PC, e noi lo abbiamo provato su due configurazioni diverse in modo da raccontarvi nel dettaglio come se la cava questo port del longevo JRPG firmato Atlus.

Cos’è Persona 4 Golden?

Non ci dilungheremo eccessivamente su Persona 4 Golden in termini di puro gameplay e storia, dal momento che l’obiettivo di questa recensione è parlarvi della versione PC e del suo funzionamento, ma troviamo abbastanza interessante discutere del gioco facendo un parallelo su più piani con Persona 5, il punto di contatto tra molti degli utenti e questa proprietà intellettuale fino a qualche anno fa oscura.

In termini narrativi, la serie Persona si muove su un canovaccio che porta a risultati tutti più o meno simili tra le sue diverse uscite, ma qualche differenza tra Persona 4 – che riconoscerete come una sorta di layout per il capitolo successivo – e Persona 5 in effetti c’è, così come tra un episodio e l’altro ci sono stati alcuni taglia e cuci sulla base di considerazioni degli sviluppatori che negli anni hanno eliminato, esteso o introdotto meccaniche differenti.

L’innesco per la storia è ad esempio lo stesso, ovvero uno studente che cambia città e si ritrova ospite in una nuova casa, in mezzo a nuovi coetanei, “costretto” a riscrivere le proprie conoscenze daccapo mentre si ritrova coinvolto in una brutta storia di sparizioni e omicidi. Le differenze qui sono marcate: il protagonista senza nome di Persona 4 si sposta dalla metropoli alla località di campagna, mentre in P5 la trama si dirama fin dalle premesse nella capitale Tokyo, intorno alle zone iconiche della quale si svolge la vicenda.

In Persona 4, poi, entriamo nel metaverso (qui un vero e proprio TV World cui accediamo attraverso lo schermo di un televisore) per salvare la vita delle persone che vi sono state misteriosamente intrappolate, e non per imprimere loro un change of heart che le trasformi da cattive a buone; questa dinamica della storia ha una commistione interessante, peraltro, con la funzionalità del gameplay del meteo, che regola quanto tempo avremo a disposizione prima che la persona cui dovremo prestare soccorso muoia – e dunque ci imponga il game over -, ridotta solo a pura “citazione” estetica nel seguito.

I temi rimangono grossomodo gli stessi e, oggi come al momento dell’uscita originale, è dura vedere cosa si nasconda dietro la maschera. Una volta entrati nel TV World per provare a risolvere il caso di un serial killer che minaccia gli affetti più cari del protagonista, avremo a che fare con versioni senza peli sulla lingua dei nostri compagni di viaggio e questi ci diranno abbastanza brutalmente cosa si celi dietro la fitta nebbia delle apparenze: le loro rivelazioni saranno sempre toste da ascoltare ed elaborare, e vi sapranno toccare nel profondo perché riguardano rapporti con le persone, aspirazioni e fallimenti o altre tematiche che fanno parte della vita quotidiana di ognuno di noi.

Il sistema di combattimento vi risulterà piuttosto familiare se avrete giocato Persona 5, con giusto una manciata di cambiamenti che è stata apportata nel nome della semplificazione più che perché non funzionassero a dovere. La dinamica alla base degli scontri è la ricerca delle debolezze degli avversari, così da colpirle, fare danni aggiuntivi e al contempo ottenere un turno addizionale per connettere un altro attacco o compiere azioni come curarsi e usare oggetti.

Nonostante gli anni che sono passati dalla release originale, questo aspetto di Persona 4 Golden è invecchiato molto bene, risultando ancora oggi estremamente appagante ed elaborato e, diversamente da quanto accade spesso con i JRPG, senza lasciar trapelare mai quella sensazione di datato che sfocia in una leggibilità eccessivamente facile di quello che sta succedendo o succederà in battaglia. È integrata una feature che permette di accelerare il tempo durante gli scontri, per fare un esempio concreto, e differentemente da quanto ci è capitato in una recente run su Final Fantasy VII non abbiamo mai sentito il bisogno di utilizzarla.

Ci sono elementi di differenziazione rispetto a Persona 5, come dicevamo, e uno degno di menzione è lo Shuffle Time: alla fine di uno scontro, qualora i giocatori riuscissero ad accedere ad un buon numero di One More, sarà possibile trovarsi davanti a tarocchi che forniscono Persona aggiuntive o bonus come il riempimento della barra dell’HP/SP. Nel seguito, questa meccanica è stata cambiata in favore di un sistema di “cattura” diretta della Persona di proprio interesse, e perché risultasse più difficile l’esplorazione di un dungeon (almeno prima di Royal).

Non mancano ovviamente altre similitudini e in particolare, se vi è piaciuto operare con scadenze ben delineate, ecco di ritorno il calendario, che scandisce le vostre attività in un unicum che comprende sia le principali (l’ingresso in un dungeon con l’obiettivo di salvare vite) che quelle secondarie, tra cui la partecipazione ad un club culturale o sportivo, le uscite con gli amici, lo studio e i lavoretti.

Una delle caratteristiche del franchise di Persona è la contaminazione del genere JRPG con le social sim, e il quarto capitolo non si sottrae affatto a questa funzionalità. Questa contaminazione è tutt’altro che fine a se stessa, dal momento che, curando i rapporti con i propri conoscenti, i giocatori possono stabilire Social Link tramite i quali ottenere abilità speciali in combattimento o bonus qualora dovessero decidere di fondere più Persona tra di loro; tali rapporti sono così importanti da determinare la possibilità di accedere o meno a contenuti endgame. Quando si dice “unire l’utile al dilettevole”.

Il gioco fa forse un lavoro migliore rispetto a Persona 5 nel farci capire quando dovremmo smetterla di darci allo svago e passare alle cose serie, visto che, utilizzando l’espediente della pioggia, ci indica visivamente l’istante in cui dovremmo cominciare a preoccuparci di rispettare la deadline imposta dalla storia; è anche vero, però, che il pool di attività e la loro qualità è comprensibilmente un passettino indietro rispetto al capitolo uscito anni dopo, per quanto rimanga gradevole sguazzarci.

Come funziona la versione PC?

Abbiamo testato la versione PC su due configurazioni diverse, un PC fisso con GTX 980 e i7 e un laptop con i5 e Intel HD 520, e in entrambi i casi siamo rimasti generalmente soddisfatti del lavoro eseguito da Atlus; va precisato fin da subito, però, che non ci troviamo di fronte ad un remaster ma ad un port, godibile ma non perfetto, consapevole degli anni che sono passati dall’uscita originale e della piattaforma su cui ha messo piede nel 2020.

Lo abbiamo definito un “remaster fai da te” perché le impostazioni, nonostante quelle selezionabili siano relativamente poche, hanno un impatto notevole nella definizione dell’aspetto del gioco sia verso l’alto che verso il basso, e coprono un range che parte dall’originale PS2 o quasi fino ad arrivare a qualcosa di molto vicino ad una rimasterizzazione della prima generazione, vale a dire quelle che ci hanno abituato a rescale abbastanza semplici.

La risoluzione massima è fissata ai 1080p, ma tra i setting campeggia in bella vista la possibilità di regolare con uno slider il rendering scale, che determina quale percentuale della risoluzione che selezionerete dovrà essere effettivamente mostrata sullo schermo e a cui Atlus si è affidata oltremodo per stabilire l’aspetto complessivo del gioco (e questo di per sé spiega come mai ci siano così poche opzioni di personalizzazione grafica). Si parte dal 50% fino a 200%, e questo vuol dire che quei 1080p sono a ben vedere una limitazione soltanto teorica e che, almeno ad una visione superficiale, la risoluzione massima cui potrete aspirare a seconda della vostra configurazione potrà essere ben superiore.

Questa impostazione ci ha colpiti particolarmente su Persona 4 Golden perché ha un impatto molto più forte rispetto a quello cui siamo abituati con le produzioni moderne: sul nostro PC fisso lo abbiamo fatto girare tranquillamente a 1080p con il 200% del rendering scale, e la qualità dell’immagine è risultata tirata a lucido ben oltre le più rosee aspettative, sfruttando il supersampling per migliorare in maniera sensibile il comportamento dell’antialiasing e venendo – è bene non dimenticarlo – da PS2 e PS Vita, non da PS4 e neanche da PS3.

Con una risoluzione alzata almeno teoricamente a numeri tanto importanti, il look generale del gioco ne guadagna e non poco: i colorati e dettagliati disegni dei personaggi con cui ci confrontiamo, ad esempio, spiccano ancora di più e la scena nel suo insieme, coi protagonisti in primo piano e oggetti più semplici, risulta molto godibile.

I fondali che danno sulla campagna o buttano l’occhio su particolari più elaborati perdono inevitabilmente qualcosa, dal momento che sono figli delle limitazioni tecniche dell’epoca PS2, e questo è qualcosa su cui tipicamente i rescale non possono fare troppo. Le cutscene con l’inconfondibile marchio di fabbrica anime reggono prevalentemente bene ma non sono state ritoccate e la cosa si nota specie quando ci sono sequenze più movimentate o neri profondi sullo schermo, giacché vi compaiono pixellamenti o brevi artifici grafici che, in ogni caso, poco sottraggono alla loro fruizione.

Quando parliamo di artifici, il problema più grosso è quello delle sfocature che, proprio come ai tempi dell’originale PlayStation 2 su buona parte dei titoli di origine giapponese, perseguita l’azione; nel caso di questo port su PC sfociamo più in una sorta di ghosting, dal momento che più si alzano risoluzione e frame rate, più un’ombra “segue” i movimenti del protagonista così come le animazioni dei personaggi intorno a lui.

Diversamente dalle altre spigolature sempre lievi del port, questa vi potrebbe dare abbastanza fastidio quando presente, dal momento che l’alone lasciato dai movimenti dei personaggi si fa piuttosto marcato sui setup più performanti che vorrete spremere fino all’ultimo per avere quel sapore di rimasterizzazione da Persona 4 Golden su PC.

Fortunatamente, le scene che prevedono davvero movimenti dei personaggi sono in realtà poche, visto che il gioco, la serie e i JRPG in genere sono incentrati sulla gestione di menu prima di tutto, poi su sequenze che prevedono di rado spostamenti su piani tridimensionali (pensate alla strada dello shopping di Inaba come caso limite), e non sono quasi mai action in senso stretto. Non parliamo quindi di un difetto realmente in grado di rovinare da solo l’esperienza di gioco.

La problematica si è assottigliata fino a scomparire o giù di lì nella nostra configurazione laptop, dove abbiamo giocato ad una risoluzione di 720p (l’aspect ratio è bloccato sui 16:9 per cui anche al netto di risoluzioni “bizzarre” il gioco deciderà da sé come avvicinarsi meglio alla vostra) restando umili sul rendering scale.

Con questo setup abbiamo messo mano un po’ a tutte le impostazioni e abbiamo notato come sia possibile fare una sorta di demake rispetto al gioco al massimo delle sue possibilità, ottenere cioè un risultato praticamente assimilabile alla versione PS2 rinunciando a risoluzioni elevate e soprattutto alle ombre, che hanno avuto un impatto sulle prestazioni qui di non poco conto. Da lì in poi è possibile “costruire” una sorta di remaster fai da te in base a quanto la propria macchina sia capace di reggere.

Il port garantisce l’opportunità di rimuovere l’antialiasing e il V-Sync, ma in entrambi i casi non abbiamo notato differenze sostanziali, specie perché, come abbiamo anticipato, le scene con movimenti repentini sono così poche che è stato abbastanza difficile innescare il fenomeno del tearing durante la nostra prova. Lo stesso dicasi del filtro anisotropico, per tradizione uno dei primi a saltare quando si tenta di risparmiare del carico alla macchina.

Il rendering scale, evidentemente il settaggio che più incide sulle performance, ha indotto a crash inattesi su laptop quando abbiamo provato a ritoccarlo tramite lo slider interno, e a quanto abbiamo potuto vedere in giro non siamo i soli ad aver incontrato quello che sembrerebbe un bug; curiosamente, però, sul PC casalingo (a parità di OS, Windows 10) non abbiamo riscontrato alcuna anomalia.

A contribuire al difetto simil-ghosting è presumibilmente anche la possibilità di accedere a frame rate completamente sbloccati: su PC fisso abbiamo avuto 60 fotogrammi al secondo pressoché stabili al massimo delle impostazioni, mentre su laptop abbiamo dovuto apportare i compromessi di cui sopra per farcela specie nelle scene con più personaggi simultaneamente e i pochi effetti grafici più luminescenti (come nell’hub del TV World); tuttavia, la notizia è un’altra, ovvero che il gioco non porrà alcun limite alla vostra configurazione, per cui – qualora dovesse permettervelo – potrete persino superare i 120fps.

Mouse e tastiera sono supportati, anche se in una maniera alquanto curiosa: il mouse non è implementato di norma in questo genere di port, ma qui Atlus ha fatto un passo e si è fermata a mezza strada, dal momento che la periferica risulta utilizzabile nei menu – lo spostamento del cursore e il click sono riconosciuti regolarmente quando c’è da scegliere una voce anziché un’altra dall’inizio alla fine – ma non per il movimento della visuale a destra e sinistra nel gameplay vero e proprio. La tastiera funziona come dovrebbe e con comandi totalmente personalizzabili, invece, anche se nella nostra esperienza, forse per una questione di familiarità, abbiamo preferito scendere in campo con un più comodo controller Xbox 360.

Un’ultima chicca è riservata dall’offerta audio: superando le limitazioni della versione PS Vita, che dovette rinunciare alla traccia per evitare di sforare sullo spazio disponibile nelle cartucce di Sony, la software house asiatica ha introdotto per la prima volta in Persona 4 Golden la possibilità di scegliere tra l’audio giapponese e quello inglese. Manca la localizzazione italiana che, pur essendo stata integrata nel recente Persona 5 Royal, non era prevista nell’originale come non è stata aggiunta in questa nuova variante.

Gli appassionati hanno ora la chance di usufruire dei dialoghi in lingua originale ed evitarsi magari l’imbarazzo degli onorifici imbucati nelle conversazioni in Inglese, che al tempo furono mantenuti per rendere l’idea di un titolo desideroso di mantenere inalterata la propria anima nipponica. Se non altro, adesso, potrete evitarvi la pronuncia post-Karate Kid di “sensei”.

Persona 4 Golden ha stuzzicato la vostra fantasia? Potreste allora essere interessati a Persona 5 Royal per PS4, la versione definitiva del suo acclamato seguito

+ Meccaniche di gameplay, come il sistema di combattimento, ancora appaganti
+ Storia e temi maturi che colpiscono oggi come allora
+ Il look regala soddisfazioni tuttora
+ Specifiche accessibili, e giocare con le impostazioni è come cambiare gen
– Alcuni difetti sporcano visibilmente la resa grafica, di per sé non quella di un remake
– La lunga attesa poteva essere premiata con qualche contenuto aggiuntivo
– Mouse supportato a metà

7.5

Persona 4 Golden è finalmente libero dalla prigione – per quanto dorata sempre di prigione si tratta – di PS Vita ed è disponibile per l’enorme platea di Steam ad un prezzo accessibile, ben rapportato alla longevità e alla qualità complessiva del lavoro, di 19,99 euro. Non introduce alcun contenuto aggiuntivo rispetto alla release originale del 2012 (ad eccezione del summenzionato doppiaggio giapponese) e ha alcuni difetti nella veste grafica scalata senza troppi sforzi verso l’alto, ma questo non mina la godibilità di uno dei JRPG più riusciti degli ultimi venti anni.