Paper Beast – Recensione PlayStation VR

Immersi in un mondo di origami

Recensione
A cura di Nicolò Bicego - 7 Aprile 2020 - 9:00

Il nome di Éric Chahi viene associato, giustamente, ad alcuni titoli iconici della storia del videogioco, come Another World e Heart of Darkness. Dopo quest’ultimo titolo, Chahi si è allontanato per lungo tempo dall’industria, senza dedicarsi a titoli di rilievo fino all’arrivo di From Dust, nel 2011.

Nove anni sono passati da allora, ma adesso Chahi sembra avere ancora qualcosa da dire, e intende farlo attraverso la realtà virtuale, in particolare PlayStation VR. Paper Beast, opera dello studio Pixel Reef, è infatti disponibile esclusivamente su PlayStation 4, e richiede il visore targato Sony per essere giocato.

Ci siamo tuffati per voi in questo mondo popolato da creature fatte di cellulosa, e ne siamo usciti per raccontarvi le nostre impressioni.

Paper Beast – Recensione PlayStation VR

Creature dal cuore di cellulosa

Fin dalle prime battute è possibile capire che Paper Beast è un gioco atipico. Dopo una brevissima sequenza introduttiva, veniamo calati nel mondo che Chahi e il team di Pixel Reef hanno creato per noi. Ci ritroveremo in un deserto, e ben presto capiremo di non essere soli. Una prima, gigantesca creatura fatta di pezzi di carta si avvicina a noi, osservandoci da vicino; la scena fa un certo effetto, vista attraverso le lenti del visore. Poco dopo il passaggio della creatura, veniamo finalmente dotati della possibilità di muoverci. Da qui, siamo lasciati praticamente liberi di esplorare il mondo di gioco a nostro piacimento.

Sia chiaro, in realtà è presente un percorso da seguire, ma il gioco ci lascia liberi di scoprirlo con i nostri tempi e di allontanarci per esplorare altri angoli del mondo. Come accennato nel paragrafo di apertura, questo mondo è popolato da creature fatte di carta – un’idea tanto semplice, quanto ricca di carisma e personalità.

paper beast

Non si tratta di un semplice fattore estetico: la loro peculiare struttura incide profondamente sul gameplay. Per la maggior parte del tempo, infatti, saremo occupati a risolvere dei piccoli enigmi ambientali – talvolta ingegnosi ma mai troppo complessi – che richiedono di interagire proprio con queste creature. Attraverso la pressione di un grilletto sul DualShock, potremo afferrare le creature da lontano, attirarle verso di noi oppure spingerle via.

Ogni creatura ha delle caratteristiche peculiari e studiarle sarà fondamentale per capire come proseguire. Alcuni mostriciattoli, ad esempio, sembrano nutrirsi di sabbia, liberando il passaggio laddove prima era bloccato; delle meduse luminose, invece, possono essere utili per schiarire gli anfratti oscuri di una caverna, e così via. Insomma, l’interazione con le creature è il vero cuore di questa breve (si parla di circa tre o quattro ore) ma intensa avventura.

Non pensiate, però, che le creature servano soltanto alla risoluzione di enigmi: uno degli aspetti che più ci ha sorpresi di Paper Beast è proprio la vitalità di queste creature. Se vi limiterete a stare fermi ad osservarle, vi accorgerete che esse sono dotate di una vita propria, interagiscono tra loro, lottano, si nutrono, proprio come se fossero vive. Si ha quasi l’impressione che il gioco non sia costruito intorno al giocatore, ma che la sua presenza sia soltanto un incidente di percorso nella vita di questo pianeta fantastico.

Paper Beast

Una volta terminata la modalità avventura, potrete dedicarvi alla seconda anima di Paper Beast, la modalità Sandbox. Qui avrete la possibilità di giocare a fare dio in prima persona: potrete creare la vostra versione del mondo ed osservare come si comportano le creature su di esso, provare a combinare ecosistemi tra loro per vedere se è possibile una convivenza. Sicuramente non si tratta di una modalità che divertirà chiunque (appunto che, in realtà, può essere mosso al gioco nella sua interezza), ma è un buon espediente per aumentare la longevità del titolo e renderlo fruibile anche dopo aver terminato l’avventura.

La carta non è mai stata così bella

A colpire di Paper Beast è anche, quasi inaspettatamente, l’aspetto tecnico. Sappiamo bene quante problematicità portino con sé i titoli pensati per PlayStation VR; fortunatamente, però, i ragazzi di Pixel Reef sono riusciti a confezionare un’esperienza visiva davvero ottima, che si classifica tra le migliori per la VR di Sony.

Paper Beast – Recensione PlayStation VR

Certo, rimangono alcuni dei soliti problemi, che probabilmente continueremo a vedere fino a che la casa giapponese non sostituirà l’attuale visore con una versione potenziata – su tutti l’effetto blur che avvolge tutto ciò che si trova in lontananza. In questo caso, però, si tratta di un prezzo che vale la pena pagare, perché per il resto Paper Beast è davvero bello da vedere. Inoltre, il gioco si basa interamente sul movimento tramite teletrasporto: questo garantisce un’esperienza libera da nausee e giramenti di testa, per quanto possibile, dunque ci sentiamo di consigliarlo anche a chi tra voi ha lo stomaco piuttosto debole.

+ Tecnicamente sorprendente
+ Ha carisma e personalità da vendere
- Assolutamente non per tutti
- Breve

8.0

Paper Beast è un’esperienza atipica ma, a differenza di molti altri titoli sperimentali su PlayStation VR, non c’è dubbio che stiamo parlando di un gioco vero e proprio, dotato di un suo gameplay (affine al genere puzzle game) e di una sua natura. Perdersi in queste lande desolate, popolate da creature fatte di cellulosa, è un’esperienza davvero unica, realizzata peraltro egregiamente sotto il profilo tecnico. Vista anche la scarsità di uscite di rilievo sulla periferica Sony, il nostro consiglio è quello di dargli almeno una chance: potreste scoprire una piccola gemma.




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