Outer Wilds recensione | Repetita iuvant

Se i videogiochi, anche quelli single-player, sono aggregazione, Outer Wilds centra in pieno il suo obiettivo

Recensione
A cura di Paolo Sirio - 5 Giugno 2019 - 10:12

Ripetere fa bene, lo dicevano i latini, ma in questo caso non utilizzeremo la locuzione imparata sui polverosi e spiegazzati libri di un liceo classico frequentato troppi anni fa nell’accezione del perfezionamento; lo faremo, al contrario, pensando al fatto che capita di ripetere sempre e continuamente le stesse operazioni fino al ritrovamento di un fine e di una scoperta, cose alla base delle quali abbiamo il guizzo e l’intuizione, non la pratica.

Outer Wilds è un’esclusiva console Xbox One, di questi tempi non fa mai male specificarlo, ed è disponibile fin dal day one della scorsa settimana su Xbox Game Pass. Lo trovate anche su PC, e pure in questo caso c’è un’esclusiva di mezzo, dal momento che Mobius Digital Games e Annapurna Interactive (un “piccolo” publisher Re Mida quasi ai livelli di Devolver Digital, tra Ashen, What Remains of Edith Finch, Gorogoa, Florence) lo hanno concesso al solo Epic Games Store per qualche mese.

Per chi non lo conoscesse, e non l’avesse seguito come noi fin dal reveal dell’E3 2018 ad un Inside Xbox post conferenza Microsoft, possiamo accostarlo a No Man’s Sky ma tenendo ben presente che il prodotto in questione non fa ricorso alla proceduralità, è anzi “fatto a mano” e con dimensioni a misura d’uomo, e ai grandi puzzle game a mondo aperto della generazione, come The Witness e The Talos Principle.

Pure il sistema di guida dell’astronave è essenziale, simile a quello del già citato No Man’s Sky ma meno scenico, e soprattutto non personalizzabile acquistando altri mezzi; non c’è un inventario da gestire e le stesse interazioni, lo vedremo più avanti, sono ridotte all’osso per una specifica ragione sia narrativa che ludica.

outer wilds

Guardandolo sotto l’occhio del game designer, ricorda per certi versi Sea of Thieves, dal momento che non sono previste dinamiche di level up e non vi compaiono funzionalità da sbloccare (giusto una, ma il mantra di questa recensione sarà “zero spoiler”, per cui al più ne parliamo nei commenti sotto apposito tag) o potenziare.

Allo stesso modo l’esperienza è molto chill, ovvero assai rilassata – la stessa esplorazione nello spazio avviene con macchine che hanno dell’incredibilmente futuristico e artigianale al contempo, e nel titolo ne sono consapevoli al 100% – in contrasto col fatto che quando avvii il gioco l’universo finirà in 22 minuti (cosa che nessuno sa a parte il protagonista da un certo punto in poi della storia).

La storia è l’aspetto quintessenziale del gioco e quello che ti spinge ad esplorare. Nella produzione di Mobius Digital Games e Annapurna Interactive vestiamo i panni di un giovane astronauta alieno impegnato nel suo primo viaggio spaziale. Di fronte a noi abbiamo la possibilità di esplorare liberamente, scegliendo in piena autonomia dove andare e cosa fare in questa esperienza iniziale della nostra carriera.

L’universo è però in movimento e in rapida evoluzione, ed è così che scopriamo di un’antica razza aliena – i Nomai – dalla tecnologia, dalla scienza e dalle capacità esplorative enormemente avanzate, e decidiamo di lanciarci al suo “inseguimento”. Un inseguimento che inizierà e si interromperà ciclicamente, ripartendo sempre dall’inizio e protraendosi per gli appena 22 minuti di cui sopra.

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Sherlock Holmes spaziali

In Outer Wilds non ci sono grosse interazioni da compiere, non si spara e nemmeno si suonano strumenti (per fare un esempio), eppure le cose da fare non mancano. Il core gameplay loop, e scuserete se utilizzo questa parola in un contesto inappropriato, si articola in tre aspetti chiave a cominciare, appunto, dal loop; si tratta di una meccanica in-game che si rispecchia anche nella realtà e che viene spiegata sul serio all’interno del gioco, non è solo una gimmick.

In generale, l’unica limitazione si avverte quando porti avanti un’indagine per un po’, con dei puzzle ambientali coinvolti, e senti quella benedetta/maledetta musichetta che ti avverte che il loop per una ragione, e con una mano, specifica sta per terminare.

Lì, e quando nelle battute finali sei chiamato a compiere delle azioni che richiedono una grande rapidità per poter vedere la conclusione indenne, pensi che forse avresti potuto avere bisogno di qualche minuto in più o semplicemente che il loop non esistesse affatto (e c’è qualche buontempone su PC che lo ha già aggirato in maniera brillante).

Alcune operazioni poi richiedono del tempo in-game e reale prima di poter essere compiute, quindi c’è da aspettare il momento giusto per farle e vedere un puzzle risolto nel modo giusto; non è un gioco da questo punto di vista per persone che vanno di fretta, in certi casi ci sono passate botte di cinque ore senza che neanche ce ne fossimo accorti (se non altro, quality time).

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Il secondo tassello è l’indagine, la meccanica principe, che ci vedrà leggere conversazioni tra i diversi scienziati della razza dei Nomai per capire cosa stiano studiando e quali siano i risultati delle loro ricerche.

Ogni passo in avanti nell’indagine aggiornerà il nostro diario di bordo, l’unico testimone della progressione all’interno del gioco nel caso siamo interessati a vederne la fine, con punti interrogativi segnati sulle “piste” scoperte ma ancora da provare, e altri tasselli che si aggiungeranno mano a mano che scopriremo nuove cose su quelle ricerche.

Un aspetto che potrebbe dare dei grattacapi sotto il profilo dell’indagine è che non abbiamo la possibilità di tracciare le piste che non abbiamo già percorso e provato, ma dobbiamo stare agli indizi scovati per provare a capire in quale direzione muoverci; allo stesso modo, possiamo piazzare i marker soltanto una volta a bordo della nave dall’apposito diario, quindi non al volo mentre stiamo esplorando.

Altro problema è che in diverse circostanze, per ragioni che non vi sveleremo, vi capiterà di finire in un buco nero e in quelle circostanze potreste passare svariati minuti alla deriva in attesa della schermata del game over. Da un certo punto in poi, con un po’ di attenzione, si potrà aggirare questa problematica ma rimane il fatto che il tasso di suicidi in OW è elevatissimo e forse una ricerca on-site al volo potrebbe permettere di ridurli.

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Il brivido della scoperta

Sono dinamiche evidentemente pensate per una partita che a conti fatti dura 22 minuti, quindi giocoforza consumabili in un lasso di tempo molto contenuto che non ha bisogno di grandi feature per funzionare a dovere.

Terza componente, l’esplorazione, che dà brividi come forse non ne abbiamo mai provati in questa generazione e potete comprensibilmente immaginare quale nostra preferita nella valutazione del progetto di Mobius.

Scoprire cose non è facile, anzi spesso è frustrante, ma non c’è nulla di più appagante di vedere una ricerca andare a buon fine, perché nella stragrande maggioranza dei casi quella ricerca di porterà in un luogo dalle architetture meravigliose e comporterà scoperte sensazionali come in una grande epica fantascientifica.

Ci sono anche scoperte orrende che vanno nel creepy e momenti in stile Alien, e tutti vengono spiegati alla perfezione da una scrittura emergente di spessore, che va ora nello scientifico ora nell’intimo, e mai invadente che ricompensa ogni sforzo sia di lettura che di esplorazione a volte incentrata sull’intuito. La storia sfocia nella fisica quantistica e ovviamente nell’astronomia ma non mancano indagini dal tratto misterioso più terra terra che portano ad esplorare nei rapporti tra gli esponenti della stessa razza e nel pianeta di partenza.

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Il nostro è capace di farti spalancare la bocca dalla meraviglia come poche altre cose nel mondo del gaming: senti di stare davvero facendo qualcosa di pionieristico quando sbarchi su un pianeta, o scopri delle rovine e avverti quella scarica di adrenalina che soltanto un archeologo di fronte ad una tomba egizia, o di qualche altra civiltà lungamente perduta eppure così avanguardistica, potrebbe dire di aver avvertito.

Sempre per rimanere nell’esplorazione sci-fi potremmo paragonare tutto il gioco, che ci ha tenuti impegnati per 20-25 ore, e il suo costante feeling di fanciullesco stupore alle prime ore passate sulla build iniziale di No Man’s Sky, quando “l’inganno” intessuto da Hello Games ancora reggeva e non si scorgevano le crepe di un tessuto ludico e narrativo basato su poco.

Parliamo di un gioco da 20,99 euro su PC e 24,99 euro su Xbox One: un pricing divino per la mole di intrattenimento sia quantitativamente che qualitativamente fornitoci, ma restando aderenti al paragone con l’indie AAA creato da Sean Murray non possiamo omettere che le dimensioni di questo universo sono parecchio contenute e vi basteranno davvero pochi istanti per passare da una location all’altra (e considerando il paletto dei loop, sarebbe stato forse sorprendente il contrario). Le stesse hanno poco da offrire se non il mistero magnetico che portano dentro di se.

I puzzle, infine, sono dei rompicapi ambientali ispirati, e si basano su un mondo in continua evoluzione e sulla comprensione delle sue dinamiche; ad esempio, in una parte dovremo esplorare una caverna badando bene di fare abbastanza in fretta da evitare di venire schiacciati dalla sabbia che vi si rovescerà senza sosta in tutti i loop da 22 minuti, mentre in altri saremo chiamati a giocare con la fisica quantistica e le sue leggi sul posizionamento degli oggetti in un determinato punto solo se osservati, e via discorrendo.

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In entrambi questi casi stupisce come l’universo realizzato da Mobius non sia soltanto una bella cornice ma pure un attore, principale per giunta, nel contesto narrativo e ludico, visto che si muove in maniera ora coordinata ora istintiva nel loop dei 22 minuti.

In qualche circostanza, va detto, gli enigmi sono un po’ troppo criptici e poco intuitivi, e ci è capitato in uno o due casi di risolverne senza capire realmente come abbiamo fatto; non siamo delle cime ma ad ogni modo abbiamo abbastanza esperienza da capire che quando questo succede c’è qualcosa che non va nella fibra del puzzle.

Un grande merito è l’aver creato, intorno a queste piccole esperienze a se stanti delle vere e proprie community, e per constatarlo vi basterà farvi un giro su Reddit, che è già pieno di post con guide, considerazioni e speculazioni su come siano stati creati, in-game e nella controparte reale, come si completino e cosa significhino intimamente. Se i videogiochi, anche quelli single-player, sono aggregazione, Outer Wilds centra in pieno il suo obiettivo.

+ Scrittura di livello
+ Dinamiche del gameplay non fini a se stesse
+ Sensazione di meraviglia ad ogni scoperta
- Esplorazione un po' confusa
- Interazioni ridotte all'essenziale
- Un paio di enigmi poco chiari

8.5

La produzione di Mobius Digital Games e Annapurna Interactive esercita un fascino viscerale sugli amanti dei misteri e della fantascienza, e possiede un potenziale enorme che riesce ad esprimere grazie ad una massiccia dose di creatività applicata al gaming e una scrittura di qualità che trasuda dai muri, letteralmente, del gioco. E se nel gioco vi servirà un traduttore per comprendere i messaggi dei Nomai, confidiamo che le parole che abbiamo speso fin qui siano abbastanza chiare da spingervi a dargli una chance presto o tardi.




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