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Nobody saves the world | Recensione – Ode al milite ignoto

Una pagina bianca che non aspetta altro che essere riempita

Era qualche anno che aspettavamo il ritorno dei ragazzi di Drinkbox Studios, canadesi di nascita ma profondamente latini nello spirito, almeno stando a quanto visto nei due Guacamelee e in Severed, una delle esclusive temporali più brillanti del catalogo PSVita. E alla fine, quasi a sorpresa, eccoli rispuntare dall’oblio con Nobody saves the world, rimasto al di fuori di molti radar a lungo ma assolutamente da non sottovalutare, pad alla mano.

Nobody saves the world

Piattaforma:
PC, XONE, XSX
Genere:
dungeon-crawler, gioco-di-ruolo
Data di uscita:
18 Gennaio 2022
Sviluppatore:
DrinkBox Studios
Distributore:

Abbiamo provato per voi la versione per console Microsoft sulla nostra fida Xbox Serie S: se siete curiosi di sapere com’è andata, non dovete fare altro che continuare a leggere.

Una bacchetta per domarli tutti

Che fine ha fatto Nostramagus?

Il più potente mago di tutti i tempi è MIA (missing in action, ndR) e il nostro alter ego, un signor nessuno bianco come un cencio che si è risvegliato in un tugurio senza alcun ricordo di chi sia, non sembra avere nessuno a cui rivolgersi per ricevere aiuto.

Come se non bastasse, l’apprendista geloso ed inetto di Nostramagus si vendica del nostro, per cui la bacchetta magica del grande mago sembra avere un debole, intrappolandolo nel dungeon, aggiungendo il danno alla beffa.

 

Spaesato ma eletto ad eroe silente dalla popolazione del villaggio, orfana del suo leader Nostramagus e spaventata dalla Calamità che si è abbattuta sul mondo, il nostro avatar impara presto che grazie alla bacchetta del grande incantatore può cambiare forma a piacimento, così da esplorare i dungeon senza troppe limitazioni ed avere la meglio su una basta gamma di nemici, ognuno dei quali si dimostra debole contro uno specifico elemento.

E allora al nostro, pagina bianca di nome e di fatto, non rimane che mettere in una valigia le sue mille trasformazioni e partire per salvare il mondo dalla già citata Calamità, in un affresco tanto banale quanto intriso di ironia, che tritura tutti i cliché di genere dei giochi di ruolo d’azione.

Dalle battute dei personaggi non giocanti ai continui riferimenti ai topoi classici del medium videoludico, gli scrittori di Drinkbox Studios dimostrano di non aver perso il loro tocco magico, sfornando dialoghi divertenti e battute argute, che non potranno non strappare un sorriso a quanti si soffermeranno a leggerle.

Il gameplay ed il ciclo continuo di grinding sono più che mai al centro della scena, ma la narrativa, da parte sua, cerca di alleggerire l’avanzamento e, non prendendosi per nulla sul serio, si distanzia dai toni apocalittici e seriosi di gran parte della concorrenza, facendo le cose a modo suo.

Il culturista è una solo una delle eccentriche aggiunte al cast di classi giocabili

Solo un altro dungeon e poi smetto

Il foglio ed il protagonista bianco che vengono offerti al giocatore ad inizio partita si riempiono presto di colori e contenuti: già dopo una manciata di ore di gioco, oltre alla capacità di trasformarsi in tantissimi eroi differenti, si acquisisce anche quella di assegnare ad ognuno di essi i poteri degli altri (diciotto in totale), purché precedentemente sbloccati.

Proprio da questo momento in poi, dopo un inizio un po’ lento, Nobody saves the world spicca il volo, aumentando consistentemente tanto la profondità dell’esperienza di gioco quanto il livello di personalizzazione della stessa.

Il loop che da quel punto in poi si crea (affronta sfide, guadagna stelle, sblocca nuovi dungeon), passate le suddette ore di assestamento necessarie a digerire le varie forme ed i controlli, può diventare veramente assuefacente, ma come spesso accade con i prodotti così attraenti da subito, finisce con lo stufare altrettanto presto.

Potevano mancare gli zombie, icona pop per eccellenza?

Lo stesso team dev’essersene accorto, ed ha quindi deciso di limitare la durata complessiva ad una quindicina abbondante di ore per non far avvertire lo spettro della ripetitività al giocatore, a fronte delle trenta o quaranta necessarie per portare a termine la stragrande maggioranza dei congeneri.

I cinque elementi principali (due fisici, impatto e taglio, e due magici, luce ed ombra, più il veleno come jolly) assicurano varietà all’avanzamento, perché molti nemici sono vulnerabili solo ad una o due di queste tipologie, risultando quasi del tutto immuni alle altre ed inducendo non solo ad elaborare strategie che vadano oltre la forza bruta, ma anche a cambiare forma e combinazioni di attacchi quanto più spesso possibile.

In questo senso, la generazione procedurale dei livelli aumenta in un primo momento la varietà dell’azione, nonché la rigiocabilità del prodotto, ma sul lungo periodo tende a spersonalizzare un po’ i dungeon, che pur differenti nel layout e nei mostri presenti, finiscono con l’assomigliarsi tutti nelle meccaniche di gioco.

Non bastassero i dungeon, anche l'overworld nasconde sfide e segreti

Il mantra di ripeterli per accumulare risorse ed affinare l’utilizzo delle forme magari meno sfruttate rimane comunque una buona idea, che cannibalizza l’attenzione del giocatore quest dopo quest, dal livello F (il più basso) al S, ma un livello di sfida mai troppo sostenuto non rende necessaria questa pratica, cui immaginiamo si affideranno solo i giocatori più completisti, che vorranno massimizzare ogni attacco con ogni forma.

Ecco che, allora, come spesso accaduto anche con altri titoli che guardavano al Diablo di Blizzard (ops, di Microsoft), la fruizione a piccole dosi diventa quella consigliata per godere al meglio delle ottime qualità del prodotto senza accusare una certa stanchezza di fondo.

La totale assenza di loot ed equipaggiamento si rivela un’arma a doppio taglio: se, da un lato, consente di concentrarsi sulla grande varietà di abilità sbloccabili differenti, e non spaventa i neofiti con statistiche da leggere e affinità da scegliere, dall’altro impoverisce un po’ l’avanzamento sul medio e lungo periodo, riportandoci alla questione della ripetitività e alla durata “calmierata” dell’avventura, necessaria per non prestare troppo il fianco alla noia.

Quando funziona, però, Nobody saves the world ricompensa chi vorrà dedicargli il giusto tempo con un senso di costante progressione, dando valore alle ore spese grindando per i vari dungeon sbloccati; come se non bastasse, genera partite veloci, divertenti, nelle quali il giocatore si sente non solo abile ma anche capace di risolvere dei veri e propri puzzle in tempo reale, sbaragliando un nutrito ma differenziato gruppo di nemici deboli quando alla luce, quando alla contusione, quando al veleno.

Ecco, proprio il veleno, d’altronde, è un esempio delle (inevitabili) problematiche di bilanciamento del prodotto, con alcune build ed alcuni poteri palesemente più efficaci di altri in molte situazioni: avvelenare i nemici è una tattica che restituisce sempre buoni risultati, con rarissime eccezioni, ed avere a portata di mano quindi uno dei personaggi (come il topo) abili in questo campo aiuta a trarsi d’impaccio.

Draghi, maghi oscuri, calamità, la lista dei cliché è spropositata

God save the Game Pass

Il team canadese ha già dato prova di sé e della capacità di creare giochi belli da vedere anche con budget ridotti e senza l’utilizzo di poligoni, e Nobody saves the world rappresenta l’ennesima riprova di questa abilità, seppure con dei distinguo dovuti ad alcuni set di animazioni più riusciti di altri, controindicazione probabilmente inevitabile visto l’alto numero di personaggi selezionabili.

La versione Serie S da noi provata ha sfoggiato caricamenti praticamente istantanei, discreti effetti di illuminazione ed un frame rate sempre ancorato ai 60 fps, che tornano utilissimi soprattutto nelle fasi finali dell’avventura, le uniche in cui il gioco mette davvero alla prova l’abilità del giocatore, dopo ore di torpore da questo punto di vista.

Ecco, la gestione della difficoltà, un po’ come la succitata scelta di non includere l’equipaggiamento nel gioco, vanno chiaramente nella direzione dell’inclusività, con lo scopo di indurre anche coloro i quali si tengono normalmente a distanza dai dungeon crawler e dal loro mare di numeri e statistiche a dare una possibilità al gioco.

Questa scelta di design si sposa benissimo con l’inclusione del gioco sin dal day one nel ricco catalogo del Game Pass di Microsoft: nessuno dei precedenti quattro giochi pubblicati da Drinkbox Studios ha mai goduto di tanta visibilità, e la speranza è che questo possa giovare alle vendite e alla riconoscibilità del team di sviluppo all’interno di un mercato spesso difficile per gli sviluppatori indipendenti.

Qui il cavallo, altra classe da non sottovalutare, impegnato al tiro al bersaglio (?!?).

Lo stile visivo unico del titolo lo rende immediatamente riconoscibile e ben si sposa con la scrittura sopra le righe e l’umorismo demenziale di cui la produzione è intrisa.
Siamo rimasti solo un po’ delusi dalla colonna sonora firmata dal solitamente ottimo Jim Guthrie, mai fastidiosa ma alquanto anonima, soprattutto se confrontata a quelle dei due Guacamelee, che ancora oggi custodiamo in un cassetto dei ricordi nel nostro cervello.

Nota di merito, invece, per la possibilità di giocare in modalità cooperativa online (con i server discretamente pieni al momento di redigere questo pezzo, a pochi giorni dal lancio) e per la localizzazione dei testi in italiano, che denota l’attenzione per i dettagli che abbiamo già apprezzato nelle precedenti opere dello sviluppatore canadese.

Speriamo solo che una patch futura permetta anche la cooperativa in locale, che aumenterebbe di molto tanto il ciclo vitale del prodotto quanto il tasso di divertimento.

Versione recensita: Xbox Series S

Se non avete ancora giocato gli splendidi Guacamelee!, vi raccomandiamo di farlo quanto prima.

7,6

Nobody saves the world

Piattaforme: pc, xone, xsx
Che decidiate di essere topi, cavalieri in armatura o semplici lumache, Nobody saves the world saprà intrattenervi e divertirvi per più diuna quindicina di ore, tra alti e bassi, partendo da un'idea di base semplicissima e declinandola in tutte le salse possibili, nel più folle degli esercizi di stile in cui i ragazzi di Drinkbox Studios avrebbero potuto cimentarsi. La ripetitività è sicuramente un fattore da tenere in considerazione, e, nonostante qualche idea brillante nelle trasformazioni, l'originalità non è di certo un punto forte della produzione, che non raggiunge i picchi qualitativi visti nel franchise Guacamelee. Se, però, quello che cercate sono quattro o cinque serate passate in allegria, spegnendo il cervello (ma nemmeno troppo) e dedicandosi alla certosina ripulitura dei dungeon proposti, allora l'ultima fatica del team canadese sarà pane per i vostri denti. Inutile dire che se siete abbonati al Game Pass, una prova è assolutamente d'obbligo.

Pro

  • Facile da digerire, complicato da padroneggiare
  • Decine di forme ed abilità differenti
  • Intriso di umorismo
  • Proceduralità e New Game Plus assicurano longevità al pacchetto

Contro

  • Inevitabilmente ripetitivo
  • Un certo retrogusto di già visto
  • Bilanciamento non sempre impeccabile
7,6