NBA 2K19, la recensione del nuovo capitolo della serie cestistica

By |3 mesi fa|Categories: RECENSIONE|Tags: , |

Mai come quest’anno il mercato dei videogiochi di basket pare essere a un bivio. Dopo anni di dominio incontrastato, la serie NBA 2K sembra iniziare a perdere quello slancio che la rendeva la scelta assoluta (e in alcuni casi unica) per gli appassionati della palla a spicchi. Il competitor del titolo Visual Concepts, ovvero NBA Live, ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel cuore dei giocatori facendo leva su tutto quello che NBA 2K non è, o non è più. Se NBA 2K è il grande titolo sportivo curato nel dettaglio, ricco di modalità ma falcidiato dalle microtransazioni, NBA Live è l’antagonista magari più grezzo ma immediato.

La scelta dei testimonial che campeggiano sulle cover dei due giochi, allora, appare adeguata come mai prima d’ora. Su quella di NBA Live 19 troviamo Joel Embiid, il guascone che si prende il lusso di corteggiare Rihanna su Twitter e che però, in campo, si è rivelato un portento. La cover della versione base di NBA 2K19, invece, è dominata dal quel fenomeno della natura di Giannīs Antetokounmpo, prodigio atteso ormai da un paio d’anni al salto definitivo. La versione Anniversary, invece, è preda di LeBron James. È proprio lui il volto perfetto per descrivere cosa sia diventato NBA 2K: un fenomeno abituato a vincere, ma i cui numeri iniziano a non fare più notizia. È con questa predisposizione d’animo che abbiamo approcciato NBA 2K19: scoprite con noi cosa ci è piaciuto e cosa no.

Considera il cestista

Partiamo dalla modalità MyPlayer, che permette di creare il proprio alter ego e portarlo al successo. Anche quest’anno, la prima parte dell’esperienza è occupata dal Preludio, che ha il compito di porre le basi della narrativa e illustrare alcune meccaniche di gioco. Questa volta non vestiremo i panni di un giovane predestinato che dal college passerà direttamente in NBA, ma di A.I., giovane cestita scartato al draft e costretto a emigrare in Cina per dimostrare il suo valore. La storia ci è piaciuta, sia per la caratterizzazione dei personaggi che per le atmosfere, che in certi frangenti essere uscite fuori da un racconto di David Foster Wallace. A.I., finalmente, è un personaggio più “umano” rispetto a quelli presentati gli scorsi anni, e la storia scivola via con piacere anche grazie alla presenza di “villain” ben definiti. Sebbene poi le cutscene siano veramente ben realizzate, la possibilità di skipparle, introdotta quest’anno, risulta comunque ben gradita.
Dal punto di vista del gameplay, il titolo ci obbligherà all’inizio della partita a scegliere il nostro aspetto fisico e, soprattutto, le nostre abilità. È possibile scegliere tra una specializzazione primaria e una secondaria, secondo degli archetipi (vere e proprie build, se vogliamo usare un termine caro ai giochi di ruolo) che vanno determinare il tetto massimo degli attributi del nostro giocatore, così come i badge ottenibili, divisi anche quest’anno in rarità, da bronzo a Hall-of-fame. Abbiamo optato per la creazione di un personaggio molto basso e con apertura alare limitata, un playmaker letale dall’arco dei tre punti. Tutto ciò per verificare se il gioco permette ancora di sfruttare alcune animazioni praticamente imbattibili a rimbalzo, nei tentativi di rubare palla e soprattutto nelle penetrazioni a canestro. Il cosiddetto effetto “blow by”, a quanto ci è sembrato, è inferiore rispetto allo scorso anno, specie in penetrazione, e la mancanza di presenza fisica e velocità del nostro alter ego si è fatta sentire molto, soprattutto in difesa. Una delle novità del gioco è costituta dal bonus che si ottiene dall’inanellare giocate positive; tutto ciò, infatti, consente di sbloccare il cosiddetto impeto, spendibile al momento opportuno. In sostanza, questo elemento permette di diventare “caldi” e aumentare la propria efficienza. Allo stesso tempo è presente l’impeto di squadra, che aumenta il rendimento di tutti i giocatori dopo alcune buone giocate andate a segno.
Delle altre dinamiche di gameplay parleremo meglio dopo: ci interessa analizzare, ora, la modalità Il Quartiere, sbloccabile alla fine del Preludio. Rimane la possibilità di poter sfidare altri giocatori in partite con squadre fino a cinque giocatori, anche se in quest’ultimo caso le attese prima di poter iniziare un match sono state semplicemente troppo lunghe.Tolto il barbiere, dove sarà possibile finalmente scegliere la propria pettinatura gratuitamente, i negozi dove acquistare vestiti e anche mezzi di trasporto, rimangono la palestra della propria squadra e il centro fitness Gatorade; quest’ultimo è immutato rispetto allo scorso anno e propone esercizi che ci hanno ricordato quelli della palestra di GTA San Andreas. Accanto alla possibilità di spendere del tempo con minigiochi vari, quest’anno sono stati introdotti anche eventi giornalieri come trivia e partite di palla a mano. Tutta questa enorme modalità, che convince fino a un certo punto anche quest’anno, serve ovviamente a poter giocare con altri utenti, ma anche a guadagnare VC, la valuta del gioco. E qui arriviamo al concetto chiave: anche in NBA 2K19 le microtransazioni sono tante, invadenti e sostanzialmente in grado di cambiare la propria esperienza di gioco. Basti pensare che le nostre prove si sono svolte con la versione base del titolo, che includeva 5.000 VC. Fin da subito, ci siamo dovuti confrontare con chi aveva acquistato invece la Anniversary Edition, che porta in dote 100.000 VC. Considerato che il nostro giocatore può “livellare” anche questa volta con i crediti guadagnati durante il gioco e con quelli acquistati, non deve stupire il fatto che il nostro atleta di livello 62 si ritrovava a girare, già il primo giorno di gioco, tra utenti di livello 88. Ovviamente la situazione migliorerà quando entreranno in gioco altri utenti che hanno acquistato la versione base, ma tutto ciò pone uno squilibrio notevole nella competizione e ha limitato anche le nostre possibilità, visto che i giocatori di livello elevato si spesso rifiutavano di scendere in campo con noi, specie nella modalità Gabbia, dove sono presenti i campi da basket con i trampolini.

Cleveland, this is for you! Anche no
MyTeam, l’equivalente cestistico di Fifa Ultimate Team, torna con il torneo Unlimited, che consiste in sfide online finalizzate al raggiungimento della fase finale della competizione. In MyTeam, in ogni caso, quest’anno è possibile affrontare modalità in single player e multiplayer, tra le quali rientrano le sfide 3 vs 3. Superando le prove settimanali e le sfide periodiche, inoltre, è possibile accumulare valuta necessaria a sbloccare ricompense di varia rarità; a tutto ciò si affiancano i tradizionali pacchetti, comprendenti giocatori, schemi, arene, divise e quant’altro. Passando alla modalità MyGM, dobbiamo segnalare la possibilità di riprendere la storia dello scorso anno, che evolverà nella nascita di una nuova squadra di espansione. Nella lunghissima (troppo lunga) fase di introduzione, basata su dialoghi testuali, il giocatore è chiamato a ingaggiare lo staff e a scegliere i giocatori che faranno parte della squadra, attingendo dai free agent e dalla classe del draft 2018. Chi vuole un’esperienza più snella può optare per la sempre valida modalità MyLeague, completamente personalizzabile, e presente anche nella controparte Online. Vale la pena sottolineare, in questo ambito, alcune novità nella gestione della squadra, come l’introduzione dei mentori. Il funzionamento è simile a quello visto in Football Manager: affiancando un veterano a un giovane, possibilmente dello stesso ruolo, sarà possibile migliorarne alcune caratteristiche, corrispondenti fino a tre badge del cestista più giovane.

Le novità del gameplay

Approfondendo ulteriormente il discorso relativo al gameplay, la sensazione complessiva che abbiamo ricavato è quella di un gioco più bilanciato tra difesa e attacco. Le difese, nello specifico, sembrano particolarmente attente a intercettare la palla nel pitturato anche ai livelli di difficoltà più bassa, mentre riuscire a superare il proprio marcatore è impresa piuttosto complicata se davanti si ha un difensore d’élite. Rubare palla è ora un esercizio che richiede maggiore precisione, e questo l’abbiamo potuto constatare nelle partite online, dove i nostri avversari collezionavano falli su falli per aver tentato di prendere il possesso. In generale, poi, ci hanno veramente convinto alcune animazioni che prevedono il contatto tra più giocatori e la palla. Le battaglie per i rimbalzi e le marcature appaiono più fluide e basate sulla bravura dei giocatori, non tanto sui trucchetti applicabili nell’edizione passata. Le reazioni della IA alle situazioni di cambio di marcatura dopo pick and roll, inoltre, appaiono più convincenti, così come la difesa off-ball, ovvero delegata alla IA della nostra squadra.
Le novità più evidenti, però, cominciano con il lavoro svolto sull’indicatore di tiro, quest’anno eliminabile, posizionabile vicino alle mani, sotto ai piedi o in entrambe le posizioni. Volendo, è possibile scegliere anche il colore di questo elemento, decidendo di tenere fisse le tonalità utilizzate, oppure di cambiarle a seconda della squadra che si sta utilizzando. È stato rivisto, inoltre, il sistema di valutazione di tiri e lay-up, per cui è più raro (ma non rarissimo) vedere conclusioni segnalate come contrastate quando invece si è da soli.
Un’altra introduzione è legata a quello che in inglese viene chiamato takeover; da quest’anno, infatti, quando i giocatori diventeranno “caldi”, ciò non vorrà dire automaticamente che potranno segnare con più facilità. Al contrario, ogni atleta è basato su un archetipo, ad esempio tiratore provetto o difensore del canestro. Quando si diventa “caldi”, il giocatore migliorerà nel campo indicato dal suo archetipo. Ancora, sono stati introdotti nuovi dribbling e trick specifici per i giocatori dotati di ball-handling sopraffino, utilizzabili nelle partite della modalità Blacktop, ma anche in MyTeam e nel Quartiere. Tutto questo, però, ha un prezzo: la possibilità di eseguire dribbling velocemente ed efficacemente è legata a una barra della stamina apposita, che si prosciuga dopo una lunga serie di mosse. La pratica di ripetere mosse speciali e dribbling vari, pertanto, perde così molto del suo impatto.

Kenny e Shaq ci sono, Charles no
Graficamente, NBA 2K19 è un gioco molto, molto bello da vedere. Il grande merito del titolo Visual Concepts rimane quello di saper proporre un’atmosfera realmente simile a quella delle partite della NBA. Tutto è curato nei dettagli, dai giocatori che effettuano il riscaldamento con la tuta hoodie all’intera presentazione televisiva. Ci sono ancora aree in cui migliorare, comunque: alcuni giocatori, come PJ Tucker e Raymond Felton, sono ancora troppo snelli. Al consueto show che precede e segue la partita, in cui però segnaliamo ancora una volta l’assenza del vulcanico Charles Barkley, si affianca poi la solita, eccellente telecronaca in inglese. In questa edizione si segnala il ritorno di alcune “guest star”, come Kobe Bryant e “The Big Ticket”, Kevin Garnett, così come l’arrivo di Bill Simmons. A tutto questo, ovviamente, vanno a sommarsi gli interventi da bordo campo di David Aldridge, i commenti tecnici di Doris Burke, Brent Barry e altri. Il risultato, sebbene inizino a notarsi frasi ripetute da un anno all’altro, è semplicemente inarrivabile per qualsiasi altro titolo sportivo in circolazione. La cura per l’audio è talmente elevata che, durante il Preludio, è possibile giocare le partite del campionato cinese di A.I. con la telecronaca affidata a due famosi commentatori locali, Su Qun and Yang Yi. Sono anche questi i particolari che fanno della serie NBA 2K un prodotto che ormai è un vero fenomeno culturale riconosciuto e accolto dagli stessi giocatori della lega, come è possibile vedere negli episodi della 2KTV, condotti dalla sempre ottima Rachel DeMita.


Miglioramenti vari in gameplay, animazioni e gestione difensiva
Il Preludio con la storia migliore di tutta la serie
Consueta presentazione ai massimi livelli
Tantissimi contenuti e modalità offline e online


Le microtransazioni tolgono equilibrio e senso di progressione ad alcune modalità online


9.0

Lo scorso febbraio, nel corso della sua quattordicesima stagione da professionista, LeBron James si è regalato un mese da tripla doppia di media. Ha fatto notizia, certo, ma per uno dei giocatori migliori di sempre è sembrata quasi una cosa scontata. Se, come dicevamo in sede introduttiva, la serie NBA 2K è il LeBron James dei giochi di basket, allora anche NBA 2K19 è considerabile l’ennesima tripla doppia di Visual Concepts. Ed è forse per questo che la mole enciclopedica di contenuti e modalità del gioco viene considerata un qualcosa di atteso e prevedibile. Ragionare così, però, equivale a sminuire il grande lavoro svolto quest’anno in sede di gameplay, che appare migliorato in alcuni aspetti, ma anche con il Preludio, che propone la migliore storia di tutta la serie. Così come la stagione di LeBron ha avuto alcune macchie, anche il gioco 2K porta con sé il grave fardello delle microtransazioni, che tolgono equilibrio e competizione soprattutto alla modalità MyPlayer. Preferire Embiid a James, così come NBA Live 19 a NBA 2K19, è un’idea valida anche per questo, ma ancora non del tutto condivisibile.