Lost Ember, un viaggio nella memoria – Recensione

Lost Ember è un'avventura meditativa e senza sfida, un viaggio alla scoperta del passato

Recensione
A cura di Daniele Spelta - 5 Dicembre 2019 - 13:12

La perfetta recensione di Lost Ember sarebbe racchiusa in un centinaio scarso di caratteri e in una carrellata senza fine di screenshot e GIF. L’avventura selvaggia creata da Mooneye Studio regala singoli momenti capaci di togliere il fiato, visioni astratte che catturano la sguardo coi loro colori accesi in un continuo susseguirsi di natura incontaminata e di rovine lasciate da una civiltà perduta. A tre anni dalla campagna Kickstarter e dopo mesi passati nella pagina To be announced di Steam, il titolo porta però tutti i segni del suo sviluppo travagliato, incrinature che in parte ne scalfiscono la bellezza.

Una civiltà perduta

Del popolo Yanren – una sorta di cultura pre-colombiana – non è rimasta alcuna traccia e le uniche testimonianze sono le imponenti mura e i palazzi ciclopici ormai diroccati. Il destino degli abitanti di questa città è avvolto nel mistero, ma secondo la cosmogonia tramandata dalle leggende le loro anime vivono per l’eternità nella città della luce. O almeno quelle meritevoli, mentre il destino di chi si è macchiato di orribili colpe equivale ad una condanna fatta di reincarnazioni sotto forma di differenti animali, un chiaro rimando al Saṃsāra buddista e delle altre religioni dell’area indiane.

Lost Ember, un viaggio nella memoria – Recensione

Il protagonista dell’avventura è proprio uno di questi spiriti dannati, confinato dentro il corpo di un lupo e alla ricerca della strada verso il paradiso. I suoi passi si incrociano con quelli di una sfera eterea, un’anima nobile rimasta però incastrata non si sa bene per quale motivo nel mondo fisico. Dal loro incontro nasce un viaggio nel passato del popolo di Yanren, con le sue testimonianze di fame, carestie e ribellioni contro un imperatore reo di affamare i suoi sudditi. Naturalmente lungo il cammino riaffiora anche la memoria dei due protagonisti principali, una narrazione che intreccia brevi momenti di felicità repentinamente interrotti da drammi dal forte impatto emotivo, conditi con un pizzico di sentimentalismo reazionario che si schiera dalla parte sbagliata ad ogni scena.

Il vero scopo del viaggio è viaggiare

Nel complesso la storia regge bene ma forse manca quell’effetto sorpresa e alcune domande restano fisse sullo sfondo senza una reale risposta. In Lost Ember non conta però la meta quanto il viaggio in sé – un cammino che rifiuta con forza la violenza e il cui manifesto è espresso da una delle indicazioni del tutorial iniziale: usa la croce direzionale per compiere azioni inutili, come sdraiarsi per terra e riposare un attimo o mangiare una bacca. Non esiste il game over e, nel caso si esegua un salto da un punto troppo elevato, un breve caricamento riavvolge il nastro prima del fatale evento.

Lost Ember, un viaggio nella memoria – Recensione

Allora, quale è lo scopo di Lost Ember? La pura e semplice esplorazione, anche fine a sé stessa, non dettata da indicatori artificiali – non c’è alcun tipo di mappa o aiuto – ma sospinta dalla curiosità nella sua forma più pura. Attraversare il mondo equivale a lasciarsi andare al piacere della scoperta, grazie a quella che è l’unica reale meccanica di gioco: tramite la pressione di un semplice tasto l’anima che abita nel lupo può rompere i suoi limiti ed entrare nel corpo degli altri animali per sfruttarne le doti peculiari. Ad esempio, un vombato può appallottolarsi su sé stesso e percorrere i tunnel più stretti, una talpa riesce a superare i muri scavando sotto terra e uno sgargiante pappagallo è capace di raggiungere i punti elevati librandosi leggero in volo.

Queste abilità uniche sono alla base di semplici puzzle ambientali e servono per raggiungere il prossimo frammento di memoria da sbloccare, ma la parola difficoltà non appartiene al vocabolario di Lost Ember e spesso si muta forma soprattutto per la voglia di sperimentare percorsi nuovi e differenti. Lo stesso ambiente è infatti può essere una vasta distesa su cui sbattere le ali e osservare l’orizzonte, ma nulla vieta di affrontarlo nuotando lungo i fiumi e le cascate sotto forma di una colorata carpa.

Lost Ember, un viaggio nella memoria – Recensione

Perdersi

Lost Ember calibra alla perfezione tempi e spazi. Per portare a termine l’avventura servono circa quattro ore, una durata bilanciata e pensata per non trasformare in noia l’assenza di sfida. La lunghezza può comunque dilatarsi di molto qualora foste interessati a raccogliere tutti i segreti sparsi fra i livelli – aggiungono giusto un minimo di contesto, ma nulla di più – oppure vogliate perdervi nei meandri di quel mondo incantato. Dalle foreste lussuriose alle rovine di maestosi palazzi, passando per deserti e notti illuminate da cieli stellati: nella sua semplicità – le richieste hardware sono molto abbordabili – l’opera di Mooneye Studio obbliga ad appoggiare ogni tanto il pad e contemplare quello che riempie lo schermo.

La direzione artistica è di primissimo ordine e dà vita a scenari incantevoli in cui vagare solo per catturare con lo sguardo il panorama da una prospettiva differente. In quest’ottica un ruolo fondamentale lo assume il level design. Le aree di gioco sono infatti costellate da inviti all’esplorazione, magari un rudere disperso in lontananza che, come una mitologica sirena, richiama con forza la nostra voglia di saperne di più su quel luogo disabitato. Le uniche sbavature – siamo veramente al dettaglio microscopico – sono alcuni palazzi e case disabitate, architetture a cui è difficile dare un’identità: torri senza una porta per entrare, scale che finiscono nel nulla e pareti che si perdono lungo la cresta di una montagna. Gli Yanren non erano dei buoni geometri.

Lost Ember, un viaggio nella memoria – Recensione

Fragilità

La magia di Lost Ember è effimera e purtroppo viene spesso interrotta da inconvenienti tecnici di vario tipo, fra cui crash che costringono a riavviare il gioco. Inoltre, proprio mentre si è in estasi a guardare quelle sconfinate lande, ecco che ci si ritrova fusi a metà con una montagna, magari con i piedi sospesi nel vuoto o bloccati da un muro invisibili.

In altri casi, soprattutto quando si utilizzano gli animali più piccoli per percorrere le vie più strette, la telecamera si incastra e non c’è modo di avanzare. Ennesimo Alt+F4 e riavvio del gioco. I comandi sono infine tutt’altro che impeccabili e, soprattutto nel volo di un minuscolo colibrì, si nascondono inaspettate insidie.

+ Direzione artistica sublime
+ Un vero rimedio contro lo stress
+ Una storia tutta da scoprire...
+ Ottimo level design
- Tanti errori tecnici
- Comandi a volte imprecisi
- ... Con qualche disappunto

7.5

Al netto di qualche incertezza tecnica – inevitabile dopo uno sviluppo così altalenante – Lost Ember è una vera gioia da vivere e giocare. Mooneye Studio ha dato vita ad un’avventura affascinante, una continua esplorazione e sperimentazione accompagnata da una storia profonda e toccante.




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