Kind Words, il Coronavirus e la gamification dei sentimenti – Speciale

Frase banale: essere gentili è un gioco. Durante una pandemia, però, la cosa diventa meno scontata.

SPECIALE
A cura di Francesco Ursino - 15 Aprile 2020 - 10:25

Kind Words è un gioco, ma non è un vero e proprio gioco. Tutto quello che si può fare nel titolo sviluppato da Popcannibal è scrivere. Scrivere pensieri in forma anonima che gli altri giocatori possono leggere. Si può anche rispondere, sempre in forma anonima, esprimendo il proprio parere, la propria gratitudine. Insomma, tutto quello che passa per la testa.

Dopo qualche giorno di utilizzo nei mesi scorsi, mi ero scordato di questo gioco. D’altronde, essere gentili tutti i santi giorni è questione davvero complicata. Perché in questo falò delle vanità che è la nostra vita, al limite tra esibizionismo, cinismo e incapacità di preparare bene la pizza fatta in casa, la gentilezza è una skill non sempre richiesta, e quindi poco sviluppata. La quarantena dettata dall’emergenza Coronavirus, però, ha scombussolato le carte in tavola. E, relativamente a Kind Words, mi ha fatto venire in mente un interrogativo bizzarro.

Kind Words, il Coronavirus e la gamification dei sentimenti – Speciale

Stay safe, stay at home

La mia domanda era: «Vuoi vedere che esiste qualcuno che ha pensato di usare Kind Words per uscire virtualmente dalla sua quarantena?». Scritto così non è un interrogativo dei più sexy, me ne rendo conto, ma ciò non toglie che la sostanza era comunque molto interessante.

Ho avviato così Kind Words, spulciando tra le lettere anonime scritte dagli utenti, e sono stato investito dal flusso emotivo che un titolo del genere ti sbatte davanti agli occhi senza tanti giri di parole. Perché di storie, se si ha la pazienza di leggere e comprendere, ce ne sono davvero tante.

C’è chi non è capace di esprimere i propri sentimenti nei confronti della ragazza che ama. Oppure chi non riesce, per un motivo o per un altro, a rapportarsi col mondo esterno, a sentirsi parte di un qualcosa di più ampio e diverso da se stesso. E poi, come prevedibile, c’è chi deve fare i conti con COVID-19, come tutti noi del resto, e lo vuole far sapere agli altri.

Kind Words, il Coronavirus e la gamification dei sentimenti – Speciale

In una lettera leggevo di H., non sapevo se si trattasse di un ragazzo o una ragazza (e non aveva poi molta importanza). Diceva che in questo periodo di quarantena cercava di tirarsi su pensando alle piccole cose. Affacciandosi dalla finestra, immaginava che le nuvole fossero morbidi marshmallow rosa. Oppure c’era A., che sentiva di avere un po’ di raffreddore, ed era preoccupato/a perché in questo periodo anche avere qualche linea di febbre è un’angoscia non da poco. Non saprò mai come andrà a finire la sua storia, è un po’ il bello e il brutto di Kind Words. Però leggere lettere del genere mi ha fatto venire voglia di partecipare.

E così ho scritto anche io.

Caro amico (anomimo), ti scrivo

La prima volta che ho scritto su Kind Words, mesi fa, avevo parlato di cose estremamente personali, e avevo ricevuto risposte che – più o meno – mi avevano dato un minimo di sollievo. Così ho pensato di fare lo stesso anche in questo frangente. Solo che non ero io a cercare aiuto. Questa volta tentavo di offrirlo.

Kind Words, il Coronavirus e la gamification dei sentimenti – Speciale

Mi sono subito identificato come italiano, per un qualche senso di appartenenza, e ho cercato di confortare chiunque avesse timore a rimanere a casa in questi giorni. Ho ricevuto risposte da ogni parte del mondo. Q, ad esempio, mi ha detto di essere estremamente contento/a del fatto di poter lavorare da casa. L., invece, ammetteva di essere un po’ ingrassato/a negli ultimi tempi, e di non aver fatto molto esercizio. Gli mancavano i suoi amici, specialmente una, che non sentiva da mesi. Anche in questo caso, non saprò mai come finirà questa storia.

Un’altra riposta, da un altro/a L. Avrebbe voglia di piangere, perché sente di non poter aiutare le persone in questo periodo difficile. K, dall’Austria, a luglio sarebbe voluto/a andare al concerto della sua vita, ma tutti gli spettacoli sono stati cancellati, e probabilmente dovrà attendere prima di poter coronare il suo sogno. F., dal Canada, mi confessa di giocare a un sacco di titoli. Nell’elenco dettagliato inserisce anche Metro: Exodus, Red Dead Redemption 2 e Rocket League. E infine F., dalla Cina, conferma che la situazione da lui/lei non è più così drammatica, e mi spinge a credere che prima o poi tutto questo finirà.

Kind Words, il Coronavirus e la gamification dei sentimenti – Speciale

I messaggi ricevuti sono stati tanti altri, e in tutti ho trovato se non altro un barlume di speranza. Facile, direte voi, dire a uno sconosciuto lontano chilometri di distanza che andrà tutto bene. Senza conoscerne la situazione familiare, economica, mentale, sociale, religiosa, calcistica, videoludica… aggiungete voi altre variabili. Ed è vero che è molto facile farlo, ma l’alternativa del resto è non farlo, non dire niente. E non è che il silenzio, in queste situazioni, aiuti molto.

Bonus stage: aiuta uno sconosciuto per punti esperienza in più

La cosa strana di Kind Words, specialmente in questo periodo, è che hai voglia di giocarci. Hai voglia di entrare e dire a sconosciuti che andrà tutto bene. E ho il sospetto che questa voglia di dire che tutto si risolverà sia rivolta soprattutto a me stesso, ancora prima che a F., G., H. o chi per lui.

Ciò non toglie, però, che sto scrivendo. Sto dicendo a delle persone che ce la faremo. I videogiochi ci insegnano che andrà tutto bene, ci dice Paolo Sirio in un gran bel pezzo apparso di recente su queste pagine. E forse nel caso di Kind Words questo insegnamento va preso in maniera letterale. Perché quello che sto facendo da giorni è scrivere a tizi che non conosco e non conoscerò mai che beh, tutto sommato e con conseguenze tremende ce la faremo (ma dovete stare a casa. STATE A CASA!).

Kind Words, il Coronavirus e la gamification dei sentimenti – Speciale

E questo mi ha portato a pensare che, oltre ad aiutare me stesso e gli altri, forse stavo scrivendo il tutto perché l’intera faccenda era proposta come un videogioco. Una specie di gamification dei sentimenti, dove la mia arma erano le parole gentili e il mio premio la soddisfazione personale di aver reso meno dura la giornata di uno sconosciuto.

Certo, oltre alla gratificazione personale gli utenti che leggono le lettere possono scegliere di ringraziarti con uno sticker. E tu puoi avere la tua bella collezione di figurine agguantate scrivendo parole gentili. In fin dei conti è una ricompensa pure questa (anche se poi gli sticker sono pochi e pure bruttini, se vogliamo dirla tutta).

E poi c’è l’effetto opposto. Perché non puoi rispondere a tutte queste richieste di aiuto, a tutto il dolore che c’è in giro. Nel momento in cui scrivo, ad esempio, ci sono 183,799 lettere da leggere. Tra queste ci sono le missive di chi non ha poi tanti problemi, ma c’è anche gente che sta male, che si sente sola, con problemi gravi. E tu non puoi umanamente metterti a rispondere a tutti. E così magari capita che ti abitui. Sfogli una lettera, leggi parole piene di dolore, e poi passi ad altro. Come fossero foto di ragazzi o ragazze su Tinder (che io non uso, mi ha detto un amico che si fa così. E neanche questo mio amico lo usa, l’ha saputo da suo cugino. Che l’ha visto su YouTube. Su un computer che non era nemmeno suo).

Kind Words, il Coronavirus e la gamification dei sentimenti – Speciale

Però non so se ridurre tutto a una specie di rapporto causa-effetto, del tipo “scrivo che andrà tutto bene-ho successo nel gioco” sia una sintesi giusta. Certo, è vero che queste cose le scrivo su Kind Words e non su un forum con un nickname anonimo, questo sì. E di certo non le scrivo su Facebook. Ed è anche vero che ho il sospetto che tra qualche giorno, come qualsiasi altro gioco (che non sia Football Manager), tutto questo mio interesse svanirà, e allora non scriverò più niente a nessuno.

Però intanto lo faccio. E vediamo come va a finire.

Quando l’emergenza Coronavirus finirà (meglio: si attenuerà), saremo ancora lì a dirci che andrà tutto bene? Non lo so, e non è questo il luogo adatto per rispondere a questa domanda (e se proprio volete, basta accendere il televisore e verrete accolti da un coro di tromboni che in prima serata saprà dare risposta a tutte le vostre esigenze, a quanto pare anche religiose). Il punto è che pure un gioco particolarissimo come Kind Words, in questo periodo storico, può essere uno strumento per unire persone di tutto il mondo, anche per poco, anche in maniera artificiosa. Non saprò mai come finiranno le storie di chi ha risposto ai miei appelli, e loro non sapranno come finirà la mia. Ma va bene così. Le parole gentili forse fa più bene dirle, che ascoltarle.

Restate a casa, giocate a qualcosa di bello e siate gentili, ecco.




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