Jon Shafer’s At the Gates Recensione | Un 4X al tramonto dell’Impero Romano

A soli 35 Jon Shafer ha già un curriculum di tutto rispetto, iniziato a meno di 20 anni con la creazione di alcune celebri mod per Civilization 3. Il suo nome si è legato in modo indissolubile con il celebre strategico a turni di Firaxis con il quinto capitolo, di cui il giovane Jon divenne lead designer a soli 25 anni. Le sue ambizioni lo hanno in seguito allontanato dalla serie creata da Sid Meier e da qui sono nate le prime difficoltà, culminate con l’assunzione e l’immediata separazione tra il designer e Paradox Interactive. In un esteso post apparso di recente sul suo blog personale, Shafer ha raccontato i retroscena che hanno accompagnato la sua crescita, lo stress lavorativo e i suoi periodi più bui, fatti anche di ristrettezze economiche e problemi di salute. Questo lungo retroscena serve per introdurre Jon Shafer’s At The Gates – d’ora in avanti solo At the Gates – e a meglio comprendere i circa sette anni di sviluppo e la gestazione complessa che ha accompagnato la nascita di questo peculiare 4X. Lo strategico riflette infatti a pieno le ambizioni e le capacità del suo creatore, è qualcosa di diverso rispetto alla concorrenza ma è anche un ricettacolo di incertezze e problemi di design.

At The Gates Recensione 1

Sic transit gloria mundi

At the Gates non è un 4X come gli altri, prende in prestito schemi da altri generi e si fonde con elementi tipici da roguelike. Al giocatore non viene affidata una civiltà agli albori del suo splendore e il contesto storico conferma subito la natura quasi survival del gioco. Corre l’anno 400 d.C, l’Impero Romano è ormai agli sgoccioli e si preannunciano anni bui: in questa situazione poco felice il giocatore viene posto alla guida di una delle tante tribù barbare insediate lungo i confini dell’Impero, con il compito di respingere le insidie portate dalle altre fazioni nomadi e infine conquistare il trono di Roma o di Costantinopoli.

Il percorso è tutt’altro che facile e le insidie possono far collassare la propria civiltà in ogni istante, fra alluvioni, carestie e inverni polari. Purtroppo va segnalata l’assenza di un vero tutorial – ci sono però vari avvisi e una lunga guida, ovviamente in inglese – e i primi turni vengono eseguiti un po’ alla cieca, cercando di dare un senso ai vari menù che si aprono via via sullo schermo, ma è proprio vero che le maggiori soddisfazioni derivano dalle imprese più difficili. Così, passo dopo passo, At the Gates si rivela al giocatore in tutta la sua complessità, un’intricata tessitura in cui ricercare i fili che collegano i vari nodi. Al posto delle solite tecnologie, la crescita delle tribù è segnata da un articolato sistema di discipline e professioni, che vanno dalle più semplici mansioni, come il raccoglitore o l’esploratore, fino ad arrivare a compiti più complessi, tipici di una popolazione stanziale. Nei turni iniziali la civiltà vive infatti ancora in uno stato nomade e l’unico insediamento a disposizione – che rimarrà tale per tutta la partita – deve essere spostato frequentemente lungo le caselle alla ricerca di nuove risorse da sfruttare, come arbusti da cui raccogliere le bacche o alberi da tagliare, per evitare le croniche carestie dovute alle gelate invernali.

At The Gates Recensione 2

Il cammino verso la civilizzazione è lento e in salita a causa di un ritmo di gioco decisamente compassato: in At the Gates ogni singolo elemento va indagato – letteralmente, a partire dall’identificazione della tipologia di risorse sparse fra le caselle – per capire come sfruttare al meglio ciò che offre il territorio. Con il passare delle stagioni, i confini della fazione vengono allargati con degli avamposti, iniziano a sorgere recinti per gli animali, fattorie, allevamenti e campi arati e la tribù non è più costretta a spostarsi per sopravvivere, le crisi si fanno meno frequenti e quella che era una popolazione nomade diventa infine un regno. Capire cosa fare e farlo nel modo giusto restano però a lungo degli interrogativi: le risorse presenti nel gioco sono infatti numerose e ciascuna viene sfruttata a modo suo, deriva da determinati materiali e viene generata solo da alcune professioni, ma per trovare il bandolo della matassa in tutto questo intreccio bisogna farsi largo fra avvisi e tooltip che appaiono in ogni dove. A questo sommate poi un ambiente spesso avverso, uno stile artistico piacevole ma che nasconde le informazioni ed ecco che si ha davanti un bel roguelike fatto e finito.

L’albero delle discipline e delle professioni si lega a doppio filo con il sistema delle famiglie. Al posto di anonime unità, At the Gates si basa sulla gestione dei vari clan che mano a mano si uniscono alla tribù, a cui vanno insegnati i vari lavori indispensabili per accumulare un numero sempre crescente di risorse. Inoltre, ogni clan è caratterizzato da svariati tratti che li rendono adatti a certi compiti e da bisogni differenti, che alle volte portano anche a tensioni e contrasti interni: purtroppo questa idea rimane buona solo sulla carta, perché manca un vero sistema per gestire le discordie dentro alla fazione e quindi non resta che accettare dissidi e crimini senza poterci far molto, almeno fino a quando non si sbloccano certe professioni.

At The Gates Recensione 3

La sensazione è quella di trovarsi davanti a tantissime buone idee, spesso però implementate solo a metà. Il commercio è solo abbozzato ed è rappresentato da una carovana da cui acquistare o vendere risorse, la diplomazia è rudimentale e non va oltre alla dichiarazione di guerra o all’alleanza, senza scambi economici o altre tipologie di accordi e anche le modalità di vittoria sono decisamente limitate. Più che un 4X, At the Gates sembra un gestionale economico, in cui occorre tenere sempre sotto controllo le proprie riserve collegando tutte le maglie di una catena via via più estesa. Lo spostamento verso un altro genere deriva anche da una AI praticamente assente: le altre fazioni sono infatti immobili mentre il proprio regno prende vita, con le interazioni che toccano quasi lo zero assoluto. Ovviamente non mancano le guerre, ma non c’è traccia di tattica negli scontri e tutto si risolve in un paio di click.

At The Gates Recensione 4

At the Gates non nasconde la sua natura indie, è nato da un team dalle dimensioni contenute e sarebbe quindi scorretto paragonarlo con titoli più blasonati e dalle capacità economiche superiori. Le trovate innovative sono spesso messe in ombra da vuoti evidenti anche abbastanza “misteriosi”, come una OST che sparisce dopo pochi turni e un sistema di salvataggio che genera file all’infinito, ma se si è disposti a farsi andar bene queste mancanze, At the Gates si rivela una buona variazione sul tema, qualcosa che si discosta in modo deciso dagli altri strategici a turni.

+ Idee differenti rispetto ai canoni del genere
+ Sistema economico profondo e da scoprire
- Non fa nulla per aiutare il giocatore
- Mancano tanti elementi chiave per un 4X
- AI non pervenuta
- Qualche errore tecnico di troppo

6.0

Il primo impatto con Jon Shafer’s At The Gates è abbastanza duro e si viene immersi in uno strategico 4X complesso e difficile da interpretare anche per chi mastica il genere, viste le tante novità proposte dal titolo e un’interfaccia che di certo non facilità la vita. Non c’è un tutorial e le informazioni da assimilare sono cospicue, ma è proprio in questa sua complessità che l’opera rispecchia la filosofia del suo designer e la sua voglia di uscire dagli schemi per proporre meccaniche libere dai soliti stilemi dei 4X. Più passano i turni e più si scopre qualcosa di At The Gates, con una crescente sindrome da “Ancora un turno e poi stacco”. Proprio quando si sono assimilate le meccaniche di gioco, gli occhi si aprono però sulle numerose crepe di un titolo a cui mancano troppi elementi divenuti oramai uno standard per il genere.