L’Italia punta finalmente sui videogiochi: il First Playable Fund spiegato da IIDEA – Intervista

A poche ore dall'ufficializzazione del fondo che, alla buonora, legittima il gaming nel nostro paese, ci siamo confrontati con l'associazione di categoria per scoprire com'è nato e con quale scopo

Intervista
A cura di Paolo Sirio - 20 Maggio 2020 - 14:28

Sono giorni di grande fermento nell’industria italiana dei videogiochi. Da un periodo di profonda crisi, come capita spesso nel nostro paese e in termini assoluti, è sbucato quasi dal nulla un intervento dello Stato che, nel quadro del cosiddetto Decreto Rilancio e con il First Playable Fund, si propone di riconoscere il gaming come un’industria dalle grandi possibilità impiegatizie e di profitto, oltre che una vera e propria eccellenza nazionale da coltivare e sostenere con tutti gli strumenti possibili.

Banalmente, e ci prendiamo un raro momento di autoaffermazione nel dire ciò, sono state giornate lunghe anche per noi di SpazioGames, che abbiamo seguito la genesi di questo fondo e tampinato IIDEA, l’Italian Interactive Digital Entertainment Association che rappresenta sviluppatori ed editori videoludici italiani, oltre che i suoi numerosi consociati e altre realtà attive sul suolo nostrano per approfondire l’argomento, scoprire come fosse nata l’idea (ci siamo tolti subito il dente del gioco di parole) di una manovra simile e cosa avesse richiesto a livello specificamente tecnico per vedere la luce.

Scaveremo ancora nella vicenda nei prossimi giorni ma, intanto, vi presentiamo lo scambio di battute che abbiamo intrattenuto via email con Thalita Malagò, Direttore Generale di IIDEA, sul First Playable Fund entrato in Gazzetta Ufficiale e diventato realtà appena una manciata di ore fa.

Tra i temi che ci preme sottolineare della discussione troverete un passaggio sul significato altamente simbolico, oltre che pratico, della considerazione dei videogiochi in un decreto che punta a rilanciare l’economia dell’Italia tutta, lo stato del settore nel nostro paese e le possibilità di recuperare terreno rispetto alle altre realtà europee, cos’era stato fatto finora per favorire il potenziamento del gaming, cos’è un prototipo e perché è stato scelto come fase fondamentale nell’accesso ai fondi, quali garanzie ci sono perché tali fondi vengano destinati davvero a chi ha intenzione di lavorare per e nel settore, e la reazione di quest’ultimo alla pandemia del COVID-19.

«Un segnale di cambiamento nella considerazione del settore»

L’Italia punta finalmente sui videogiochi: il First Playable Fund spiegato da IIDEA – Intervista

Thalita Malagò, Direttore Generale di IIDEA.

SG: Siete stati coinvolti nella stesura della bozza del decreto? Se sì, come, e siete stati contenti del grado di coinvolgimento?

TM: Non solo siamo stati coinvolti nel processo decisionale, ma possiamo dire di averlo innescato in prima battuta. Eravamo al lavoro con il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) ormai da diversi mesi, per poter tracciare un percorso di avvicinamento e riconoscimento del settore dei videogiochi all’interno della politica industriale italiana. In particolare il nostro Public Affairs Manager Adriano Bizzoco ha lavorato in prima linea su questo importante dossier, con il supporto del nostro Vice Presidente e rappresentante dei soci developer Mauro Fanelli e del nostro Developer Relations Manager Giorgio Catania.

Abbiamo invitato i nostri interlocutori a considerare come l’industria si sia sviluppata qui da noi negli ultimi anni, attraverso i censimenti che abbiamo realizzato nel corso del tempo e attraverso la visita ad alcuni studi italiani, e a guardare a come sono intervenuti altri paesi, europei e non, prima di noi, per far decollare il settore. Come Associazione facciamo parte di un network internazionale di organizzazioni che rappresentano l’industria dei videogiochi nei diversi paesi del mondo e siamo sempre molto attenti e aggiornati su quello che succede all’estero. Alla fine di questo percorso, abbiamo sottoposto all’attenzione del MISE un’idea di misura di sostegno dedicata ai prototipi che ha trovato molti consensi e, con nostra soddisfazione, è stata rielaborata dai tecnici del ministero in un vero e proprio articolato all’interno del Decreto Rilancio.

Uno degli aspetti che ci ha colpito maggiormente è che nel testo della bozza del decreto (nella relazione illustrativa) abbia trovato spazio un’affermazione per il valore del videogioco come “opera complessa, che richiede un’ampia gamma di profili professionali altamente specializzati…”; un riconoscimento forse tardivo per l’industria italiana del gaming ma pur sempre un riconoscimento. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

I contenuti della relazione illustrativa accolgono alcune delle argomentazioni che abbiamo portato avanti nel corso delle nostre interlocuzioni con il MISE. Leggerli all’interno della relazione illustrativa ha per noi un grande significato: assistiamo finalmente a un segnale di cambiamento nella considerazione del settore, scevra da qualsiasi valutazione di carattere culturale. L’intervento riconosce l’importanza di iniziare ad investire su un settore che racchiude in sé innovazione tecnologica, creatività intesa come produzione di valore connesso alla creazione di nuove proprietà intellettuali e mercato di destinazione internazionale, oltre che capacità di impiegare professionisti giovani e con competenze multidisciplinari. Questa considerazione probabilmente si è fatta ancora più strada con l’emergenza Covid-19, vedendo la difficoltà in cui stanno trovando settori industriali più tradizionali e riconosciuti, le potenzialità del mercato dei videogiochi a livello globale e il ruolo ancora in larga parte inespresso dell’Italia come paese produttore nello scenario competitivo internazionale. In questo senso, il First Playable Fund può essere davvero un volano per il nostro settore e per una parte del sistema economico italiano.

Da un punto di vista finanziario, come valuti questo fondo? Sia in termini assoluti – rapportato alle spese connesse allo sviluppo di un videogioco – che nel contesto COVID-19, sia a confronto con gli sforzi fatti all’estero.

Come Associazione avevamo avanzato una richiesta più importante in termini di budget, ma troviamo che il risultato finale sia uno sforzo ragionevole e apprezzabile, da parte del nostro Governo, considerando lo stato attuale. La dotazione finanziaria del First Playable Fund, per il 2020, è stata stabilita in 4 milioni di euro e sarà interamente destinata alle imprese italiane. Per avere dei termini di paragone, il bando per lo sviluppo videogames del sottoprogramma Media di Europa Creativa ha un budget totale annuo di 3,78 milioni di euro e si rivolge alle imprese di tutti i paesi dell’Unione Europea con limiti molto stringenti sul carattere narrativo del gioco, mentre in Francia esiste un fondo del tutto simile con una dotazione identica, pari a 4 milioni di euro.

Il range di finanziamento, da 10 mila a 200 mila euro per coprire fino al 50% dei costi ammissibili, rendono la misura interessante sia per gli sviluppatori più giovani che per le imprese più strutturate. Le spese ammissibili, includendo le voci di costo che incidono maggiormente per la realizzazione del prototipo, ovvero il personale dell’impresa, le commissioni esterne, le attrezzature hardware, le licenze software. Ricordiamo inoltre che il finanziamento è riservato esclusivamente a videogiochi destinati al mercato commerciale e a imprese che realmente operano nel mondo dei videogiochi. Ci sembra un ottimo punto di partenza su cui iniziare a misurarci, con l’obiettivo di convincere il Governo a puntare sempre di più nel tempo sul nostro settore.

Siamo a metà dell’opera

L’Italia punta finalmente sui videogiochi: il First Playable Fund spiegato da IIDEA – Intervista

Uno scatto del Decreto Legge 19 maggio 2020, n. 34 (dalla pagina Facebook di IIDEA).

Hai fiducia nel funzionamento delle modalità di accesso al fondo e di controllo una volta assegnati i finanziamenti? Quali sono le criticità del sistema previsto dalla bozza di decreto, secondo te, e quali sono i rischi?

Ci sembra che il sistema previsto dal decreto sia chiaro e potenzialmente efficace. È chiaro che, una volta istituito il First Playable Fund, si aprirà una nuova partita nei successivi sessanta giorni: l’emanazione di un decreto ministeriale che disciplini i dettagli della procedura di accesso ed erogazione dei finanziamenti. I rischi da evitare sono l’allungamento dei tempi necessari per l’attuazione della misura e la farraginosità delle procedure per accedervi. La nostra priorità è quindi fare in modo che il decreto attuativo sia definito al più presto sulla base delle linee guida stabilite nel DL Rilancio. Il settore è composto per la larga maggioranza da imprese di piccole dimensioni, dobbiamo assicurare che la misura sia facilmente accessibile, in presenza dei requisiti necessari, e che le procedure per la candidatura e per la selezione siano il più possibile semplici e veloci. In questo senso, siamo già pronti a riprendere l’interlocuzione con il MISE per fornire tutto il supporto necessario e ci aspettiamo di rimetterci al lavoro in tempi brevi.

Se questo fosse (come si spera) soltanto un punto d’inizio per un sostegno prolungato, cosa chiederesti allo Stato per aiutare l’industria dei videogiochi in Italia? A che punto siamo rispetto agli altri paesi europei e cosa servirebbe per recuperare terreno?

Il First Playable Fund è una misura strategica perché interviene sul principale ostacolo allo sviluppo del settore in Italia, ovvero la mancanza di finanziamenti e investimenti, sia pubblici che privati. Nel nostro ultimo censimento di fine 2018, l’88% delle imprese italiane dichiarava di ricorrere a risorse proprie per finanziare lo sviluppo dei propri giochi, e questa condizione di sofferenza è maggiormente accentuata nella fase di pre-produzione, in cui spesso le imprese lavorano a nuove proprietà intellettuali senza avere paracaduti finanziari. Quando il fondo sarà attivo e funzionante, potremo dire di aver implementato la metà di quello che riteniamo necessario a livello di sostegno pubblico.

La metà mancante è una nostra vecchia conoscenza: si chiama tax credit, serve ad attirare gli investimenti privati sulle produzioni più avanzate ed è ancora fermo al Ministero dei Beni Culturali dalla fine del 2016, quando è stata approvata la legge cinema. Non abbiamo mai smesso di lavorarci ma è evidente che questa strada si è rivelata più lunga e impervia di quanto sperassimo inizialmente. Comunque non demordiamo e restiamo convinti di poter raggiungere il risultato anche su quel fronte.

Come mai, secondo te, questo riconoscimento a livello governativo è arrivato tanto tardi (o almeno questa è la percezione “dall’esterno”), nonostante il settore ormai da alcuni anni dia segnali di crescita – sia come produzione che come vendite?

Qualsiasi cambiamento richiede tempo, determinazione e la costruzione di una rete di relazioni che consenta di aumentare il sostegno nella direzione del cambiamento. Parliamo di obiettivi a medio-lungo termine, non di eventi che si verificano dalla sera alla mattina. Se siamo arrivati fin qui è perché alla base c’è un insieme di fattori riconducibili in parte al lavoro svolto dall’Associazione, in parte al lavoro delle imprese italiane e in parte all’evoluzione del pensiero di una parte del mondo politico verso il settore, determinata anche da un cambio generazionale rispetto al passato.

Oggi sappiamo di avere una rete di interlocutori istituzionali più attenti rispetto al passato, con i quali è possibile lavorare e costruire un percorso di riconoscimento del valore strategico del nostro settore in Italia, ma ciò non significa che questo di per sé basti a ottenere tutto ciò che crediamo necessario. Restano ancora grandi diffidenze e distanze da colmare in molti settori del mondo politico e istituzionale, per ragioni culturali ataviche del nostro paese, e questo richiede un lavoro sotto traccia costante e paziente, che in realtà rappresenta l’80% del nostro lavoro quotidiano sul fronte dei public affairs.

Cosa finanzia, nello specifico, il fondo

L’Italia punta finalmente sui videogiochi: il First Playable Fund spiegato da IIDEA – Intervista

Fabio Pagetti, Creative Director di Forge Reply, in un esempio di smart working causato dal COVID-19 (dalla pagina Facebook di IIDEA).

Nel decreto si parla esplicitamente di prototipo. Ma quali sono le fasi che precedono questo stadio, e quali quelle che lo seguono direttamente?

Il prototipo rappresenta la prima versione giocabile dell’opera, contenente le funzionalità di base e distintive del prodotto finito. È lo strumento attraverso il quale le imprese del settore possono presentare il loro progetto di sviluppo a editori e/o investitori per ottenere finanziamenti necessari per la successiva produzione del prodotto finale e per la sua distribuzione sul mercato internazionale. Il prototipo è il risultato delle fasi di concezione e pre-produzione del gioco ed è seguito dalla produzione vera e propria e dalla successiva pubblicazione.

Avete usufruito di incentivi o contributi statali di qualche tipo, prima d’ora? Si possono intendere anche spedizioni di gruppo in fiere e iniziative del genere, oltre che livelli più alti come finanziamenti, sgravi, e via discorrendo.

Dal 2012 il settore dei videogiochi beneficia del supporto finanziario del Ministero dello Sviluppo Economico (ora le competenze sono passate al Ministero degli Esteri) e dell’Agenzia ICE che sostengono la partecipazione delle imprese italiane di produzione videogiochi alle più importanti fiere di settore, come GDC, Gamescom e dall’anno scorso anche il London Games Festival. Dal 2019 possiamo contare sul supporto di Toscana Film Commission nell’ambito del programma Sensi Contemporanei Toscana per il Cinema per co-finanziare e co-organizzare First Playable, il nostro evento B2B internazionale dedicato agli sviluppatori, che si è svolto con successo per la prima volta l’anno scorso a Pisa e che sarà confermato anche quest’anno, nella sua seconda edizione, in formato digitale.

Come hanno reagito i vostri consociati alle sfide del COVID-19?

I nostri soci sono stati in grado di reagire tempestivamente all’emergenza COVID-19. La maggioranza di loro infatti non ha riscontrato problematiche particolari nell’attivazione dello smart-working, rendendo di fatto le proprie aziende nuovamente e quasi completamente operative nell’arco di pochi giorni dall’inizio della pandemia. Tuttavia sono emersi tre principali elementi che hanno impattato in maniera più o meno diretta sul loro business: 1) un rallentamento, e in certi casi un vero e proprio congelamento, di alcune attività B2B da loro portate avanti; 2) la difficoltà di presentare i loro nuovi progetti a publisher e investitori internazionali, in primis a causa della cancellazione o del rinvio di numerosi eventi internazionali di spessore per cui era prevista la partecipazione di una delegazione italiana – basti pensare a quanto successo con GDC di San Francisco; 3) in alcuni casi specifici c’è stato un rallentamento della produzione e della pubblicazione di alcuni prodotti.

Naturalmente l’Associazione fin dall’inizio della Fase 1 ha supportato tutti i soci in diversi modi: abbiamo fornito supporto nell’interpretazione dei DPCM e dei decreti legge che il Governo nel corso delle settimane ha emanato e che continua tuttora a emanare; abbiamo organizzato regolari riunioni digitali di aggiornamento; abbiamo avviato nuove attività attraverso la nostra piattaforma Discord – come i Business Talk, tavole rotonde su temi imprenditoriali di interesse comune; abbiamo avviato Games in Italy Outlook, una pubblicazione quadrimestrale che contiene informazioni su una selezione di videogiochi rilasciati nel 2020 e altro ancora. Adesso che le misure di quarantena sono state allentate e che siamo entrati in piena Fase 2, alcuni studi hanno riattivato con le dovute precauzioni il lavoro in ufficio in modo da avviare un processo di ritorno alla normalità. Tuttavia diversi soci hanno segnalato che lo smart-working si è rivelato una soluzione ottimale e che potrebbero mantenere questa modalità lavorativa. E a prescindere da ciò che il futuro gli riserva, IIDEA continuerà ad affiancarli nel loro percorso al meglio delle possibilità.

La strada è ancora lunga ma il passo che si è compiuto oggi sa di epocale, in un paese che, rimasto ormai tra i pochi a pensarla così, fatica a riconoscere i videogiochi come un’industria capace di esprimere valori (e fatturati) importanti. Ogni switch culturale si estende gradualmente nel corso di anni ma segnali come il decreto legge odierno fanno ben sperare circa la possibilità che, presto o tardi e grazie all’impegno di realtà come IIDEA, si completi anche quello che porterà alla legittimazione a trecentosessanta gradi del gaming in Italia.




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