Fist of the North Star: Lost Paradise, a tu per tu con Kenshiro

Hands On
A cura di Daniele Spelta - 28 Agosto 2018 - 0:00

Omae wa mou shindeiru. – Nani!?”. Sono certo abbiate letto questo scambio di battute in almeno un centinaio di meme trovati online, ma se siete cresciuti a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 avrete anche ben presente l’origine del tormentone, nato dall’incontro fra le nocche di Kenshiro e le tempie di qualche malcapitato punk dalla cresta viola. È strano come il celebre manga nato dalle menti e dalle mani di Tetsuo Hara e Buronson non abbia avuto una trasposizione videoludica degna della sua fama, almeno in tempi recenti. Gli ultimi Fist of the North Star: Ken’s Rage non rendevano infatti merito a Ken il Guerriero e nella loro triste veste da musou scadevano presto nella banalità. Dopo le antiche glorie di Last Battle e di Black Belt, tocca a Fist of the North Star: Lost Paradise ridar lustro alla divina scuola di Hokuto e le speranze paiono esser ben riposte, data la sapiente guida di SEGA e di Ryu ga Gotoku Studio. Il nome Toshihiro Nagoshi è una certezza, ma come si adatta la struttura tipica degli Yakuza con il mondo in disfacimento di Ken il Guerriero? La risposta, anche se parziale, la si può dare dopo questo corposo hands on, in cui ho avuto il piacere di… Nani!?!!?
Fist of the North Star: Lost Paradise fa parte di quel corposo progetto di invasione del mercato occidentale da parte di SEGA e arriva dalle nostre parti con circa sette mesi di ritardo rispetto alla data di pubblicazione giapponese – in Europa e in USA, salvo aggiornamenti, l’uscita è prevista per il 2 ottobre. Insomma, non ci troviamo davanti a qualcosa di realmente inedito, di materiale per farsi un’idea ce n’è in abbondanza, ma ciò non ha scalfito in alcun modo il piacere di riempire di pugni qualche teppista troppo cresciuto. La prova effettuata tagliava la parte iniziale del gioco e proiettava il protagonista già dentro Eden, la città risparmiata dalla furia della guerra nucleare. A dispetto del suo nome, l’insediamento è più che altro un ammasso di lamiere, luci al neon mezze saltate, bancarelle in legno e qualche scalcinato bar, nulla a che vedere con la scintillante Kamurocho. Il paragone con la serie Yakuza può apparire forzato, in fin dei conti si sta paragonando una metropoli con quello che rimane della civiltà umana, ma pad alla mano è impossibile non sentire il forte richiamo di Kiryu&Co. 

La struttura ludica di Lost Paradise – concedetemi l’abbreviazione – ricalca infatti in modo fedele quanto già visto nella nota saga sulla mafia nipponica, ma l’effetto prodotto parte dallo straniante, passa per lo sconcerto e giunge al gaudio supremo. Potrei partire infatti parlando del sistema di combattimento, del ricco cast di personaggi incontrati in poco più di un’ora o, ancora, dell’albero delle abilità, ma tutto tace di fronte a Kenshiro che shakera un mixer e prepara un cocktail. A parte servire improbabili miscugli da bere, in un breve lasso di tempo ho anche curato dei pazienti premendo sui giusti punti di pressione in una sorta di rhythm games, ho gestito un locale compiacendo i miei clienti con qualche avvenente signorina e ho pure trovato il tempo per perdere dei soldi al casinò. Peccato solo non aver potuto sistemare i conti dopo un paio di giri sfortunati al blackjack facendo saltare la testa al croupier. Già vedere un pericoloso yakuza con giacca bianca dilettarsi con Virtua Fighter 2 è un’esperienza memorabile, figuratevi giocare ad Out Run con uno che di professione fa esplodere crani. 
Lost Paradise sa ovviamente anche prendersi sul serio e proprio questo continuo spostamento fra i toni più cupi tipici del manga e quelli più scanzonati che da sempre contraddistinguono le produzioni Ryu ga Gotoku Studio è uno fra gli aspetti più riusciti. Come detto in apertura, il prologo è stato tagliato in questa sessione di gioco e Ken si trova già dentro le mura di Eden, alla ricerca della sua amata Yuria, sparita dopo lo scontro iniziale con Shin. I primi passi mossi dentro la città lasciano facilmente intuire la distribuzione delle missioni, suddivise fra quest principali – dove abbondano i volti celebri visti nel manga e nell’anime – e la solita sfilza di subquest più o meno ben scritte, utili ad esplorare i meandri di Eden e il deserto sconfinato che si apre oltre le sue porte. Fra i soliti dialoghi appena accennati – il titolo sarà disponibile sia in giapponese che in inglese – ci si ritrova quindi alle prese con i classici predoni che infestano ogni angolo della strada, sempre pronti a fare a botte con il protagonista, e boss ben più resistenti. 
Proprio questi incontri casuali sono però inseriti in modo forse fin troppo copioso e, data la loro abbondanza, rischiano di spezzettare eccessivamente il fluire degli eventi. Basta correre un po’ fra i vicoli ed ecco apparire un gruppetto di punk pronto a sfidare il giocatore: davanti ai primi non vedevo l’ora di provare qualche nuova sadica tecnica, al quarto incontro procedevo in modo spedito cercando di liberarmi del fastidio nel minor tempo possibile, ma già al quinto correvo fra le vie di Eden sperando di seminare la banda di malviventi. Non fraintendetemi però, i combattimenti sono tutt’altro che tediosi e anzi sono il perfetto punto d’incrocio fra quanto già visto in Yakuza e tutto l’arsenale a disposizione della scuola di Hokuto. Il risultato è davvero esplosivo, letteralmente. Già in queste prime fase le mosse a disposizione di Kenshiro non erano affatto limitate, con combo tecniche utili sia per causare il maggior danno, sia per incrementare l’esperienza acquisita a fine combattimento, ma soprattutto per riempire la barra posta sotto i punti vita, momento clou della lotta. Aura rossa, maglietta strappata e via di cento colpi: il massimo della soddisfazione. 
Ovviamente non manca la lunga lista di mosse speciali, da attivare grazie alla pressione del tasto cerchio: stacco dall’azione e la telecamera si sposta sul corpo del malcapitato, a cui arrecare il maggior danno eseguendo QTE di volta in volta più complessi. Combattimenti non solo per le strade, ma anche all’interno del colosseo posto al centro di Eden, vera e propria arena in cui scalare la classifica dei lottatori più temuti, sfidando ondate sempre più pericolose di nemici. Il sistema di combattimento evolve e si mantiene vario grazie a colpi sempre più devastanti, sbloccabili passando qualche minuto a navigare attraverso un sistema di crescita suddiviso in varie sezioni, in cui spendere sfere di differenti colori, con un meccanismo che ricorda, ancora una volta, quanto proposto in vari Yakuza.
Prometto che questa è l’ultima volta: da vedere, Lost Paradise è molto vicino al più celebre brand di Ryu ga Gotoku Studio, ma purtroppo non nelle sue due incarnazioni più recenti, vale a dire Yakuza 6: Song of Life e Yakuza Kiwami 2. Niente Dragon Engine dietro le corpulenti spalle di Ken e soci, ma il motore di gioco sfruttato è quello dei vari Yakuza 0 e del primo Kiwami e le resa visiva non è proprio delle più entusiasmanti, con texture decisamente old gen ed un livello dei dettagli sotto la media recente. L’utilizzo abbondante del cel shading maschera qualche magagna, il titolo non ha bisogno di quell’effetto realismo raggiunto dalle recenti incarnazioni di Yakuza, ma qualcosa in più da un gioco del 2018 ce lo si deve aspettare. Qualche perplessità la lascia anche la telecamera, soprattutto negli spostamenti in spazi chiusi, quando Ken singhiozza un po’ passando fra i vari ambienti, mentre non ci si può di certo stracciare le vesti per la varietà dei nemici, ovviamente stando a quanto provato di persona. 

– È Kenshiro…
– … Ed è pure Yakuza
– Fanservice allo stato puro
– Tanto serio quanto assurdo






L’incontro fra Kenshiro e la serie Yakuza non può che essere un esperimento esplosivo, fatto di incessanti combattimenti, un’intricata trama, infinite storie secondarie e una pletora di attività completamente fuori di testa. Sono bastati pochi minuti per accorgersi del potenziale del nuovo Fist of the North Star: Lost Paradise, anche se occorre chiudere un occhio su un’evoluzione tecnologica che qua pare assente.




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