Assassin’s Creed III Remastered | Recensione PS4

Torniamo all’epoca della Rivoluzione Americana con la remastered del titolo della saga di Assassin’s Creed di maggior successo ma anche più contestato in assoluto

Rieccoci qui a parlare di riedizioni. L’attuale generazione non sembra proprio in grado di districarsi del tutto da questa politica, e Assassin’s Creed è di certo uno dei brand che più vi ha fatto affidamento. La prima grande “ondata” l’abbiamo avuta con la Ezio Collection, ma più di recente Ubisoft ha portato su PS4 e Xbox One uno dei capitoli più oscuri e meno compresi della saga, quell’Assassin’s Creed Rogue che inizialmente pareva destinato a una triste obsolescenza. A completamento della cosiddetta “trilogia delle Americhe” Ubisoft ha pubblicato in questa primavera 2019 Assassin’s Creed III anche sull’attuale generazione, con Assassin’s Creed III Remastered. Pronti a fare la rivoluzione?

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Alla Ubisoft leggono Zagor?

Definitivamente conclusa la storia di Ezio Auditore, la lente di ingrandimento di Desmond Miles si sposta nelle colonie americane della seconda metà del Settecento. Personaggio cardine per questo contesto sarà Connor Kenway, nativo americano il cui istinto ferale lo porterà a essere coinvolto nella guerra d’indipendenza delle tredici colonie. Non staremo qui ad approfondire molto la vicenda: la critica ai tempi fu decisamente benevola, e il pubblico premiò AC III con un successo commerciale di oltre diciassette milioni di copie. Eppure a guardarla ora l’avventura di Connor mostra il fianco a diversi difetti, da un protagonista non in grado di coinvolgere come il buon Ezio a una sceneggiatura che prima ha bisogno di molte ore per ingranare e poi si affretta verso un finale che chiude in maniera fin troppo brusca la parabola di Desmond.

È un peccato, perché tuttora Assassin’s Creed III è in grado di tirar fuori delle sequenze dal forte impatto scenico ed emotivo. Se pedinamenti, uccisioni e inseguimenti per le città piene di vita sono diventati quasi un’abitudine, a fare ancora una notevole figura sono le scene di guerra aperta che la storia principale è in grado di imbastire, che fa assumere al conflitto un respiro “universale” ancora oggi notevole. Tutta questa abbondanza è però tristemente bilanciata dalle sezioni nel presente con Desmond, dove traspare l’inesperienza degli sviluppatori cui furono ai tempi affidate.

In ogni caso l’avventura di Connor giunge su ottava generazione appaiata ad Assassin’s Creed: Liberation. Quest’avventura venne ai tempi pubblicata sull’ormai dimenticata PlayStation Vita e vedeva come protagonista l’Assassina Aveline de Grandpré nella Louisiana settecentesca. Una storia che, nonostante sia stata ai tempi offuscata dalle ben più grandi ambizioni di Connor, ha le sue ragioni nell’introdurre la tematica razziale e i primi indizi sull’Abstergo Entertainment, successiva base concettuale per le sequenze nel presente di Black Flag.

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Il salvatore salvatutti

Per certi versi, è proprio con Assassin’s Creed III che il contesto comincia a soppiantare il personaggio comandato in termini di attrattiva. Oggi come ieri non si può negare come Ubisoft abbia ricreato l’America del Settecento con una cura ben più che maniacale. E questo acquisisce ancor più valore quando pensiamo al fatto che l’avventura di Connor fu la prima per cui ripartirono effettivamente da zero, in maniera simile quanto ai tempi fatto con Assassin’s Creed II. Le città esplorabili vere e proprie sono due, Boston e New York, contornate alla Tenuta Davenport (la “Villa Auditore” di Connor) e all’estesa mappa della frontiera. È in quest’ultima che si concentrano quelle che ai tempi vennero riconosciute come le principali novità per il brand: la corsa sugli alberi, la mimetizzazione migliorata e la caccia. Il nostro Ratonhnhaké: ton (questo il nome pellerossa del protagonista) prima di Assassino era cacciatore, e ha con sé le abilità innate di mimetizzarsi con l’ambiente, piazzare trappole e sfruttare i rami per spostarsi velocemente. Nonostante si tratti di attività ben rese (la caccia serve per le risorse e la corsa sugli alberi è spettacolare pur se semplificata) non va dimenticato che si tratta di cose fondamentalmente secondarie. Lo stesso vale per le missioni a bordo della nave Aquila, sulle quali però va fatta una precisazione. Alla maggior parte dei giocatori risulteranno come troppo “grezze” e limitate da una struttura rigida oltre che facoltativa (a parte un paio di momenti nel finale), ma va ricordato che ormai ci sembrano scontate per il loro essere state impiegate fin quasi all’abuso sia in Black Flag che in Rogue. Far guidare l’Aquila a Connor è probabilmente l’unica parte senza difetti evidenti di Assassin’s Creed III, ed è anche il motivo principale che nel 2012 ha portato molti a trattarlo in maniera più lusinghiera di quanto non meritasse. L’unico altro momento in cui una cosa simile succede è durante le Missioni Tenuta, che ci ricompenseranno con la rifioritura della casa del Mentore Achille e del suo circondario. Attraverso questi brevi incarichi assisteremo prima alla formazione e poi al rafforzamento di una piccola comunità colona, ancora foriero di un piccolo e caloroso senso di soddisfazione.

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Con Aveline de Grandpré le cose saranno leggermente differenti. La componente più gestionale chiaramente è ridotta, mentre il gameplay è stato in parte ridisegnato attorno al vestiario. La giovane può infatti cambiarsi d’abito utilizzando appositi spogliatoi sparsi per le mappe cittadine, e ogni tenuta ha vantaggi e svantaggi. L’abito da Assassina è quello più “efficiente” ma indossandolo la notorietà sale più velocemente, mentre quello da schiava permette più libertà di movimento ma impedisce l’uso di buona parte delle armi. Infine l’abito da signora permette di “distrarre” (sedurre) i nemici ma nega arrampicata e corsa acrobatica.

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Fanteria di linea

Il lavoro di restauro di Assassin’s Creed III è, almeno concettualmente, molto buono. C’è da dire che la base di partenza era già di suo invidiabile: l’Anvil Next era già sette anni fa in grado di reggere senza troppi problemi scontri giganteschi, alternandoli a momenti dove la folla si assiepa inferocita. Con l’attuale generazione sono spariti i segni di “stress” delle console nel calcolare mappe e scene per i tempi così estese. Tuttavia il miglioramento più evidente è un sistema di illuminazione nuovo fiammante. A molti parrà troppo “insistito”, ma a noi è parso donare effettivamente più sostanza soprattutto ai personaggi principali. Come contorno questo aiuta non poco a migliorare la resa anche delle città, che per quanto ancora vincolate dai limiti di settima generazione appaiono come più “solide”. L’interfaccia di entrambi i titoli è stata inoltre per somma parte ridisegnata, ispirandola a quella dei capitoli successivi e risultando quindi assai più chiara di quanto non fosse nel 2012.

Ma allo stesso tempo, non possiamo tacere che Assassin’s Creed III sia ancora piagato da una bassa raffinazione tecnica. Le “stranezze” estetiche vecchie e nuove non si contano, dalle texture della neve che vanno in confusione alle collisioni mancate durante i combattimenti, fino alle guardie e ai personaggi non giocanti che si incastrano negli elementi dello scenario. Lo stesso sistema di combattimento non ha goduto di particolare attenzione, e col senno di poi si rivela un po’ troppo confusionario, così com’è velleitaria la gestione degli adepti assassini. La scelta di delegare al solo grilletto destro sia la corsa che la corsa acrobatica era qualcosa di accessibile per i tempi, ma il programma non era abbastanza raffinato e spesso interpretava male l’ambiente. In termini d’azione significava che Connor vedeva il proprio parkour “spezzarsi” improvvisamente, e questo spesso mandava in fumo le missioni specialmente se si voleva ottenere la sincronia totale. C’è da riconoscere che Assassin’s Creed III era stato ai tempi vittima di una fretta non indifferente, anche a livello di localizzazione: l’equalizzazione audio non è perfetta, ma sopravvivono persino errori di battitura e un cast vocale italiano costretto a riciclare le voci per alcuni comprimari. La colonna sonora è rimasta invariabilmente pregevole: si sente la mancanza di Jesper Kyd, ma quantomeno vi sono partiture di qualità e un tema portante sufficientemente epico.

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Ma quante facce ha questa moneta?

Il terzo rovescio della medaglia è rappresentato dai contenuti. A rimpolpare ulteriormente la durata vi è infatti anche La Tirannia di Re Washington. Accessibile in maniera separata dal menu principale di Assassin’s Creed III, è l’espansione ambientata nella realtà alternativa in cui Connor non è mai divenuto Assassino e dovrà cercare di fermare un George Washington soggiogato dal potere della Mela. Tutte aggiunte lodevoli, ma ai più attenti non sfuggirà la mancanza del multigiocatore da entrambi i giochi, assenza che parrebbe quasi forzosa. Non era niente di trascendentale ma aveva ancora un suo zoccolo duro specialmente su PC, che adesso dovrà inevitabilmente disperdersi anche alla luce delle decisioni di qualche giorno fa. A livello più propriamente “nuovo” è stata aggiunta una raccolta dei bozzetti e delle arti concettuali sia per il III che per Liberation. Più un contentino che altro, ma in effetti gli Assassin’s Creed inclusi in questo bundle hanno al loro interno contenuti per un bel po’ di ore. Già con la trama principale di entrambi se ne passano tranquillamente più di quindici, mentre con le numerose attività collaterali possibili nei panni di Connor si può tranquillamente estendere la permanenza anche di un’altra decina (tra l’altro senza neanche troppo bisogno di fare i collezionisti).

Più interessante in tal senso è Assassin’s Creed: Liberation. In sé si tratta del porting del restauro ai tempi (2014) uscito su PC. I “singhiozzi” tecnici visti ai tempi di PlayStation Vita sono un lontano ricordo, ma contemporaneamente è evidente come l’avventura di Aveline sia molto più “incapsulata”. I centri urbani non sono né estesi né affollati, le missioni sono stringate e tutto si rifà con più evidenza alle meccaniche dei capitoli con protagonista Ezio. Anche qui la remaster migliora risoluzione e sistema di illuminazione, ma non in maniera così invasiva come con Connor. Il risultato è che la vecchiaia dei modelli poligonali è più evidente, pur se non così fastidiosa. Dobbiamo però dire che Liberation visto oggi appare come molto più “pulito”, e non escludiamo che questo suo appaiarsi al fratello maggiore potrebbe donargli un inedito “fascino da miniatura”.

+ Ambientazione e momenti ancora di forte impatto
+ Miglioramenti grafici soddisfacenti
+ Quantità e varietà di contenuti imponente
+ Liberation fa inaspettatamente ancora la sua figura
- Connor ha poco mordente
- Narrativa e design un po’ troppo “stiracchiati”
- I problemi tecnici e di audio del terzo capitolo persistono
- Multigiocatore assente e pochi altri veri extra

7.1

Ritrovarsi a guardare oggi Assassin’a Creed III Remastered fa piuttosto strano. Il pargolo di Ubisoft conserva un’ambizione e una magniloquenza visiva rimaste per certi versi ancora insuperate, ma di contro si vede quanto l’avventura di Connor sia stata vittima delle sue stesse aspirazioni. L’evidente miglioramento nella resa grafica di questa remastered nasconde solo fino a un certo punto i tanti piccoli difetti e problemi tecnici che ormai non possono più essere ignorati, specialmente se non corretti o addirittura nuovi. Ne consegue che il solo Connor non vale il prezzo del biglietto. Ma a fronte dell’inclusione di Liberation e di un potenziale congiunto ben più di una trentina di ore totali potrebbe valerne comunque la pena.