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Immagine di Red Dead Redemption: Dieci anni di West - Speciale

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Red Dead Redemption: Dieci anni di West - Speciale

Una riflessione su Red Dead Redemption, capolavoro western di Rockstar, a dieci anni dalla sua pubblicazione originale.

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Avatar di Adriano Di Medio

a cura di Adriano Di Medio

Redattore @SpazioGames

Pubblicato il 19/05/2020 alle 11:23
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Il Verdetto di SpazioGames

-
Red Dead Redemption è il videogioco che cerca di “alzare il tiro”, pur non rinnegando la propria natura di nazional-popolare. Lo ha fatto, dieci anni fa, ri-raccontando prima di tutto una storia auto-conclusiva, in una maniera genuina e che spesso sfocia nel metavideoludico. È uno di quei classici che vengono fuori quando gli autori hanno qualcosa da dire, e tengono così tanto a dirla da infischiarsene anche del rischio di non guadagnarci. Alla fine, pure con tutta la grande quantità di parole, idee e speculazioni che il capolavoro western di Rockstar ha seminato in dieci anni di vita, la redenzione di John Marston è soprattutto una lezione. Un insegnamento drammatico somministrato come la più amara delle medicine: il fuorilegge non invecchia, letteralmente.

Attenzione: l’articolo contiene spoiler sulla trama di Red Dead Redemption.

A maggio del 2010 usciva Red Dead Redemption, una sperimentazione inedita e inaspettata da parte di una casa di sviluppo da tempo impegnata in tutt’altro genere. Acclamato da pubblico e critica, il western secondo Rockstar si è rivelato uno dei videogiochi più belli della sua generazione, un equilibrio perfetto tra rievocazione, tributo e graffiante parodia. Ma dove il pubblico ha atteso (non a torto) un sequel per otto lunghi anni, in queste righe vogliamo indagare i temi, i messaggi e le scenografie di questa avventura ormai di fatto immortale.

Red Dead Redemption, perché i cowboy non mollano

La trama di Red Dead Redemption se vogliamo ormai è arcinota, quindi neanche stavolta conviene parlarne molto. L’ex fuorilegge pentito John Marston, dietro ricatto di Edgar Ross (membro del BOI, l’agenzia governativa Bureau Of Investigation) che gli ha preso in ostaggio la famiglia, deve rintracciare ed assicurare alla giustizia gli ultimi tre sopravvissuti della banda di Dutch van der Linde, gruppo di fuorilegge di cui faceva parte lui stesso.

Dove Arthur Morgan nel prequel si sarebbe concentrato sulla calibrazione di meccaniche per ottenere la convincente illusione di realtà, la storia di John Marston è più “semplice”, obbediente com’è a un cammino di redenzione assai più esplicito. Marston ha infatti molti tratti in comune con i tipici protagonisti dei videogiochi Rockstar (origini disagiate, vite di espedienti, ambienti moralmente tossici, famiglia problematica) ma non lo vediamo nella sua ascesa, ma semplicemente nella sua ricerca di normalità.

È un uomo profondamente etico, nonché fedele tanto alle promesse quanto agli impegni presi. Una fedeltà anche coniugale, esplicitata nel suo rapporto con Bonnie MacFarlane. Con la tagliente ma femminile ranchera non andrà mai oltre la rispettosa gratitudine per averlo salvato e curato, pur chiaramente avendo intuito il debole che lei ha nei suoi confronti.

Sarebbe però sbagliato ricondurre Bonnie MacFarlane solo alla classica “maschiaccio per contesto”; lei è anche uno dei pochi personaggi positivi con cui John ha a che fare, invischiato com’è in folli lavori e collaborazioni con gente affatto raccomandabile. Il repertorio di Red Dead Redemption annovera tutti gli stereotipi dal western, dai venditori truffaldini di lozioni “miracolose” ai colonnelli messicani traditori, dai dottori tossici ai nativi ormai rassegnati alla morte culturale.

Rockstar dipinge un West morente, che sta cadendo sotto ai colpi di una modernità che pare imposta solo “perché sì”. Qualcosa che si concretizza anche in perversioni, con il tombarolo Seth che, alla ricerca di una fantomatica mappa (chiara citazione al Signore degli Anelli) è più a suo agio con i morti che con i vivi. John ha gli “anticorpi” per ciascuno di loro, ma l’aver a che fare con tali grettezze serve solo a rafforzarne la morale.

Questo forse perché Red Dead Redemption appartiene a quel breve periodo (appunto tra il 2010 e il 2011) in cui Rockstar tentava di mostrare anche “l’altra parte della barricata”, quindi coloro che si battono per l’ordine (fosse anche per banale antieroismo). Tanto che, pure se una condotta da “desperado” è possibile, è molto poco incentivata dal sistema, che riserva le ricompense maggiori alla condotta onorevole. Del resto l’anno successivo avrebbe visto la luce anche il chiacchierato L.A. Noire.

Bring me back to No-Place

Stando alla stessa Rockstar, nella progettazione dei loro prodotti prima ci si occupa di definire l’ambientazione e solo dopo delle storie che si intende ambientarvi. Ciò è particolarmente vero per Grand Theft Auto V, a cui risale effettivamente tale dichiarazione, ma non si tratta di qualcosa da limitante. Piuttosto questo modo di pensare produce un effetto collaterale bizzarro ma efficace: il non-luogo.

Questo termine è stato introdotto nel 1992 da Marc Augé, antropologo francese che con così definì tutti quei posti dove si passa in modo impersonale, transitorio e omologato, e su cui (nel bene e nel male e in maniera anche un po’ paradossale) si finisce sempre con lo spendere molto tempo pro-capite. Fuori dalla definizione enciclopedica e volendone semplificare il concetto, il non-luogo è un posto che sta “ovunque e da nessuna parte”, e in ambito narrativo assume spesso i tratti di “ambientazione che racchiude in sé tutti i tratti e le caratteristiche di un determinato genere di intrattenimento”.

Red Dead Redemption: la casa nella prateria

Proprio le ultime missioni di John con la sua famiglia, pure se interessanti, erano anche a modo loro “strane”. Tale “blocco” in sé è una citazione di Red Dead Redemption a quelle opere western (specialmente televisive, pensiamo ai Bonanza del 1959 o alla Casa nella Prateria del 1974) che avevano come protagonista la famiglia di frontiera.

L’idea era appunto rappresentare un nucleo familiare che si scavava un po’ di serenità in un luogo che, seppur ormai avviato verso il progresso, alla radice era ancora “selvaggio”. Inizialmente comunque non ci si fa troppo caso, anzi è addirittura piacevole. Dopo tante tribolazioni, tanti rapporti con persone violente, folli, opportuniste e squallide, è in qualche modo rigenerante anche per il giocatore vedere John impegnato nella normale routine del mandriano.

Una quotidianità che procede poi decisamente tranquilla, a parte qualche ladro di bestiame e la folkloristica recalcitranza dello Zio a evitare qualunque lavoro. Quello che la faceva apparire come “dubbiosa” agli occhi dei giocatori stava nel fatto che pareva un “prolungamento inutile” rispetto agli obiettivi fino a quel momento ribaditi dalla storia. John doveva rintracciare e assicurare alla giustizia i membri sopravvissuti della sua vecchia banda, ed è esattamente quello in cui l’abbiamo guidato. Quindi, per quanto possa essere bello vederlo riassestare i rapporti prima con la moglie e soprattutto con il figlio, perché Red Dead Redemption stava “insistendo” nel farci vedere quella che nei fatti era appunto una “vita normale”?

Serviva per un preciso intento drammatico, una lezione severa ma necessaria concretizzatasi col fatto che ogni errore va pagato e niente sarà perdonato. Alla fine il BOI si porterà dietro l’esercito per prendersi anche la testa di John, la cui redenzione potrà passare solo per un sacrificio, quello supremo, per il bene della propria famiglia. Forse, attraverso la morte del “criminale”, Rockstar voleva andare oltre la sua solita storia.

Dead End Alley

Questo ci porta all’ultimo ragionamento, il perché di un finale così amaro. La morte di John verrà vendicata dal figlio Jack, che ucciderà in duello un Edgar Ross ormai in pensione. Pure se le menzogne e le promesse non mantenute di Ross ne rendono la morte “moralmente accettabile”, in realtà siamo davanti all’ennesimo perpetuarsi di dolore. Jack Marston pagherà questa vendetta con un vuoto incolmabile, diventando probabilmente fuorilegge a sua volta, cioè esattamente quello che suo padre aveva cercato di evitare per tutta la sua vita. Pure se John Marston quindi ha ottenuto la sua redenzione con una morte coraggiosa e quasi onorevole, il cerchio di violenza è destinato comunque a perpetuarsi. Stavolta, più che il “sistema-banda”, la sfiducia finisce tutta sul “sistema” stesso, che usa il progresso tecnologico e “civile” solo come scusa per ripulirsi la coscienza ed eliminare un passato ormai scomodo.

Abbiamo già visto come Dutch venga ritratto come un paradossale “bandito etico”, che oltre agli ideali da Robin Hood si occupava anche di “salvare” gli orfani, dar loro un’educazione. John Marston stesso è stato tra questi, e sia in Red Dead Redemption che nel suo “sequel-prequel” ammette di non riuscire a odiarlo del tutto. Ma a parte le profezie e gli stipendi da giustificare, in realtà sia la morte di Dutch che quella di John nascondono un significato più profondo, ai limiti della citazione cinematografica (che si potrebbe riagganciare anche al Padrino di Coppola). Che pure rendendola il più “pulita” possibile, togliendole l’avidità, la spietatezza e la violenza gratuita, la “banda” è comunque marcia, e lo è perché deve esserlo alla radice. È un tipo di associazione che vive sulla disperazione, tanto dei suoi membri quanto di chi vi si rivolge.

Chi è disperato spesso è tirato dentro dalla prospettiva di un guadagno facile, cosa che effettivamente avviene. Ma il fatto è che i soldi sono solo un diversivo, a contare è il potere e la possibilità di inseguire l’eccesso. Un sistema che chiaramente non può che finire nella spirale autodistruttiva, e l’unico modo per uscirne è da morti.

Red Dead Redemption è il videogioco che cerca di “alzare il tiro”, pur non rinnegando la propria natura di nazional-popolare. Lo ha fatto, dieci anni fa, ri-raccontando prima di tutto una storia auto-conclusiva, in una maniera genuina e che spesso sfocia nel metavideoludico. È uno di quei classici che vengono fuori quando gli autori hanno qualcosa da dire, e tengono così tanto a dirla da infischiarsene anche del rischio di non guadagnarci.

Alla fine, pure con tutta la grande quantità di parole, idee e speculazioni che il capolavoro western di Rockstar ha seminato in dieci anni di vita, la redenzione di John Marston è soprattutto una lezione. Un insegnamento drammatico somministrato come la più amara delle medicine: il fuorilegge non invecchia, letteralmente.

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