Videogiochi su Tela – Horizon Zero Dawn

Rubrica
A cura di Roberta Pagnotta - 13 Ottobre 2017 - 0:00

A cura di Roberta “Momoka” Pagnotta
La narrazione grafica è l’approccio più semplice, immediato ed efficace per realizzare e mostrare il racconto.
Che si tratti di un disegno, di un simbolo o di un dipinto, alla base di ciò che si sceglie di rappresentare vi è sempre l’intenzione da parte dell’artista di comunicare un messaggio, servendosi opportunamente di modalità e scelte stilistiche che ne rafforzino l’idea generale.
Se si esporta quest’ovvio seppur basilare concetto oltre i confini dell’arte figurativa, dell’impronta passiva che la caratterizza e lo si estende al videogioco, ci si può meravigliare di come in esso una particolare scelta scelta stilistica, grafica o cromatica acquisisca un valore univoco e sia interamente funzionale al tipo di storia che si vuole rappresentare. 
L’esperienza videoludica si è evoluta sul piano strutturale e narrativo in modo molto ampio e profondo nel corso degli ultimi anni, arrivando a toccare una complessità tecnica e una ricchezza psicologica che prima erano esclusivamente appannaggio di altri medium.
In questa nuova rubrica intitolata Videogiochi su Tela, ci occuperemo di trasportarvi in un viaggio sensoriale e contemplativo alla scoperta delle suggestioni pittoriche di quei titoli che hanno fatto della propria veste grafica ed artistica un linguaggio, un valido strumento di comunicazione visiva. 
In questa prima tappa esploreremo parte dell’immaginario mistico di Horizon Zero Dawn, l’ultima e imponente fatica open world di Guerrilla Games, alla scoperta di quegli influssi strutturali e visivi derivanti dall’iconografia ottocentesca, che hanno reso i suoi lussureggianti paesaggi molto più che semplici contorni. 

Aloy guarda l'orizzonte di Horizon Zero Dawn

L’estetica del Sublime

Una delle ambizioni primarie del team di Guerrilla era riuscire a creare un mondo di gioco sconfinato e palpitante, la cui potenza visiva riuscisse a spingere il giocatore a soffermarsi ad ammirare la straordinaria bellezza della natura e dei suoi incredibili scorci.
L’obiettivo era quello di rendere il paesaggio non solo parte integrante delle avventure di Aloy, ma di rappresentarlo in una chiave del tutto nuova: come una vera e propria entità ancestrale, sconosciuta e imponente. Il senso di libertà e inquietudine che ne deriva è quasi ammaliante. Il momento dell’esplorazione diventa per la protagonista non solo un’opportunità di ricerca, ma anche un momento di forte contatto con l’infinito e con una natura che diviene specchio di riflessioni esistenziali, in una concreta e meravigliosa raffigurazione a schermo del Sublime ottocentesco, di quel senso di smarrimento e sgomento che è possibile provare solo di fronte a certi grandiosi spettacoli naturali.  
La figura di Aloy in Horizon Zero Dawn viene cosi raffigurata come una moderna eroina, ribelle e emarginata dalla “società”, tormentata e mossa da un bruciante desiderio di azione. Come la protagonista di un dipinto romantico, volge le spalle al mondo, persa nella contemplazione dello sconfinato mistero dell’universo. Non a caso, difatti, uno dei principi fondanti del pensiero filosofico ottocentesco era la convinzione dell’esistenza di un’anima universale che comprendesse uomo e Natura. In pittura, chi riuscì al meglio a sintetizzare questo principio fu senza dubbio Caspar David Friedrich.
Le sue opere, espressioni di paesaggi interiori e delicate evocazioni, raffigurano atmosfere assorte e di profondissima introspezione. 
Aloy di spalle si affaccia dalla una rupe di una montagna
 
Basta osservare uno dei suoi dipinti più celebri per cogliere uno scenario alquanto familiare. Nel Viandante sul mare di nebbia (1818), l’uomo raffigurato è una sagoma nera, quasi un prolungamento della roccia scura dalla quale guarda il paesaggio. Egli volge le spalle allo spettatore, perso nella contemplazione del sublime paesaggio naturale, consapevole che questo resterà per sempre inconoscibile.
Il soggetto, a cui non viene fornita alcuna identità, diviene cosi emblema della piccolezza umana contrapposta all’infinità dell’universo e comunica un’impressione di smarrimento e solitudine esistenziale. Il paesaggio non persegue un criterio di oggettività: non c’è la volontà di rappresentarlo in modo realistico nè di indagarlo nelle sue apparenze, ma di scrutarne l’essenza divina. Il giovane viandante, cosi come Aloy, cerca Dio nella Natura e lo ritrova nei tramonti, nel caos di una tempesta, nel pallido chiarore di un’alba.

L’uso della luce e la rappresentazione del divino

Se l’estensione della profondità di campo e le definite scelte di design concorrono alla creazione di un mondo che sia l’esatto riflesso del trascendente nella realtà concreta, anche il sistema di illuminazione fa senza dubbio la sua parte. Le atmosfere, rese particolari e grandiose dai molteplici giochi di luce e dalla qualità dei particellari, donano agli scenari un tratto decisamente surreale e ammaliante, capace di stimolare un forte senso di fascinazione e coinvolgimento in chi osserva. 
Nei videogame la luce è da sempre stata utilizzata a scopo funzionale, per identificare elementi di gioco e per aiutare il giocatore a capire dove andare, chi attaccare, cosa prendere. La luce, in realtà, può avere molte altre funzioni, cosi come nella pittura.
Prendiamo ad esempio un altro celebre dipinto del pittore romantico sopra citato, in cui stavolta però l’unico soggetto ad essere rappresentato è il paesaggio/divinità. La Grande Riserva (1832) raffigura una sorta di acquitrinoso anfiteatro naturale, acceso dalle luci del tramonto, in attesa dell’arrivo della notte. Il senso di dilatazione dello spazio è amplificato dalla ripetizione di elementi verticali allineati sull’orizzonte che suggeriscono una continuazione anche oltre i limiti del quadro. L’opera è una meditazione religiosa, un’immagine della relazione fra cielo e terra: alla curva dell’orizzonte e del cielo corrisponde quella opposta della terra e dell’acqua. 
E’ proprio questa medesima e grande attenzione riservata allo studio della luce e delle atmosfere (soprattutto quelle autunnali) che rendono gli scenari dell’imponente Horizon Zero Dawn una chiara rappresentazione dinamica di un’entità ancestrale: la Natura si manifesta come uno spettacolo grandioso, è l’immagine divina dell’immensità, dell’infinito e dell’assoluto. 
 
In Horizon Zero Dawn, La luce  diventa linguaggio narrativo, un elemento caratterizzante che in base al valore, alla tonalità e alla saturazione stimola la sensibilità del giocatore e assume valori prettamente simbolici. Ecco cosi che la fusione fra cielo e terra, le luci del tramonto, una tiepida alba o l’avanzare misterioso delle tenebre conferiscono all’intero scenario naturale un carattere metafisico. 






Intuire la stretta correlazione compositiva fra la corrente pittorica romantica e l’immaginario artistico di Horizon: Zero Dawn può di certo apparire disorientante agli occhi di chi non è abituato a considerare il videogioco come una forma d’arte. Ma cercate di prendere questa nostra riflessione come un invito a vivere l’esperienza videoludica da tutt’altra prospettiva e ad esplorare quei linguaggi che hanno contribuito a fornire al medium una valenza espressiva e sensoriale particolare, elevando la sua natura ad una forma che supera di gran lunga l’essenza del puro intrattenimento.




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