Va(le) Pensiero

Rubrica
A cura di Valentino Cinefra - 17 Gennaio 2017 - 0:00

Probabilmente, da quella puntata di The Big Bang Theory di ormai svariati anni fa conoscete tutti il paradosso del gatto di Schrödinger. Per quelli tra voi che, invece, hanno sempre riso dei tanti meme al riguardo facendo finta di capirci qualcosa, ve la spiego in breve.
Il paradosso del gatto di Schrödinger è un esperimento mentale ideato dall’omonimo fisico, con lo scopo di illustrare alcune deficienze dell’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica. Per farla semplice, Schrödinger affermava come l’interpretazione di Copenaghen prestasse il fianco a delle debolezze che avrebbero potuto portare a conseguenze paradossali. L’esperimento in sé è complicato da spiegare ma, nella semplificazione che la maggior parte della gente conosce, in breve possiamo spiegarlo così: mettiamo un gatto in una scatola contenente una macchina complicatissima contenente una minuscola porzione di una sostanza radioattiva, il gatto potrebbe morire oppure sopravvivere se gli atomi della sostanza non si disintegrano, ma finché non apriamo la scatola non lo sapremo mai. Da qui la frase che conoscete tutti, ovvero che il gatto è sia morto che vivo finché non viene aperta la scatola.
Prendiamo il gatto, la scatola e la sostanza, sostituendo rispettivamente Nintendo Switch, la situazione attuale dell’industria e il pubblico ed otterremo quello che, con molta umiltà, chiameremo il paradosso del Nintendo Switch di Schrödinger: una console che è sia interessante che non interessante finché non spendiamo dei soldi per prenotarla.

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Time to Switch
Il fine settimana appena concluso è stato avvolto dalla morbida egida di Nintendo, mentre in Italia si scatenava l’apocalisse metereologica ed il sottoscritto combatteva con i deliri della febbre. A Tokyo, infatti, Nintendo presentava finalmente Switch, ed in molte parti della Terra la stampa (tra cui quel guascone del Bussani), youtubers, influencers, ed altre categorie dai nomi inglesi più o meno elaborati avevano l’occasione di provare la console ed una porzione della già non esaltante lineup software.
Ma questo non devo spiegarvelo, immagino. Sappiamo quasi tutto di Nintendo Switch: funzionamento, costo, data di uscita, periferiche, giochi al lancio e nei mesi successivi. Manca all’appello solo la scheda tecnica completa ma, considerando i numerosi filmati e gameplay in tempo reale dei giochi che abbiamo visto, direi che possiamo già farci un’idea sommaria di cosa aspettarci.
Perché allora questi dubbi sul suo appeal? Perché per essere una console con la quale si gioca tutto, Nintendo sembra non essere stata coraggiosa affatto. Intendiamoci, Nintendo Switch come “macchina” presta il fianco a pochi punti deboli. Si tratta di un progetto di certo non rivoluzionario ma, come annunciato proprio venerdì scorso dalla stessa casa di Kyoto con un filmato apposito, semplicemente di un’evoluzione delle idee partorite negli ultimi 30 anni e rotti. Siamo ben lontani, quindi, dalla debacle di Wii U che sin dal day one non lasciava trasparire nessun tipo di sicurezza in sé stessa, né tantomeno una vera evoluzione dalla ben più pioneristica Wii.
Però, ecco, per un Joy-Con che è un pezzo di tecnologia quasi avveniristica, abbiamo la memoria interna di soli 32GB quando Breath of the Wild (un titolo di lancio, presumibilmente “piccolo” rispetto a quelli che arriveranno tra un anno, per esempio) ne pesa già 13 e qualcosa. Per un servizio online a pagamento ma, a quanto sembra, ben strutturato attraverso un’app esterna per dispositivi mobile, abbiamo i giochi scaricabili dalla libreria NES e SNES che, oltre ad essere oggettivamente poco appetibili, saranno giocabili solo per un mese.
Nonostante Nintendo Switch mi piaccia davvero molto, lo ribadisco, l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un revival di ciò che accadde al lancio di Wii U, per quanto riguarda la strategia generale di Nintendo. Ci sono dei comportamenti fin troppo simili, come degli errori che non dovrebbero essere ripetuti.

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Il terzo (party) in comodo
Nintendo dichiarò, neanche troppo tempo fa, di aver capito quali fossero stati gli errori commessi con Wii U e, con l’allora NX, che avrebbero evitato di compierli in tutti i modi. Ma, per quel che abbiamo visto finora, non sembra aver messo in pratica gli insegnamenti, visti i pochi giochi delle terze parti mostrati all’evento finale di Switch.
È importante che Skyrim sia su Switch, non tanto per il gioco in sé (perché davvero, basta), ma quanto per il segnale che lancia: la console può ospitare giochi non-Nintendo. Probabilmente starete già preparando l’obiezione alla mia idea, citando Dragon Quest, Shin Megami Tensei, ed una serie di altre saghe sconosciute ai più. Le terze parti ci sono, ma sono tutti publisher che sviluppano titoli che purtroppo vanno bene prevalentemente (o solo) in Giappone, e il Sol Levante non ha più quel peso generoso di una volta nelle vendite software mondiali. Sfogliate la lista dei giochi annunciati e, tra i titoli che in Occidente potrebbero andare bene, troverete Just Dance, Steep (che è un titolo godibile ma non un multipiattaforma troppo goloso, va detto), Farming Simulator, e tra gli sportivi FIFA (pare basato sulla scorsa generazione) e NBA 2K18 annunciato quasi a mezza bocca da 2K stessa, e la maggior parte di questi non hanno una data di uscita. Difficile definire “esaltante” questa line up ad oggi.
Quindi, ricapitolando, Switch ha una lineup di titoli prettamente orientali, con giusto una manciata di multipiattaforma occidentali non confermati per il 2017, né chiari dal punti di vista dello sviluppo. Wii U aveva ventidue giochi al lancio, tra cui un paio di tripla A come Mass Effect 3 e Assassin’s Creed III. Switch ha Breath of the Wild, e pochissimo altro.
Il fatto che non ci siano queste benedette terze parti non è un problema per me, o per chi tra voi comprerà Switch per giocare ai first party Nintendo che sappiamo già che varranno parzialmente il costo del biglietto. Il problema è per Nintendo stessa, e per tutti gli altri giocatori. Come si fa a giocare a Mario Kart 8 Deluxe in otto in multiplayer locale se nessuno compra la console? E come la comprano se, guardando lo scaffale, al lancio trovano solo Zelda (che per noi è una saga leggendaria, ma la maggioranza delle persone là fuori non sa neanche cosa sia) e 1-2-Switch – un gioco che poteva essere il cavallo di Troia devastante in stile Wii Sports ma invece viene venduto a prezzo pieno – senza neanche un FIFA ad ingolosire l’utente medio? Già, FIFA sarebbe stato il titolo perfetto per adescare una buona fetta dell’utenza, colta dall’ingordigia del pensiero di giocare sotto le coperte o in bagno il loro campionato di calcio preferito. Mettiamoci anche un costo che, sempre per l’utenza media, lo porta ad accostarsi ad una PlayStation 4 Pro. Io e voi lo sappiamo che sono due console che offrono esperienze diametralmente opposte, ma non lo sa l’utente in questione che si affaccia nel grande negozio di elettronica o nel rivenditore di videogiochi per farsi un’idea su quale console comprarsi a Natale.
L’impressione, da utente totalmente ignaro della effettiva realtà dei fatti, è che le grandi società non si fidino più di Nintendo. Se ne stanno lì, aspettando, muovendosi se e solo se Switch sarà un successo come Wii, ma per esserlo deve vendere fin da subito, e per vendere fin da subito… ci siamo capiti.

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Venga il tuo Regno dei Funghi

D’altro canto è ingiusto, e un po’ stupido, decretare il fallimento di Switch a meno di due mesi dal lancio. Se, da un lato, lo spettro di un nuovo flop si aggira funesto, dall’altro Switch è una macchina con un’idea ben più forte di Wii U la cui unica peculiarità – il Gamepad – serviva a pochissimi tipi di utenti in realtà, e le cui funzionalità non sono quasi mai state sfruttate a dovere dagli sviluppatori, salvo rarissime eccezioni.
Wii U è stato un pavido e poco illuminato tentativo di ripetere un successo, Switch è una console vera. Oltre ad essere una console è, lo dico, l’unica macchina a portare qualcosa di veramente nuovo sul mercato, qualcosa di – eccolo che arriva – “next-gen”.
Se da un lato Sony e Microsoft non fanno altro che eseguire le stesse manovre che fa il mondo PC, con aggiornamenti hardware atti ad aumentare le prestazioni dei propri prodotti, Nintendo porta delle idee, come ha sempre fatto. Switch ha grandi possibilità di fare molto bene, ma il rischio è che, all’uscita di Super Mario Odyssey, il tempo sia già scaduto. E il crollo delle azioni di Nintendo all’annuncio della console dovrebbe essere un segnale abbastanza chiaro.
Servono subito delle certezze. Serve sapere che arriveranno un sacco di conversioni di multipiattaforma, che a settembre escono tutti gli sportivi, escono Call of Duty ed Assassin’s Creed, o qualunque sarà il franchise di Ubisoft di quest’anno. Poco importa che, magari, alcuni titoli escano tra più di un anno, va bene così. In fondo Sony ha campato per un anno e mezzo buono vivendo di sole promesse.
Serve anche un taglio di prezzo per la fine dell’anno, o perlomeno un buon bundle che contenga un gioco, che sia 1-2-Switch (acchiappa-pubblico di razza) o il nuovo Zelda.
Per quanto riguarda l’infrastruttura online: ben vengano achievement, profili personali, account unificati, e così via. Giochi in regalo? Perfetto, va bene anche ripescare la libreria NES e SNES, ma che siano un regalo, e non un prestito.
In questo modo è possibile convincere quelli come me, ovvero chi è cresciuto difendendo Nintendo e credendo nella sua filosofia per anni, e tutta una nuova schiera di utenti che magari sono sempre stati curiosi di scoprire perché “tutti amano Nintendo”, ma oltre a Mario non ha visto nient’altro di interessante. Credo molto in Nintendo Switch, così come amo che l’azienda di Kyoto abbia deciso di seguire imperterrita le proprie idee, puntando l’attenzione sul videogioco come strumento di divertimento, non come prodotto di intrattenimento. La libertà che concede Switch, i suoi numerosi setup di fruibilità, le tante opzioni ludiche che offre a giocatori ma soprattutto agli sviluppatori (solo sui Joy-Con ci si potrebbe creare una categoria di titoli dedicata), sono tutte idee incredibilmente sagaci e potenzialmente vincenti.
Il fatto è che, sostanzialmente, Nintendo sta chiedendo a tutti di compiere un atto di fede. Non è come abbracciare la realtà virtuale, che puzzava di acerbo da lontano un miglio, qui si tratta di qualcosa di molto più concreto. Significa scoprire nuovi modi di usufruire del videogioco, e riscoprirne degli altri che sono andati perduti col tempo, come il multiplayer in locale. Si tratta di “fede” perché, proprio come una religione, si chiede di chiudere gli occhi su qualche dettaglio poco chiaro (i problemi di cui sopra) in nome di qualcosa di più grande.
Attualmente chi vi scrive non è disposto a farlo. Un po’ perché avendo ancora un Wii U ho un motivo per risparmiare quattrocento euro (e come me, molti altri forse), un po’ perché voglio vedere cosa ha davvero in serbo Nintendo stavolta. Perché anche la fede, a volte, vacilla.






Nintendo Switch, con i suoi problemi, ha davanti a sé delle enormi potenzialità come poche altre volte Nintendo ne abbia mai avute nella sua storia. I problemi ci sono e, purtroppo, molti di questi somigliano a quelli che aveva Wii U. Dal 3 marzo capiremo cosa succederà nel futuro di Nintendo, le variabili in gioco sono ancora molte, speriamo solo che non si esauriscano del tutto per quanto Mario inizierà la sua Odissea.




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