Recensione 4 min

Glass Rose

L’ignoto… cognizione generatrice di dubbi. E’ il fondamento dei timori più viscerali dell’uomo, non ci si può adeguare a ciò che non si conosce, non si può possederlo in nessuno modo, non si può dominarlo.

Piattaforma:
PS2
Genere:
avventura-grafica
Data di uscita:
Sviluppatore:
Capcom
Distributore:
Leader

Le nebbie del passato
La non conoscenza alimenta il panico, come ne è costellato il cammino di chi brancola nel buio. Questo è il triste destino di Kagetani Takashi, giornalista del Tonichi Time e nostro alter ego in questa avventura. Si trova ad indagare su fatti ed accadimenti che si perdono nelle fitte nebbie del tempo, assorto in situazioni che i suoi ricordi non possono raggiungere. Una disperata ricerca, una corsa lungo le trame del destino, nel tentativo di risolvere un triste mistero. Glass Rose, innanzitutto, si mette in netta contrapposizione con quanto siamo abituati vedere ultimamente. “Vive” in un ambiente molto particolare, lontano dai cerulei e crudelmente insanguinati corridoi di Silent Hill, o della magnificenza caotica di Residente Evil.
L’azione principale si svolge alla fine dell’anno 1922. E’ molto interessante vedere e “provare” le influenze artistiche di questa epoca, dove le contaminazioni Art Nouveau sono incontestabili. Di questo bisogna rendere merito agli artisti di casa Capcom, che hanno saputo rendere palpabile tale atmosfera. Ne risulta, di conseguenza, una personalità propria, che stacca in modo netto questo titolo da altre produzioni similari. Ma non è detto che sia un bene…

Ti ricordi quando…
Bei tempi quando, ormai molti anni fa, faceva la sua comparsa The secrets of Monkey Island, uno dei capolavori del genere avventura punta e clicca. Da allora, come è logico aspettarsi, di strada ne è stata fatta. L’evoluzione naturale delle cose fa parte del normale scorrere del tempo. In ambito videoludico si sente ancor di più l’onda di tali cambiamenti, i giocatori hanno preso coscienza dell’attività del loro ruolo. Non più semplici spettatori semi-passivi, ma fautori degli eventi e delle loro azioni. E la Capcom che fa? Ci riporta all’alba dei videogames, proponendo questo gioco dalle meccaniche a dir poco obsolete… proprio come il citato Monkey Island! La differenza, però, nonostante lo scorrere del calendario, è abissale, abissale veramente, ma in favore del più vecchio dei due. Glass Rose non offre niente di nuovo, qui non esiste una manipolazione degli oggetti (e di conseguenza una doverosa meditazione sul da farsi), tutto scorre via in automatico. La questione potrebbe rivolgersi verso un soporifico intercedere, considerato appunto il tono pacato e “intellettivo” della storia, se non fosse per il limitato tempo a disposizione per risolvere l’enigma di turno o della stanza in cui ci si trova. Infatti, nella parte alta dello schermo, esiste un orologio che segna inesorabile lo scorrere del tempo. Tempo, putroppo (o per fortuna), limitato ad un’ora virtuale, entro il quale si deve necessariamente venire a capo dell’ostacolo. E se non si riesce? Beh, fine della partita… game over.
Dicevamo della meccanica di gioco mutuata a piene mani dalle vecchie avventure punta&clicca, dove il puntatore, unica possibilità di contatto con l’ambiente, si attiva da solo non appena c’è la possibilità di interagire con qualche elemento dello scenario. Allo stesso modo durante i dialoghi (sempre con il cursore) si possono evidenziare i vocaboli che si vogliono utilizzare, come se si trattasse di un word processor. La parola scelta, se coerente nel contesto, innesca un ulteriore argomento e relativo approfondimento. Lo spettro della totale passività aleggia pesante sopra le nostre teste. Insomma, non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio gioco, o almeno come lo intendiamo, direi piuttosto di stare ad osservare un racconto interattivo. L’aggravante in tutto ciò, trovandosi di fronte a caterve di schermate testuali, è l’assoluta mancanza di traduzione in italiano. Dialoghi, testi e tutto quanto concerne l’iterazione è totalmente in inglese, fatto salvo il manuale allegato nella confezione. Magra consolazione.
Lento lo scorrere degli eventi, ancor di più proprio per la mancata localizzazione. Personaggi secondari privi di mordente e, guaio maggiore, sistema di controllo vecchio e totalmente pilotato. La scelta delle parole “indicate”, teoricamente il momento più cerebrale del gioco, è addirittura infantile. Un netto passo indietro, un ritorno al passato senza personalità. Da dimenticare completamente?
Per quanto riguarda la giocabilità, ma soprattutto l’infelice idea di non tradurlo in italiano (lo ribadisco ancora), certamente si… stateci alla larga. Però qualcosa di buono, in fondo, bisogna pur concederglielo. La parte grafica non è male. laddove gli artisti dello Studio 3 hanno saputo cogliere l’essenza stessa del periodo storico nel quale si svolge la trama. Il background espone tutta la sua bidimensionalità, scelta che nello specifico appare azzeccata, ancor più in considerazione della scarsa interattività concessa all’utente. Quindi, ottimi i fondali, i particolari delle scene e delle locazioni in generale. Ma al giorno d’oggi solamente questo non basta!

– Idea di base interessante…
– Grafica gradevole

– … ma sviluppata in modo orrendo
– sistema di gioco vecchio
– totalmente in inglese

5

L’idea di fondo non è male, anche se non proprio originalissima. La possibilità di tornare indietro nel tempo, infatti, era il fulcro di Shadow of Memories, uno dei primi titoli per la nostra amata PS2.
Glass Rose ne riprende lo spunto, ma lo fa in modo assolutamente obsoleto, proponendo un’esperienza di gioco totalmente passiva. Non riesce in nessun modo a coinvolgere l’utente nelle vicende, soprattutto per l’ostinazione tutta “CapComiana” di non localizzare nella nostra lingua. Almeno in altri titoli della stessa casa i testi erano tradotti, cosa che qui non è accaduta. Ne consegue una obiettiva difficoltà di comprensione della trama… che aumenta si la longevità, ma esponenzialmente anche la frustrazione. Da evitare ad ogni costo.