Zanki Zero Last Beginning – Recensione

Il giorno della marmotta in versione grandguignolesca

Con la sua trama malata e brillante e un cast di personaggi memorabile, la trilogia di Danganronpa ha segnato in maniera indelebile l’approccio giapponese alle visual novel, che si sono lasciate dietro i toni spensierati e i risvolti romantici per lasciare spazio a scenari paranoici, apocalittici, riletti con la sensibilità e lo stile degli sceneggiatori del Sol Levante.
Zanki Zero – Last Beginning è, fondamentalmente, una visual novel, che prova a battere strade inedite pur omaggiando, in maniera abbastanza evidente, il franchise di Monokuma e compagni.

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Otto piccoli indiani

Sebbene ci asterremo dall’entrare troppo nei particolari per non rovinare il gusto della sorpresa, qui particolarmente saporito visto il buon numero di colpi di scena che la vicenda riserverà, non possiamo che descrivere con un singolo aggettivo la sceneggiatura dietro Zanki Zero – Last Beginning: “disturbante”.
In un calderone di riferimenti più o meno velati ad altri media e al già citato franchise di Danganronpa, cui la produzione Lancarse è debitrice a partire dall’ambientazione, si prosegue lungo una storia che, a dispetto di premesse completamente strampalate, si dimostra quanto mai vicina alla realtà quotidiana ed esplora con acume i recessi più bui della natura umana.
Giusto per citare alcune delle fonti di ispirazione, rigorosamente in ordine sparso, non possiamo esimerci dal nominare Se7en (il film diretto nel 1995 da David Fincher), la mitologia dei Souls di From Software, l’indimenticabile Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie, finanche la serie Lost, per certi versi, e tantissime altre opere di finzione che hanno contaminato la cultura del secolo scorso e dei vent’anni di quello in corso.
Se l’ambizione è quindi enorme, il risultato non sempre riesce a tenerne il passo, ma il lavoro svolto in fase di caratterizzazione dei personaggi e il modo in cui tutti i nodi vengono lentamente al pettine, dopo la confusione della manciata di ore iniziali, si rivelano soddisfacenti, tanto da non farci esitare nell’indicare nella scrittura la parte più riuscita della produzione.

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Il giocatore veste i cangianti panni di Haruto, un giornalista venticinquenne del quale facciamo la conoscenza, durante le sequenze iniziali, proprio mentre, divorato dal senso di colpa, decide di porre fine alla sua esistenza, gettandosi dal tetto di un grattacielo di una Tokyo indaffarata ed illuminata dalle luci della sera.
Proprio a pochi metri dall’auto che ne avrebbe attutito la caduta, uccidendolo, uno strano luccichio avvolge il giovane, che si risveglierà apparentemente su un’isola tropicale, accolto da altri sette coetanei, convinti da uno strano programma preregistrato di essere gli ultimi esponenti della razza umana, estintasi in circostanze misteriose.
Cosa è successo alla civiltà?Come si è salvato Haruto da un volo di centinaia di metri?Chi lo ha rapito e trasportato su Garage Island, l’isolotto verdeggiante nel mezzo dell’oceano in cui si trova adesso?
Questa e altre domande affollano la mente del protagonista (e del giocatore, nemmeno a dirlo) lungo tutte le prime ore di gioco, e, come da manuale delle migliori mystery visual novel, alle risposte a questi quesiti si aggiungeranno ulteriori domande, sempre più oscure ed angoscianti, che porteranno al climax finale.
Nonostante la consueta tendenza nipponica ad allungare il brodo, diluendo i tempi dei dialoghi e punteggiando l’avanzamento lungo la storia principale con fin troppe sequenze scriptate, il plot di Zanki Zero saprà avvincervi, soprattutto se avete un debole per i racconti ben scritti, in qualsiasi forma essi si manifestino (romanzi, film, serie TV, videogiochi).

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Mille sistemi in essere

Piuttosto che “limitarsi” ad offrire una visual novel dai temi maturi, in cui i protagonisti hanno alle spalle storie tormentate e dolorose, il team di sviluppo ha stavolta provato a battere strade nuove, unendo allo storytelling intensivo della trilogia di Danganronpa delle meccaniche di gioco da dungeon crawler in prima persona, qualcosa a metà tra il gameplay classico offerto dai primi Etrian Odyssey (non a caso sviluppati dalla stessa Lancarse) e prodotti come Chocobo Mistery Dunbgeon o Shiren the Wanderer, arricchito da elementi survival che, però, non si integrano per niente bene con il resto.
Il sistema base è quello legato alla morte e alla rinascita dei personaggi, vincolati, per motivi di trama che non andremo a spoilerare, a cicli di vita estremamente brevi (tredici giorni l’uno, per la precisione, quantomeno per la prima parte dell’avventura): ad ogni morte, il personaggio ottiene dei perk derivanti dalle modalità con cui il decesso è avvenuto, aumentando i propri punti vita in seguito ad una morte traumatica, rinforzando la resistenza ad un dato elemento dopo esserne rimasto offeso o sviluppando immunità ad handicap come l’allergia.
Nella nostra run, abbiamo visto morire un personaggio nel pieno delle forze per avergli dato una scatoletta di tonno, ignari del fatto che egli fosse allergico allo stesso: aldilà della frustrazione del momento, generata dall’impossibilità di sapere con anticipo certe informazioni, abbiamo trovato questa meccanica funzionale al gameplay, sebbene un po’ troppo legata al grinding ossessivo, soprattutto durante la seconda metà dell’avventura.

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Oltre a gestire i cicli vitali degli otto personaggi giocanti, il giocatore dovrà tener conto di decine di altri sistemi, forse troppi per essere digeriti correttamente nella loro interezza, che vanno a costruire un gameplay sì stratificato ma spesso inutilmente complesso.
E qui entrano in gioco i suddetti elementi survival, che, a nostro parere, appesantiscono inutilmente l’incedere: bisogna tener conto delle esigenze fisiologiche del gruppo, dalla necessità di usare una toilette con regolarità alla fame, passando per il sonno e lo stress.
Moltiplicando per otto personaggi tutti questi sistemi, si ottiene un’agenda piuttosto affollata, che distoglie il giocatore dagli aspetti migliori della produzione (dalla trama alla caratterizzazione dei protagonisti) per costringerlo in un loop di azioni triviali e meccaniche.
Altro elemento critico è rappresentato dalla gestione dell’inventario, assolutamente da rivedere tramite una patch: la quantità di risorse rinvenibili durante l’esplorazione dei dungeon è notevole, ed apre ad interessanti risvolti tanto per il crafting quanto per l’espansione della base operativa, ma dover gestire manualmente la posizione di ogni oggetto, con l’aggravante che quelli dello stesso tipo non si sommano da soli se non ordinati manualmente, rallenta il ritmo di gioco, costringendo ad aprire l’inventario continuamente e a spenderci fin troppi minuti.
In più fasi, ci siamo sorpresi a sperare che le sequenze di azione in prima persona si concludessero il prima possibile per lasciare spazio a quelle narrate, che mantengono il fascino per il grottesco e l’appeal malato tipico della trilogia di Danganronpa, e questo è un peccato, perchè l’espansione di Garage Island, il sistema di crescita dei personaggi e il ricco skill tree entro il quale spendere i punti guadagnati passando di livello sono tutti punti a favore di una produzione ambiziosa ma imperfetta.
Il consiglio, allora, è di approfittare del nuovo livello di difficoltà aggiunto per questa release europea, che consente di concentrarsi sulla trama e mette in secondo piano gli elementi survival e RPG della produzione.

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Rimandato a settembre

Come spesso accade per le produzioni giapponesi, soprattutto quando il budget, come in questo caso, si avvicina molto di più a quello di una produzione indipendente che di un tripla A, Zanki Zero – Last Beginning non brilla particolarmente per il suo aspetto.
Il fatto che il titolo sia uscito in patria anche per PlaystationVita spiega abbastanza bene la presenza di tantissime texture in bassa risoluzione, della quasi totale assenza di animazioni per i personaggi principali e di un bestiario nemico striminzito, pur abilmente giustificato da esigenze narrative.
A tenere in piedi la baracca, allora, ci pensano il chara design, buono sebbene abbastanza canonico all’interno dell’animazione giapponese degli ultimi anni, e l’ottimo lavoro svolto sul doppiaggio inglese, che, per una volta, non sfigura se confrontato con quello nipponico.
Per il resto, mettendo sulla bilancia anche una colonna sonora blanda e poco presente e ambientazioni spoglie e troppo spesso ripetitive, ci vediamo costretti a bocciare (o al massimo a promuovere con riserva) l’intero comparto tecnico, che si distingue, quantomeno, per la totale assenza di glitch e bug gravi, visto che nelle quasi trenta ore dedicate al test non siamo incappati in problemi di sorta.
Insomma, per farla breve, non comprerete di certo l’ultima produzione firmata Spike Chunsoft per mostrare i muscoli della vostra console PS4 Pro.

+ Trama disturbante ed affascinante
+ Parecchie buone idee...
+ Skill tree abbastanza ricco
- Gestione dell'inventario confusionaria
- ...non tutte sviluppate a dovere
- Elementi surrvival più fastidiosi che utili

7.0

Zanki Zero – Last Beginning è un prodotto tanto ambizioso quanto imperfetto, che prova ad unire le meccaniche di un dungeon crawler in prima persona con la profondità della trama e la caratterizzazione dei personaggi di una visual novel. Per ogni elemento che funziona egregiamente (dal sistema di crescita dei personaggi alla trama, di alto livello), ce ne sono altri che andrebbero rivisti (in primis la gestione dell’inventario e gli elementi survival), e questa alternanza tra alti e bassi rende il gioco difficile da consigliare senza remore, ma, nel contempo, anche da sconsigliare in toto. Scegliendo il livello di difficoltà dedicato alla narrazione, l’ultima fatica Spike Chunsoft rimane una visual novel di primissimo piano, ma, come tutti i prodotti di nicchia, potrebbe non piacere a tutti.Chi ha amato la trilogia di Danganronpa, troverà pane per i suoi denti, quantomeno.