Wolfenstein: Youngblood, tale padre e tali figlie

Fare fuori nazisti in compagnia

Recensione
A cura di Daniele Spelta - 25 Luglio 2019 - 14:01

Trovo stupida la maggior parte dei meme riguardanti i videogiochi. In cima al podio metto quello che paragona il trailer scintillante e senza pecche e la versione finale del gioco, con due pixel e senza animazioni. L’immagine non è molto rispettosa di chi si spacca la schiena in quattro per rispettare tempi e i limiti di risorse. Inoltre è falsa, come dimostra Wolfenstein: Youngblood.

Ricordo perfettamente il video di presentazione dello scorso E3 e nelle mie orecchie ancora rimbombano i bassi di Turbo Killer, canzone di Carpenter Brut presa in prestito per la promozione del nuovo titolo di MachineGames, Arkane Studios e Bethesda. Ecco, crivellare di colpi orde di nazisti, frantumare pareti di corsa e correre senza sosta nella Parigi degli anni ‘80 occupata dalla Gestapo è esattamente come assistere ad un concerto dell’artista francese. Ci sono stato e posso assicurare che è un’orgia di energia, esagerato sia visivamente che dal punto di vista acustico, una vera scarica di adrenalina. È anche un insieme di suoni spesso confusi e un mare magnum di corpi che si fondono, ci si perde e non si capisce più bene dove si sia finiti in mezzo alla folla, con la sensazione di trovarsi dentro un loop senza via d’uscita. Questo è esattamente Wolfenstein: Youngblood.

Le sorelle Blazkowicz

Jess e Soph sono le figlie di B.J. Blazkowicz. Non vivono in tempi fortunati, i nazisti hanno vinto la guerra – nonostante la ritirata dall’America – e i loro stivali calpestano il suolo di tutta l’Europa. Nel loro rifugio in Texas la vita scorre con relativa tranquillità, immersa in un quadro familiare idilliaco se paragonato con quello di loro padre. Bastano pochi attimi per capire la distanza che separa Youngblood dal precedente The New Colossus. I toni cupi e scuri di Terror Billy lasciano spazio ad una trama più leggera e le due sorelle sono la perfetta trasposizione dell’incoscienza adolescenziale, della voglia di mettersi in gioco e di lasciare il nido per partire all’avventura. Nel nome di questa presunta spensieratezza gli stessi sviluppatori hanno etichettato la loro opera come non-politica: bel tentativo democristiano, ma purtroppo i nazisti sono esistiti per davvero e proiettarli in un futuro ucronico non li rende degli unicorni eterei.

I desideri di fuga del duo vengono esauditi, forse non nel modo in cui desideravano: B.J. è sparito nel nulla, lo stesso F.B.I vaga nel vuoto senza una pista da seguire e i timori sulla sua sorte aumentano quando si scopre che è partito per Parigi senza alcun preavviso. Tocca quindi a Jess e Soph, accompagnate dall’amica nerd Abby, volare sulle rive della Senna per cercare di mettere assieme i pochi indizi in un percorso che si incrocerà con quello della resistenza parigina, confinata nelle catacombe.

La componente narrativa, pur non raggiungendo la vacuità dei primissimi vagiti, fa un passo indietro rispetto a quanto apprezzato nei recenti reboot, soprattutto a causa di una spersonalizzazione della minaccia con la croce uncinata. Il fatto che non si prenda troppo sul serio, unita alla non linearità del racconto, riesce a nascondere solo in parte soluzioni poco eleganti e un cammino di crescita dalla gioventù alla maturità decisamente affrettato: un secondo prima il duo fatica a premere un grilletto contro un essere vivente e l’istante successivo la strada è coperta di corpi e parti robotiche strappate ai nazisti. In fin dei conti va anche bene così, non ci sono siparietti imbarazzanti decontestualizzati – ricordo ancora con orrore la gag del bagno in The New Colossus – e sia Jess che Soph sono due personaggi forti e “cazzuti”, magari ripetitivi nelle loro volgarità inserite in modo forzato, ma di certo dotate di un buon carisma e di quella voglia di conoscere il mondo tipica di ogni teenager. Ci sono excursus sopra le righe e cut-scene prese in prestito da qualche film di Tarantino mai girato, insomma i soliti ingredienti della saga.

Youngblood: level design e cooperazione

Youngblood non è solo la storia di due sorelle. Questa parte viene diluita dal sistema delle missioni in cui solo le principali approfondiscono il rapporto tra le due e i personaggi che fanno da corollario, mentre sono le numerose side quest a immergere il giocatore in una Parigi allo stremo delle forze e schiacciata sotto la suola nazista. Documenti, cassette, registrazioni, giornali e poster non sono una novità ma il loro utilizzo è stato ben sfruttato per caratterizzare la scenografia e il risultato è davvero ottimo.

Questo modo di narrare è valorizzato dal e al tempo stesso sfrutta il level design. Youngblood è stato realizzato a quattro mani: da un lato MachineGames si è occupata del gunplay e dell’azione in sé e dall’altro Arkane Studios ha messo a frutto la propria esperienza maturata con i vari Dishonored e Prey per creare un’ambientazione ben differente rispetto ai canoni della serie. Parigi è infatti suddivisa in una serie di macro-aree in cui occorre tornare di frequente per completare obiettivi sempre diversi, primari e secondari, dati in diretta radio da Abby o facenti parti di sfide a tempo. I tasselli del puzzle sono tenuti assieme dall’HUB in cui risiedono i partigiani francesi e dal fast travel attraverso la rete metropolitana.

Le parole d’ordine sono esplorazione e libertà. Ogni zona può essere affrontata da nord a sud e da est a ovest senza seguire una linea retta ed è un coacervo di stanze, corridoi, balconi e vie secondarie da perlustrare per raccogliere proiettili, armature e tutti i log che approfondiscono la difficile vita fra i boulevard. Ci sono poi ospedali e caserme, senza dimenticare tutta la città che sta sotto, fatta di fogne, cunicoli della metro e una rete infinita di bunker. La Parigi qui rappresentata è la cugina di Talos I e di Dunwall, un intreccio continuo di sentieri e scorciatoie. Il discorso si va ad ampliare durante le missioni principali, veri e proprio assalti ai cuori pulsanti dei nazisti, ambientate in architetture ricche, frastagliate e cariche di spunti. Che siano vertiginose torri o oscure prigioni, tutto esalta la brutalità del Quarto Reich.

Il design di gioco è fortemente improntato sulla cooperazione, come dimostrano le continue vie parallele, le vite condivise, le pose e le azioni da eseguire assieme, e premia un approccio all’unisono, comportamento possibile solo giocando assieme ad un altro essere umano. La mano di Arkane Studios si vede con forza in questo frangente e al fianco di un amico Youngblood raggiunge l’apice del suo potenziale. C’è sempre il rischio che lasciando aperta la lobby spunti fuori qualche sabotatore, ma questa non è certo una colpa di chi ha creato il gioco. A loro vanno ascritti meriti e lodi per aver tratteggiato un vero e proprio parco giochi della morte: l’ampia verticalità permette di controllare l’area da zone differenti, si può fare da esca intanto che il socio piazza delle cariche con il dieselkraftwerk o, ancora, difendere la linea mentre si cerca di bypassare un codice di sicurezza. Youngblood sfrutta però solo in parte la lezione imparata con Prey e Dishonored ed è difficile parlare di gameplay emergente anche condividendo la scia di sangue teutonica con un amico.

Giocare da soli

Qualche riga va spesa anche sul comportamento della bot-sister nel caso in cui ci si affidi all’AI. In una parola: furba. Youngblood può essere giocato tranquillamente in solitaria e nella campagna svolta dal sottoscritto, la Jess guidata dalla CPU non ha (quasi mai) frustrato l’andamento degli scontri facendosi magari scoprire in campo aperto o premendo il grilletto durante un’incursione stealth. La soluzione adottata da MachineGames&Co. è molto intelligente e negli spostamenti la propria spalla è quasi sempre in modalità occultamento. Anche quando l’aria si riempie di polvere da sparo l’azione dell’intelligenza artificiale è più che soddisfacente ed equilibrata, si rivela un vero aiuto ma senza togliere al giocatore il ruolo di protagonista.

La direzione impressa da Arkane Studios si riverbera sulle geometrie della metropoli, sulla ramificazione delle missioni e anche su una progressione quasi da GDR all’acqua di rose. Nel 2019, almeno sotto questo aspetto, Youngblood risulta però anacronistico e ancorato ad un passato senza troppe idee. Ad esempio nell’albero delle abilità, suddivise fra potenza, corpo e mente. Lungo questi tre rami si dipanano le migliorie sulla corazza, sui punti vita o sull’utilizzo delle armi, nulla di realmente innovativo e con il tutto scollegato dall’azione in gioco. Si uccidono nazisti, si cresce di livello e si sbloccano a piacimento innesti per la tuta, a prescindere se si stiano affrontando le divise grigie nell’ombra o a grilletto spianato.

I potenziamenti per le armi sono invece affidati a delle monete d’argento sparse ai quattro angoli dei livelli e date anche come ricompense al termine della missione. Anche qua siamo fermi a trovate già viste altre volte, fra mirini laser e canne migliorate, componenti inoltre affidate ad una UI non proprio allo stato dell’arte. Gli unici spunti interessanti sono alcuni boost temporanei e i diversi segnali di intesa con la propria sorella, ognuno caratterizzato da un buff differente.

Inserire elementi ruolistici in uno shooter duro e puro come è sempre stato Wolfenstein è un azzardo e la scommessa chiamata Youngblood è riuscita solo a metà. Assieme a Jess e Soph anche i nemici diventano mano a mano più coriacei e progrediscono livello dopo livello per mantenere alta la competizione. Il risultato è una serie di nazi-futuristi fatti con lo stampino. L’elenco di nemici è vario e pesca a piene mani dal contesto urbano e dai suoi edifici così come dalle enormi mostruosità fatte di ferraglia viste negli altri capitoli della serie. Ad ogni passaggio la sensazione è però quella di trovarsi davanti ad una versione leggermente più potenziata di quella incrociata una mezz’ora fa, con una tacca di corazza aggiunta o qualche punto vita in più, parametri espressi da una marcata barra posta sopra ogni testa. L’effetto è quello già visto con The Division. Sull’altare di statistiche e numeri – per fortuna invisibili – è stato sacrificato il feedback delle armi: i soldati avanzano imperterriti anche dopo un intero caricatore, con evidenti ricadute su un bilanciamento non sempre corretto.

Questo si traduce con la sparizione della spettacolarità e delle esagerazioni made in Wolfenstein? No. Per fortuna è sempre un (sadico) piacere farsi largo tra generali, mech, corazze e cani robot con la svastica, con l’estasi assoluta raggiunta naturalmente durante le boss fight, frenetiche e con un livello di sfida posto decisamente in alto. Non mancano però momenti più statici passati fra una copertura e l’altra a scaricare piombo su un unico obiettivo. È proprio uno scontro di progettualità fra la teorica dinamicità e la costruzione da GDR: da un lato si è spinti a muoversi alla ricerca di medikit, armature e proiettili e dall’altro spesso ci si ritrova piantati nella stessa zona ad abbattere dei golem crucchi semi-immortali. Se a questo si aggiungono una distruzione dell’ambiente quasi nulla e un agire dei nemici fin troppo leggibile e dettato solo dalla forza bruta, ecco che ci si trova davanti ad uno shooter di vecchia scuola, non necessariamente nell’accezione positiva del termine.

Il DNA di Wolfenstein

Youngblood è uno spin-off con un’anima sua ma non abbandona le proprie radici e conserva alcune delle caratteristiche dei fratelli maggiori. Le missioni possono essere approcciate in silenzio coltello – o ascia o altre lame – alla mano oppure fregandosene delle etichette di corte in onore del caro vecchio Blazko. Fra i due estremi non vige la democrazia e anche sfruttando l’invisibilità garantita per alcuni istanti dalla tuta state pure certi che ben presto le vie di Parigi si trasformeranno in un far west con una spietata caccia al generale che ha fatto suonare l’allarme. Come in The New Colossus ritornano tutte quelle attività extra e le quest di contorno che accompagnano l’endgame, motivo in più per restare ancora in compagnia di Jess&Soph una volta terminata la campagna principale.

Il cambio di direzione impresso da questo progetto parallelo è forte, qualcosa è andato per il verso giusto e una manciata di ingranaggi restano inceppati nel meccanismo generale. Su un punto c’è però poco da recriminare: Wolfenstein: Youngblood è una gioia per gli occhi. Il merito va reso ancora una volta ai muscoli dell’Id Tech 6 che, nonostante gli anni, è ancora capace di coniugare potenza bruta con una scalabilità ottima. Tutto quello che avete letto finora proviene da ore macinate su PC, piattaforma capace di esaltare tutte le meraviglie tecniche del motore di gioco, fra esplosioni, particellari e orizzonti che si perdono a vista d’occhio. Parigi è una città dalle molteplici anime, sa essere claustrofobica nei suoi bassifondi, opprimente nell’acciaio tedesco e affascinante dalla cima di una torre. Un applauso anche al team artistico che non si è fatto trascinare dalla moda del momento e per fortuna Youngblood non è quel cliché ritrito di estetica al neon fluo anni ’80.

Andando nel menù delle opzioni, oltre alla ovvia risoluzione, è possibile giocare con la qualità delle luci, delle ombre, dell’acqua e su altri numerosi parametri che permettono di adattare il titolo all’hardware a propria disposizione.

+ Jess e Soph sono un duo esplosivo e con carisma
+ Parigi è una vera ragnatela, l'esaltazione del level design
+ AI dell'alleata più che buona...
+ Tutto è improntato alla collaborazione
+ Maggiore libertà d'approccio, sia nelle missioni che nella personalizzazione
+ Visivamente un piacere
- Sistema di progressione senza troppi spunti
- Il livellamento dei nemici ha delle forti ricadute sul gunplay
- ... All'opposto di quella nemica
- Si poteva fare qualcosa di più in termini di gameplay emergente

8.0

Wolfenstein: Youngblood è il giusto antipasto nell’attesa che venga posta la parola fine sulla trilogia di B.J. Blazkowicz. Questo spin-off è stata l’occasione perfetta per MachineGames per sperimentare e provare a dare una nuova anima al suo shooter e il lavoro fianco a fianco con Arkane Studios ha elevato il titolo ben oltre l’etichetta di mero riempitivo. Questa joint venture ha influenzato alle radici il design di Youngblood. Se l’aggiunta più evidente è la cooperativa “forzata”, sono tutti gli altri elementi di contorno a strutturare l’anima del gioco, nel bene e nel male. Accanto ad una ventata d’aria fresca portata dal level design, dalla libertà d’approccio e dai diversi stili di gioco ci sono però alcuni passaggi meno riusciti, come la natura ruolistica fin troppo conservatrice e che non esalta a pieno la marea di pallottole ed esplosioni.




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